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Terre rare: il lungo corso per il Made in the USA

I controlli all’export introdotti dalla Cina nell’aprile 2025 hanno rappresentato un momento di accelerazione della strategia degli Stati Uniti sulle terre rare. Se il blocco imposto da Pechino al Giappone nel 2010 aveva già mostrato come questi materiali potessero essere utilizzati quale strumento di pressione diplomatica, gli eventi del 2025 hanno evidenziato qualcosa di ancora più significativo: il vero strumento di coercizione economica si concretizza sempre di più nelle fasi industriali a valle della filiera.

di Istituto Ispi | 19 Settembre 2026

di Alberto Prina Cerai*

I controlli all’export introdotti dalla Cina nell’aprile 2025 hanno rappresentato un momento di accelerazione della strategia degli Stati Uniti sulle terre rare. Se il blocco imposto da Pechino al Giappone nel 2010 aveva già mostrato come questi materiali potessero essere utilizzati quale strumento di pressione diplomatica, gli eventi del 2025 hanno evidenziato qualcosa di ancora più significativo: il vero strumento di coercizione economica si concretizza sempre di più nelle fasi industriali a valle della filiera. 

Attraverso un processo burocratico esasperato dai requisiti del ministero del Commercio per concedere le licenze, i controlli hanno ottenuto effetti distorsivi, in una cornice di legalità interna, sulle catene di approvvigionamento occidentali, rallentando le esportazioni di magneti permanenti e derivati di terre rare verso Stati Uniti ed Europa e costringendo diversi attori industriali a rivedere temporaneamente la propria attività. Un primo stress test della resilienza delle supply chain, dimostrando come il vero punto di vulnerabilità non sia rappresentato dall’attività o dipendenza mineraria, bensì dalla produzione di magneti permanenti (NdFeB), asset essenziali per veicoli elettrici, turbine eoliche, robotica, elettronica avanzata e sistemi di difesa. Una lezione che è stata rapidamente assimilata a Washington.

Mine-to-magnet? Una strategia integrata, ma complessa

Il cambiamento più significativo introdotto dall’amministrazione Trump non riguarda tanto l’entità delle risorse finanziarie mobilitate, quanto la natura stessa degli strumenti impiegati. Per oltre quarant’anni gli Stati Uniti hanno sostanzialmente devoluto al mercato – lo stesso private equity si è progressivamente eroso nel mondo minerario, spostandosi verso lidi più interessanti, come Canada e Australia – il compito degli approvvigionamenti (anche quelli strategici), intervenendo nell’industria soltanto in misura limitata. Negli ultimi anni questo paradigma è cambiato radicalmente, a causa del COVID-19 ma soprattutto per l’insostenibile sovraesposizione alla Repubblica popolare cinese: un case study in cui il “trading with the enemy” assume un rischio geopolitico che spezza definitivamente il compromesso economico, frutto della globalizzazione. Nel caso delle terre rare e dell’interventismo federale che si è consolidato negli ultimi anni, questo cambiamento è triplice e in qualche modo si appropria di esempi asiatici e indecisioni europee.  In particolare, il caso di MP Materials è degno di essere sviscerato come simbolo del “capitalismo strategico”. 

Primo, picking (and protecting) the winners. Nel luglio 2025 l’azienda MP Materials – successivamente seguita da USA Rare Earth – ha siglato una partnership con il dipartimento della Difesa (DoD) incentrata su diversi punti: un prezzo minimo garantito per le terre rare leggere e magnetiche; l’espansione degli investimenti in conto capitale (capex) per la produzione di magneti negli USA; una partecipazione azionaria del DoD in MP. La sola garanzia sul prezzo potrebbe sostenere una crescita dei ricavi del 30% secondo alcune previsioni nei dieci anni coperti dall’accordo, con il DoD che ha fissato un prezzo minimo di 110 $/kg per tutti i prodotti contenenti NdPr (neodimio-praseodimio), inclusi ossidi, metalli e concentrati. Se il prezzo di mercato scende al di sotto di tale soglia – l’assunto è che Pechino prosegua con il dumping commerciale –, Washington compensa la differenza. La garanzia è operativa a partire dal quarto trimestre del 2025, con il primo pagamento effettuato nel primo trimestre di quest’anno. Sulla scia degli Stati Uniti, anche gli altri Paesi del G7 e l’UE stanno valutando meccanismi di price floor. Garantendo un prezzo minimo per una finestra di lungo periodo, il governo americano altera radicalmente il profilo di rischio economico degli investimenti nella filiera delle terre rare. In condizioni normali, infatti, la redditività di un nuovo impianto dipenderebbe dall’andamento estremamente volatile dei prezzi internazionali, influenzati dalla capacità produttiva cinese e non ancorati a benchmark alternativi. Tale incertezza, insieme alle difficoltà di esecuzione dei progetti, ha storicamente rappresentato uno dei principali ostacoli allo sviluppo di nuovi progetti minerari e metallurgici al di fuori della Cina.

