Se una certezza possiamo avere sul nostro ondivago Paese, essa risiede nella consapevolezza che qui non si impara mai dai propri errori. Anzi, al contrario, si perpetua una perseveranza nell’errare che pare una sorta di accanimento masochistico volto a scardinare ulteriormente il già fin troppo sfilacciato tessuto sociale cui apparteniamo. La discussione sul testamento biologico è l’esempio evidente di quanto sopra, soprattutto se accompagnata dalla denuncia a carico di Beppino Englaro e di tutti coloro che hanno collaborato al fine vita di sua figlia Eluana. Le cronache parlamentari degli ultimi giorni hanno segnato una sorta di rovesciamento delle parti in commedia, apparentemente inspiegabile se si considera che si è verificato in soli quindici giorni dalla morte di Eluana, ma che in realtà è l’immagine reale di uno scollamento di posizioni che viene negato a parole ma esiste di fatto all’interno dei due poli. L’insensata corsa al decreto legge che doveva interrompere la procedura avviata da Englaro con l’assenso della Magistratura, faceva trasparire posizioni nette ed estreme, in un senso o nell’altro, nella questione del trattamento di fine vita, posizioni che, morta Eluana e spento il clamore intorno al suo caso, si sono in realtà sgretolate, come era logico che fosse, in una più articolata – e vorremmo dire più naturale – miriade di convinzioni, per cui si è assistito ad una sorta di rovesciamento di parti dove il Pd sembra aver sposato le tesi Teodem e dove invece il Pdl ha mostrato ampi margini di dubbio e di ripensamento rispetto a certe tesi fortemente assolutiste della prima ora.
E’evidente che quando il Parlamento si trova a dover legiferare su questioni di carattere etico soffre in maniera esponenziale di una carenza di oggettività che, spesso, è accompagnata anche da una mancanza di sostanziale sincerità, perché le prese di posizione ideologiche vengono fatte prevalere su quelle personali, con il pessimo risultato di reiterare una contrapposizione che poco o, meglio, nulla ha a che vedere con le effettive necessità poste dai vuoti legislativi da colmare. La precipitazione degli eventi causata dal caso Englaro, ha messo dolorosamente il dito nella piaga di una classe politica neghittosa ed imbelle che per molti anni ha preferito voltare la faccia da un’altra parte e continuare a negare la necessità di un testamento biologico, giudicandola una non priorità; non solo, ma la reazione degli italiani ha preso in contropiede coloro che con troppa sicumera pensavano di avere la ragione in tasca, perché non c’è sondaggio di opinione – compresi quelli commissionati dal centrodestra – che non abbia rilevato come la maggioranza degli intervistati propendesse per la libertà di scelta, e si sono moltiplicati i casi di persone che si sono rivolte ai notai per ratificare una dichiarazione sul trattamento di fine vita in accordo con i propri familiari. Raramente come in questo caso, si è visto come il paese reale, ovvero quello costituito da noi cittadini, sia molto più avanti, ed anche molto più avveduto, della propria classe politica, e questa sarebbe una preziosa lezione su cui riflettere, se solo in Parlamento avessero voglia di farlo. Impostare la discussione sul testamento biologico su una mera contrapposizione ideologica fra chi ritiene la vita un bene indisponibile e chi invece ritiene che l’individuo abbia piena sovranità su se stesso, è semplicemente il modo più sbagliato di affrontare un simile argomento, perché ripropone l’inevitabile scontro fra i sostenitori dello stato etico e quelli dello stato laico. Un tema così sensibile per tutti noi come quello del trattamento di fine vita non può in alcun caso diventare terreno di dibattito ideologico, come è accaduto purtroppo al corpo della povera Eluana, altrimenti hanno ragione coloro, e cominciano ad essere molti, che sostengono che piuttosto che una legge fatta male è meglio non averne una, e lasciare ai singoli individui od alle loro famiglie facoltà di rivolgersi alla Magistratura per vagliare ogni caso. Ma questo significherebbe registrare l’ennesima sconfitta di una classe politica del tutto incapace di una discussione ampia e razionale su un tema che si vuole restringere ad ogni costo sul piano dell’etica, ma che in realtà ci ripropone l’eterna vexata quaestio mai risolta nel nostro paese e causa di tanti ritardi, di troppe discriminazioni, di tutele negate, di ingiustificabili ottusità, di ipocrite prese di posizione: l’Italia è uno stato laico? O meglio, è in grado di esserlo?! Il Testamento biologico NON è un obbligo, dunque arrivare ad un testo di legge su questo tema significa solo ed esclusivamente offrire ai cittadini una possibilità di scelta, ovvero lasciare loro libertà di coscienza all’interno di una situazione resa chiara dalla presenza di una legge. Questo significa che il cattolico credente e praticante non ricorrerà a simile normativa, ritenendola al di fuori delle proprie convinzioni, mentre un laico convinto potrà farne uso nei termini previsti secondo la propria libertà di scelta che ha pari dignità e legittimità di quella di un cattolico. Lo stato non può in nessun caso entrare nella sfera personale dell’individuo e stabilire al posto suo a chi o a che cosa appartenga la propria vita, e tentare di codificare con una legge lo stato etico significa tornare indietro di secoli ma, soprattutto, aprire la strada a totalitarismi e integralismi di ogni genere: oggi stabilisco a chi appartiene la tua vita, domani stabilirò cosa devi pensare, domani l’altro deciderò cosa puoi dire o non dire, e così via. Se non si riesce a superare una volta per tutte questa terribile impasse ideologica, questo paese continuerà a pagare la propria incapacità di una gestione autenticamente liberale della vita sociale, che invece prevede il rispetto e la legittimità di posizioni diverse di cui lo stato deve tenere conto nel legiferare. La mancanza, direi di più, la latitanza di una profonda e sostanziata cultura liberale ci hanno portati ad un situazione sempre più insostenibile che di fatto crea lacerazioni profonde nel nostro tessuto sociale, perché via via che l’evolversi di vecchi modelli sociali in modelli contemporanei avanza, noi restiamo sempre più indietro e consumiamo un patrimonio di libertà individuali che si fa ogni giorno più ristretto. Non si parla qui di gestione egoistica ed autoreferenziale della propria vita, della quale troppi mistificatori ci accusano di essere sostenitori, ma si parla invece di un concetto fondamentale che in questo paese è stato completamente rimosso: la responsabilità individuale. Responsabilità che ci mette di fronte a noi stessi, restituendoci la nostra libertà di scelta ma anche la nostra consapevolezza di fronte agli errori. E’ora di finirla con l’insopportabile stagione del “è colpa della società, del sistema, della comunità” e di ricominciare a ragionare in termini di responsabilità individuale, prima che sia veramente troppo tardi e questo paese si ritrovi ad essere ridotto ad una massa anonima ed immemore di figli dello stato etico, senza più capacità di prendere decisioni e senza più la volontà di assumersi il peso del proprio destino.
ChiBo

Lascia un commento