Accolgo l’invito di Nicola a cacciar fuori le idee. Non perché queste idee siano originali e forse non sono nemmeno idee, qualcuna probabilmente sarà anche un po’ balzana, però sono convinto che un tentativo di brain storming, specie in periodo di crisi e con l’imperativo di costruire non faccia mai male. Vorrei però per un momento affrancarmi dal commentare i risultati elettorali, che pure sono importanti, per provare a dare immagine e contorni alle forze in campo ed alle loro prospettive. Poi possiamo tornare anche sui risultati elettorali.
Dunque, abbiamo da una parte una sinistra che al momento, per comodità ma non per effettività, limitiamo al partito democratico. Si è già detto che esso nasce dando corpo a suggestioni già esistenti che provengono non tanto dal vituperato cattocomunismo, tutto sommato un fenomeno marginale, quanto dalla predisposizione di larghe forze cattoliche a lavorare nel sociale ed a trarne motivazioni politiche quasi esclusive. Questo a livello di masse operanti, ma con vertici abbondantemente educati nel potere dell’economia pubblica contrapposta all’economia liberale: è solo una constatazione, non un’analisi sommaria, magari un invito a farla questa analisi. Altrettanta predisposizione da parte del vecchio PCI a trovare alleanze fuori dall’altra area tradizionale della sinistra, quella socialista, ritenuta più condizionante sul piano dell’ideologia e della pratica politica. In sostanza, al crollo del comunismo, si è rifiutato di accedere al passaggio storico di una esplicita conversione alla socialdemocrazia, per tentare nuove strade, però non si sa bene quali. Lo riconosce anche Luciano Cafagna, che, pur di cultura socialista, della socialdemocrazia tradizionale non è mai stato un cantore appassionato, il quale aggiunge che, ciò facendo, il mondo ex comunista non solo ha contribuito alla diaspora delle identità della sinistra, ma esso stesso non è riuscito a darsene una nuova, che non scontasse – aggiungiamo noi – gli errori della vecchia ed evitasse successive diaspore.
Non può essere un caso perciò che, derivando il partito democratico da questi filoni culturali, uno dei temi interni più impegnativi, ma anche più gravido di conseguenze, sia quello della laicità, non certo quella ottocentesca di Porta Pia né quella suscitata dal voto sull’art. 7, ma quella più attuale dei problemi della vita, del rapporto tra scienza e fede e finanche quello della tolleranza religiosa che ci viene indotto dalle correnti migratorie e dalla convivenza civile con le altre espressioni di culto. Gli effetti di questa lacerazione si sono visti: qualcuno, anche su Pensalibero, ha giustamente osservato che a suo tempo Veltroni e Marrazzo avevano l’appoggio del Vaticano, la Bonino no, per questo ha perso. Ma l’appoggio del Vaticano è lecito pensare che ce l’hai se i problemi religiosi non li agiti o, se li agiti, lo fai in maniera da non dispiacere alla gerarchia e quest’ultima cosa è di non facile applicazione in un partito che comunque conserva al fondo della sua anima una forte esigenza di libertà, anche nel campo della distinzione tra fede e coscienza civile. Diverso sarebbe se, all’interno del partito democratico, l’esigenza di laicità fosse un terreno di confronto e non di scontro sotterraneo: nel confronto si trovano equilibri, gli equilibri nascono dalla consapevolezza che ci sono nuove questioni che cercano soluzione senza sacrificare le convinzioni individuali: dalle relazioni familiari al progresso scientifico, fino al già ricordato apporto dei movimenti migratori, che ci portano a vivere insieme a cittadini provenienti da altre esperienze, anche e non solo di carattere religioso.
