Come i governi del pianeta hanno scaricato le responsabilità di agire sulle spalle dei banchieri centrali.
Accountability. Parola inglese senza corrispondente traduzione italiana, né tantomeno applicazione pratica, ma il cui significato di “responsabilità politica del governante di fronte all’elettore” sta sfumando anche nel resto del mondo. I banchieri centrali che continuano a invocare invano un po’ sostegno politico ai loro interventi (lo ha fatto per l’ennesima volta ieri Draghi, la Yellen a inizio mese) e il corso economico che rallenta negli Usa, resta bloccato in Europa e recede in Giappone, sono due elementi che insieme evidenziano un punto di rottura definitivo: sono finiti i giorni in cui l’inattività dei governi nazionali può essere coperta dalla supplenza e dall’interventismo delle banche centrali.
Di fronte alla crisi scoppiata nel 2008, infatti, gli esecutivi di tutto il mondo occidentale hanno progressivamente delegato i propri poteri e le proprie prerogative alle banche centrali, rendendosi di fatto degli “esecutivi irresponsabili”. Così, poco tempo dopo il crack della Lehman Brothers, la Fed è intervenuta prima riducendo i tassi pressoché allo zero e poi innaffiando l’esangue economia americana con il siero della moneta fresca di stampa. A stretto giro di posta le stesse operazioni sono state compiute dalla Banca d’Inghilterra, mentre nel 2013 è stata la volta del Giappone. In Europa, invece, la Bce ha ridotto i tassi allo 0,15% solo da pochi mesi, ma il famoso “bazooka” di Draghi ha ancora le polveri bagnate. In ogni caso, più passa il tempo e più i governatori delle monete nei loro interventi, oltre che di mercati e tassi di interesse, parlano di economia, di crescita, di occupazione, con le banche centrali che, de facto, hanno notevolmente ampliato le loro competenze. A 6 anni dall’inizio della crisi l’eccezionalità è diventata “the new normal”, come riporta il Wall Street Journal. Con la conseguenza che i pesanti interventi di espansione monetaria oltre ad essere divenuti “abituali” e “consuetudinari” (definizione di “normale” dello Zanichelli), hanno progressivamente esautorato i governi, più per debolezza della politica che per la forza della tecnocrazia.
Certo, questo slittamento della responsabilità dai governi dei cittadini ai governatori della moneta non è stato uguale in tutto il mondo. Negli Usa e nel Regno Unito si sono prodotti gli effetti migliori perché alla tempestività delle azioni intraprese si sono sommate sinergie con gli esecutivi, politiche fiscali flessibili e ampiezza dei poteri conferiti. Negli Usa la disoccupazione è così scesa al 5,8% dal 10% di inizio crisi; il pil, dopo il -3,5 tra 2008 e i primi 6 mesi del 2009, ha subito rimbalzato del 5,4% nella seconda metà dello stesso anno, per poi riprendere prima a camminare (con 9 punti di crescita tra il 2010 e il 2013) e ora a correre (con +4,6% e +3,5% nel secondo e terzo trimestre, dopo il crollo nel primo). Londra ha riportato la disoccupazione dall’8,5 al 6%, mentre il pil, dopo 6 punti persi nel biennio iniziale, è cresciuto nei successivi quattro del 5,8% e dovrebbe chiudere quest’anno superando il 3%. In Giappone, la storia è leggermente diversa, sia perché il Sol Levante veniva da 15 anni di deflazione, sia perché la potenza dell’Abenomics è stata scatenata solo nella primavera del 2013. Ma, soprattutto, perché lo scorso marzo Tokyo ha alzato l’Iva dal 5 all’8% per tentare di contenere deficit e debito provocando il crollo del pil del 7,3 e l’1,6% nel secondo e terzo trimestre dell’anno. Un’evidenza empirica che la politica monetaria, da sola, non basta. Tanto è vero che se questa, oltre a non essere sostenuta da politiche fiscali flessibili, agisce isolata dagli esecutivi come avviene nell’eurozona, può solo contenere i danni. Così, i tentativi della Bce, sia per l’ostruzionismo interno al board che per quello dei governi (Germania in testa), sono risultati poco efficaci, come testimonia la disoccupazione cresciuta all’11,5% e il pil che dopo il sonoro -4,5% del 2009 e il rimbalzino 2010-2011 (+3,5), ha perso l’1,1% tra 2012 e 2013, con la speranza che si possa guadagnare un misero 0,8% a fine anno.
In ogni caso, l’errore concettuale di fondo è la delega totale sull’economia che i governi hanno affidato, deresponsabilizzandosi, alle banche centrali. Anche nella migliore delle applicazioni pratiche, questa “nuova normalità” di politiche monetarie ultraespansive non è certo la soluzione definitiva alla crisi. Basta ricordarsi che per effetto delle azioni dei banchieri centrali attualmente nel mondo ci sono derivati per 710 trilioni di dollari, oltre 9 volte l’ammontare del pil planetario: il 25% in più della massa esistente al momento della scoppio della grande crisi. Senza contare che sono aumentati i debiti sovrani in quasi tutto l’Occidente, con l’alto e ulteriore rischio di assuefazione a questa nuova “normalità”. Tutto ciò non fa che aumentare il pericolo di una rinnovata e più devastante tempesta finanziaria, con l’aggravante di non aver ancora smaltito, specie in Europa – e in Italia in particolare – le conseguenze, specie recessive e deflattive, di quella precedente. Eppure, i suggerimenti non mancano: dalla cattedra della Fed, Janet Yellen, consiglia ai governi di sistemare i conti pubblici nei momenti di crescita, in modo da avere qualche cartuccia da sparare in quelli di crisi, mentre Mario Draghi chiede che l’Europa proceda alle riforme e alla cessione di sovranità. Ecco, dopo la lezione pratica di questi anni, perché non studiare un po’ di teoria.
(terzarepubblica.it)

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