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Tim brand nuovo che più antico non ce n’è

di Giuseppe Mele | 3 Agosto 2015

L’idea che il telefonino Tim sia nato con la rottamazione della storica economia di Stato, già liberale, fascista e Dc, è storicamente sbagliata. Semmai ne è stato il canto del cigno.

 

Vent’anni, luglio 1995, nasceva Tim. L’agrodolce del successo del business e dei guai giudiziari. Il management del primo operatore mobile italiano finì subito in cella. La presentazione del libro  “La banda larga” di Maurizio Matteo Decina, ha messo faccia a faccia protagonisti dell’epoca,come il grande accusatore Lannutti dell’Adusbef, che ha chiesto pubblicamente scusa all’accusato, l’allora capoTim, Gamberale. Quest’ultimo, per onestà di storia e cronaca, ha rivendicato la paternità Stet-Iri delle innovazioni digitali italiane a cominciare dai cellulari, dagli sms e della vision di cablare il paese avuta da Pascale, altro grandissimo processato del tempo. Vent’anni dopo, dopo essere stata quasi venduta e poi fusa nella capogruppo Telecom, Tim consuma la sua rivincita. Il suo scudetto rossoblu con scritta bianca, si fa brand generale della prima Telco italiana, 13° al mondo. Tutte le aziende perseguano l’inevitabile profitto ma ci sono marchi rispettati e contestati, antipatici ed adorati. Gli opinion maker hanno trattato per anni diversamente due giganti IT, a identica impostazione proprietaria, come Apple e Microsoft. In Italia, l’antipatia pubblica era tutta contro lo Stato telefonico di Stet e Sip. Comprensibilmente non piaceva nemmeno alla politica che lo voleva o doveva privatizzare. L’ostilità però non è venuta meno neanche dopo la privatizzazione, unica nel suo genere, di Telecom. Il management negli anni è ricorso ad ogni acrobazia, dai Gad alle Lilli fino alle bionde vanesse, per rendere smart la telefonia nazionale. Niente, mai un governo le è stata favorevole. Seguito a ruota dagli operatori di media, borsa ed università i cui guru tecnologici più volte hanno elaborato piani per toglierle la rete Tlc. Buon ultimo, anche il programma elettorale 2012 di Renzi voleva una rete pubblica ultra larga da 100 mega senza Telecom Italia. Diversi i motivi dell’istintiva antipatia. Per alcuni, la convergenza di Internet e Tv, di broadband e broadcast, degli schermi del telefonino e del televisore e delle relative aziende leader nel paese. Per altri, la contrapposizione delle due e dei relativi mercati in rotta di collisione pubblicitaria. In generale chi ha amato lo sviluppo tecnologico di Internet nel mondo, ne ha odiato competenze e sviluppi di casa propria. Così l’ostilità, a pelle, non è mai riuscita ad apprezzare risultati come la prima scheda telefonica prepagata, i record di velocità 3G e 4G, le leadership su Gsm e banda larga mobile. Una devastante ignoranza tecnologica, maggioritaria, soprattutto in politica, ha applaudito soprattutto alla caccia giudiziaria degli uomini delle tecnologie, ripetutasi diverse volte su tutti i principali settori Tlc. In parte, nell’immaginario collettivo, si è salvato il giovanile e giovanilistico scudetto del telefonino Tim. Forse perché uno dei pochi simboli positivi dell’Italia ’90, novità propositiva per tutti, come una nuova Vespa o una nuova 500, raggio di sole nel buio delle macerie di Mani Pulite. Forse perché indentificato con il campionato di calcio o forse per testimoniare che non tutti gli scorpori interni di una grande divisione operativa nascondono l’intento di liberarsene. L’idea però che il telefonino Tim sia nato con la rottamazione della storica economia di Stato, già liberale, fascista e Dc, è storicamente sbagliata. Semmai ne è stato il canto del cigno, l’ultima genialità degli ex boiardi di Stato. L’autore de “La banda larga” è stato eletto vicepresidente di Asati, associazione dei lavoratori azionisti Telecom, concentramento degli ultimi sostenitori della Sip pubblica. Si tratta di Maurizio Matteo, figlio del Maurizio Decina ventennale guru delle Tlc e già commissario Agcom. In “Good bye Telecom” del 2014, il giovane Matteo aveva seguito il solco della critica devastante dell’azienda, soprattutto accanendosi sulla gestione di Tronchetti Provera fino al ritiro del volume dalle librerie. Ora il Matteo digitale ha invertito la rotta, trovando nel broadband, “opportunità e pericoli”.Si chiede se l’eventuale ritorno dell’infrastruttura tlc in mani pubbliche non farebbe pagare la rete più volte ai cittadini. I grillini, suoi grandi sostenitori, lo applaudono. Assieme a Gamberale. Alla nostalgia di Sip, Stet e Iri. E se si vuole, ai loro governi di riferimento, di Dc e socialisti. Quelli contro cui tuonava Grillo all’inizio dell’avventura satiricopolitica. E che non a caso diceva di odiare i telefonini.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, apple, borsa, cella, governo, italia, leadership, mani pulite, mercati, mondo, nato, renzi, rottamazione, socialisti, sviluppo, telecom

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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