Ma una sinistra non può misurarsi solo sui problemi della laicità: non può bastargli, ci sono innumerevoli questioni aperte che nascono dall’interno stesso del pubblico a cui la sinistra stessa fa riferimento. Ora improvvisamente Bersani torna a stendere una mano di lucido sulle vecchie immagini, ma il buffo è constatare che quegli argomenti sono sempre esistititi e curiosamente ne parlava anche D’Alema a Gargonza qualche annetto fa, quando individuava alcuni temi di base da porre di fronte all’ipotesi di una nuova formazione politica, quelli della centralità del lavoro ed i principi di uguaglianza che ne costituiscono il fondamento sociale. Oggi però, prima di ridare il lucido o forse in contemporanea, è necessario rifare i conti con tutto l’atteggiamento tenuto dalla sinistra in generale, ma dal suo maggior partito con le conseguenze più nefaste, sulla comprensione dei processi che hanno sinora portato alle affermazioni del campo avversario. Se non parti dalle basi e dai comportamenti quotidiani, che sono quelli che colpiscono di più il grande pubblico, non puoi ambire poi ad essere il protagonista di una leadership politico-culturale, anche se non totalizzante, sul paese.
A questo riguardo è doveroso ammettere che – con Bersani non diversamente riguardo a Franceschini – il maggior partito della sinistra si è limitato a demonizzare, ancor più che contrastare, il leader avversario senza operare un tentativo per capire quali fossero le ragioni profonde del successo della destra in Italia, al di là della forza della propaganda, del controllo dei mezzi di comunicazione, del carisma discusso, però acquisito. Per capire se ci troviamo di fronte soltanto ad una espressione politica disinformata di massa oppure invece ad un nuovo blocco sociale che ricompone a destra tante delle articolazioni di potere, a livello locale e nazionale, che erano già tipiche del conservatorismo italiano e che ieri erano rappresentate e difese in massima parte dal coacervo democristiano.
Le attuali elezioni ed anche quelle precedenti ci hanno dimostrato che per vincere, o quanto meno per offrire al paese una credibile alternativa, occorre avere una nozione giusta dell’avversario da battere, delle forze che vengono messe in campo e di quelle che in questo campo vengono attratte. Quelle di Bossi, ad esempio, non possono essere considerate assimilabili a quelle di Berlusconi: le prime mobilitate e poi fortemente organizzate su parole d’ordine che attengono a prese di coscienza primarie, anche se da discutere e contrastare; le seconde facenti parte di un tessuto più composito che va dal semplice qualunquismo edonista alla reazione di fronte all’eccessiva fiscalità, alla coltivazione di particolarismi e piccoli interessi e fino alla frustrazione di ceti medi produttivi e di categorie professionali emarginate ed in crisi. Tutto questo non costituisce di per sé un blocco, limitandosi ad essere semplicemente una stratificazione aculturale, ma sicuramente è la base che consente quella gestione personale, affaristica e disinvolta della cosa pubblica di fronte a cui ci troviamo e che tanto imbarazzo ci crea anche nel confronto con i nostri partner europei.
Eccoci dunque al risultato elettorale, che non è così semplice come qualcuno lo vorrebbe interpretare. Innanzi tutto l’astensionismo, praticato con piena consapevolezza e come scelta politica, pesa come un macigno su tutti i partecipanti, perché non c’è partito o formazione che possa dire di aver ottenuto un maggior numero di suffragi in termini assoluti, tranne coloro che, come i grillini, hanno in pratica partecipato per la prima volta. E questo è indice sicuro che l’usanza montanelliana di tapparsi il naso e votare per il meno peggio comincia a cadere in disuso; ma soprattutto che la percezione di un nemico da contrastare, da una parte e dall’altra, con lo strumento del voto è sempre meno avvertita e quindi crescono coloro che esplicitamente non danno fiducia al sistema, all’intero sistema così come stancamente protrae la sua esistenza. Ora resta da capire se per sistema s’intende quello istituzionale oppure più banalmente quello delle parti attualmente in gioco. E’ logico che le parti attualmente in gioco tendano a proporre una riforma di tipo istituzionale, che le affranca dalla responsabilità del declino, consolidando al tempo stesso la tendenza bipolare di cui godono i vantaggi; meno logico invece che si continui ad immaginare prospezioni meccaniche senza guardarsi all’interno.