Secondo, vertical integration. Dagli anni Novanta, il business occidentale si è concentrato intorno a un mantra: fuori i conglomerati industriali, dentro gli specialisti settoriali. Le aziende dovevano concentrarsi in nodi specifici della supply chain: un approccio che in molte industrie – come quella dei microchip – ha garantito agilità, innovazione e aggressività sul mercato. In altre, come nell’industria dei magneti, ha portato a un’eterogenesi dei fini: dalla necessaria dispersione[1] si verifica il consolidamento in Oriente, considerato un nuovo terreno fertile. Un processo riassumibile con la massima di Jiang Zemin: “Improve the development and use of rare elements, and change the advantage offered by resources into economic superiority”. 

Oggi il business plan di MP coincide perfettamente con la rinnovata necessità strategica degli USA: espandere il più possibile le capacità produttive ma integrandole ai segmenti più critici. Nell’aprile 2025 MP ha interrotto completamente le spedizioni di concentrato di terre rare leggere (MREC), come cerio e lantanio, verso la Cina e ha accelerato l’incremento delle attività di raffinazione della Fase II a Mountain Pass, il deposito in gestione in California. In precedenza, gli Stati Uniti esportavano annualmente in Cina questi composti in surplus – destinati alla necessaria lavorazione – per un valore di circa 207 milioni di dollari l’anno. Alla fine del 2023 MP ha avviato le operazioni di raffinazione e separazione diretta a livello nazionale e, a partire dalla fine del 2024, ha iniziato la produzione di metalli di terre rare – come progetto pilota, non industriale. Una volta che le attività di raffinazione e separazione saranno pienamente operative a livello commerciale, si prevede che la capacità annua supererà le 6mila tonnellate: un volume pari a circa il 15% dell’offerta globale e, in teoria, sufficiente a supportare lo stadio successivo, in un perimetro di sicurezza nazionale. 

Infine, demand guarantees. La necessità alla base di questo massiccio piano di verticalizzazione, e in generale di espansione delle capacità negli USA, non è volta solo a garantire una base industriale per la Difesa svincolata da Pechino, ma soprattutto per provare a intercettare i nuovi trend su cui si giocherà un’altra battaglia. Elettrificazione e physical AI (Figura 1) potrebbero accelerare la domanda di terre rare e magneti, seppur i due settori ora trainanti sui volumi – auto elettriche e turbine eoliche – abbiano subito una decelerazione a causa delle politiche anti-green di Trump e dell’incertezza sull’impatto dei dazi per il reshoring manifatturiero americano. Tuttavia, se non tenessimo conto di questi due macro-trend, risulterebbe molto difficile giustificare i piani industriali di MP con le sole esigenze del Pentagono. Da quest’anno l’azienda ha avviato la cosiddetta Fase III con il suo ingresso concreto nel segmento magnet manufacturing. L’ingresso nella produzione – un’attività a margini più elevati – comporta un aumento della capacità produttiva di circa dieci volte (10x) entro il 2028 dalle circa 1.000 tonnellate attuali. Il dipartimento della Difesa si è impegnato a garantire l’acquisto dell’intera produzione del nuovo stabilimento. Sull’onda dell’ingresso del Pentagono tra gli azionisti di maggioranza della società, nel luglio 2025 MP ha inoltre siglato un accordo di fornitura a lungo termine con Apple, del valore di circa 500 milioni di dollari. MP prevede di produrre magneti al neodimio-ferro-boro (NdFeB) utilizzando materie prime riciclate presso lo stabilimento di Fort Worth, con l’avvio delle spedizioni su larga scala nel 2027. Più incerta appare invece la partnership con General Motors per via della poca visibilità sul mercato della sua divisione EV. 

In generale, si tratta di un insieme di misure che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate incompatibili con la tradizionale impostazione liberale dell’economia americana. Una simile lettura, tuttavia, dimentica che la libertà d’impresa negli USA ha spesso trovato paletti d’eccezionalità. In altre parole, l’obiettivo non è sostituire il mercato, bensì renderlo compatibile con esigenze strategiche. In questa chiave di lettura, dunque, le terre rare cessano così di essere considerate semplici commodity e vengono progressivamente trattate come abilitatori della sicurezza nazionale. 

America First, ma tra gli ultimi 

Se il primo pilastro della nuova strategia americana consiste nella ricostruzione della capacità industriale domestica, il secondo riflette una presa di coscienza altrettanto importante: gli Stati Uniti non possono ricostruire autonomamente l’intera filiera delle terre rare. I colli di bottiglia che Pechino ha sfruttato con i controlli all’export lo hanno ricordato. E soprattutto, questa corsa a svincolarsi dalla Cina vede tutti i pretendenti comunque in una posizione di ritardo. Gli USA corrono, sì, ma dalle retrovie. Il tema è quanto questo catch-up sarà perseguito passando il testimone agli alleati. 