La destra opera una vera e proprio fuga in avanti: se per parte sua è comprensibile che Berlusconi si ritagli su misura un assetto da regime semipresidenziale, rimane invece meno digeribile che lo schieramento eterogeneo confluito nel pdl rinunci a tracciare le specifiche di un partito, con le proprie ragioni di presenza nella società, rimettendosi quasi esclusivamente alla protezione dell’ombrello presidenziale, finché durerà, e rimandando al poi i problemi del poi. Per parte sua la Lega metterà all’incasso la riforma federale, ma questa avrà un significato e, forse, risultati solo nelle regioni in cui essa è già prevalente, lasciando del tutto imprecisata l’efficacia di questa riforma come strumento di progresso sull’intero territorio nazionale, senza contare i possibili conflitti istituzionali tra stato decentrato e nuovo assetto semipresidenziale.
La sinistra invece è asserragliata nella sua debolezza e subisce parole d’ordine non sue, ieri il federalismo, oggi la riforma presidenziale, a cui non sa dare risposte legittimanti. Ma le riforme di cui ha maggiormente bisogno il paese e che dalla cultura della sinistra debbono nascere sono quelle sociali e civili, prima di quelle istituzionali. Una delle riforme vere e necessarie, caratterizzata da larghe motivazioni civili è quella della giustizia, e questa la sinistra continua a ritardarla e consente che il suo iter venga influenzato dalle vendette berlusconiane. Forse qualcuno potrebbe pensare per riconoscenza nei confronti dei giudici di una volta o per timore dello scomodo, ma anche prezioso alleato Di Pietro.
Come, sul piano sociale, occorre ripristinare nella rivendicazione politica la centralità della questione lavoro, non nel significato conservatore che ha caratterizzato le azioni nel biennio prodiano, ma portando avanti, per usare ancora una bella espressione di Cafagna, le coraggiose riflessioni dei martiri giuslavoristi. Perché è una politica di sinistra quella di contrastare il lavoro precario, offrendo strumenti ed occasioni di rinnovamento del lavoro, non quella di garantire il lavoro solo a chi ce l’ha già, magari perché è iscritto al sindacato. E di trasformare gli ammortizzatori in un’occasione di crescita e di sbocchi verso nuovi lavori e nuove professionalità. E di creare un rapporto sociale con il lavoro degli immigrati, rendendoli protagonisti come nuova riserva di energie, anche per alcuni lavori tradizionali e sempre meno frequentati dalle nostre leve giovanili.
Solo su queste basi si può creare un collegamento a quanto avevo accennato sulla necessità di costruire una nuova leadership politico-culturale, non totalizzante, sul paese. Il problema si accompagna alla creazione di una nuova classe dirigente, altro punto di sofferenza per la sinistra e che spesso si confonde con giovanilismi e fesbucchismi più o meno sorretti od invocati. Ma a questo argomento sarà meglio riservare un capitolo a parte, per me o per altri che lo vogliano trattare.
Silla Cellino
Prosegue il dibattito sulle prospettive del dopo voto. Pubblichiamo l’intervento di Silla Cellino che fa seguito a quello di Giancarlo Magni. Per intervenire, scrivete a: redazione@pensalibero.it

Il “problema ” è ( più che ” si accompagna”) quello della nascita (creazione,ma da parte di chi ? Chi sarebbe il deus ex machina?) di una nuova classe dirigente . Ma non mi pare essere un problema solo della c.d. sinistra ; il “tappo” sta nell’intera classe politica ,o partitica ,del Paese.
Sintanto che non venga tolto al meccanismo delle votazioni la speranza di una “botta di vita” per i vincitori , riportando la politica ad essere sostanzialmente e principalmente una ricerca del bene comune , credo che ogni discorso di lavoro ,giustizia e libertà sia destinato a restare materia per illusionisti delle platee.
Quanto alla questione lavoro( “contrastare il lavoro precario, offrendo strumenti ed occasioni di rinnovamento del lavoro, non quella di garantire il lavoro solo a chi ce l’ha già, magari perché è iscritto al sindacato”) , mi pare che la distinzione tra lavoro in generale e lavoro degli immigrati sia assolutamente secondaria. Regole ed opportunità dovrebbero poter essere utilizzate e colte da chiunque ,senza scorciatoie preferenziali o ghettizzanti , recuperando ( e riconoscendo ) il valore di merito e professionalità. Se vi sembra che oggi succeda ,nel privato come nel pubblico….