Questa constatazione deriva anzitutto da un limite geologico. Mountain Pass, come Mt. Weld in Australia, rappresentano gli unici due giacimenti mondiali di terre rare tornati in attività fuori dalla Cina negli ultimi 15 anni; tuttavia, entrambi contengono quantità molto limitate di disprosio e terbio, input indispensabili per la produzione dei magneti permanenti ad alte prestazioni per le applicazioni di cui sopra. Al contrario, la produzione mondiale di terre rare pesanti (HREE) continua a essere concentrata in larga misura nei depositi di argille ioniche del sud della Cina e, in misura crescente, del Myanmar (Figura 2). Ciò significa che nessuna iniziativa nazionale potrà realisticamente eliminare nel breve periodo questa vulnerabilità. A patto di scoprire e portare sul mercato depositi dalle simili caratteristiche. Lynas ha iniziato a raffinare DyTb[2] nel suo impianto in Malesia, ma a ritmi e volumi ben distanti dalle proiezioni per una filiera indipendente dalla Cina. La società Mkango Resources, con il supporto della US Development Finance Corp (DFC) statunitense, sta sviluppando in Malawi uno dei progetti di terre rare più promettenti in questo senso e previsto per sostenere le attività industriali di HyProMag sparse tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania. Non a caso, il deposito di Songwe Hill è uno dei 13 progetti strategici offshore selezionati dalla Commissione europea nell’ambito dell’European Critical Raw Materials Act.

È in questo contesto che la strategia americana deve necessariamente passare dal concetto di autonomia produttiva a quello di resilienza collettiva. Più che sperare di garantire ogni fase della produzione entro i confini nazionali, Washington punta oggi a costruire una rete distribuita tra Paesi alleati, nella quale ogni partner contribuisce alle diverse fasi della catena del valore secondo i propri vantaggi comparati. Una sorta di specializzazione, ma selettiva e secondo canoni di sicurezza economica e non di efficienza. 

Australia, Canada e Brasile assumono un ruolo prioritario nell’espansione dell’offerta mineraria considerando le loro riserve geologiche, anche di terre rare pesanti, ed expertise. Il Giappone continua a rappresentare uno dei principali detentori di competenze tecnologiche nella produzione di magneti permanenti, mentre l’Europa contribuisce attraverso nuove capacità di raffinazione e separazione. L’Arabia Saudita, invece, si candida a ospitare nuove attività chimiche/metallurgiche grazie alla disponibilità di energia competitiva e di capitali. Il risultato potrebbe essere la progressiva costruzione di una “allied supply chain”, nella quale la sicurezza dell’approvvigionamento dipende sempre di più dalla cooperazione tra fornitori considerati politicamente affidabili.

Questa evoluzione rappresenta una differenza sostanziale rispetto alle politiche industriali adottate negli anni successivi alla pandemia. Se il dibattito sul reshoring aveva privilegiato il ritorno prioritario della produzione sul territorio nazionale, il settore delle terre rare dimostra come, almeno per alcune materie prime critiche, tale obiettivo sia irrealistico per fattori strutturali che precedono il nuovo corso della sicurezza economica. Quest’ultima, dunque, non deve ambire necessariamente all’autosufficienza, bensì alla capacità di influenzare una rete internazionale fatta di competenze, investimenti e attività industriali. L’obiettivo, quindi, non è condannare la specializzazione dei settori ad alto contenuto tecnologico, ma ricostruirla e mantenerla dove è più sicuro. 

Il progetto di una “critical minerals preferential zone”, lanciato dalla ministeriale di febbraio 2026 presso il dipartimento di Stato, a Washington, e poi confermato nell’ultimo vertice del G7 a Parigi, si inserisce precisamente in questa logica. Non si tratta di favoritismi commerciali tra Paesi alleati, ma di creare una “zona di mercato esclusiva” caratterizzata da un approccio condiviso in materia di investimenti strategici, standard industriali, sostegno pubblico e strumenti di difesa commerciale che possa creare le condizioni per un’offerta alternativa e resiliente. In altre parole, Washington sta cercando di costruire un’architettura economica nella quale la sicurezza della supply chain diventi un bene collettivo condiviso tra le economie partner. Terre rare e magneti sono un primo banco di prova. 

È davvero un Club? La “cotta di maglia” americana

Nonostante l’urgenza impressa e condivisa con i partner G7 da Washington, la dimensione internazionale della corsa alle terre rare presenta ancora alcune contraddizioni irrisolte. In primo luogo, la volontà di assicurarsi depositi promettenti all’estero rischia di entrare in tensione con le strategie industriali dei Paesi partner. L’interesse manifestato da USA Rare Earth per l’acquisizione del progetto brasiliano Serra Verde, ad esempio, ha suscitato critiche da parte di esponenti del governo di Brasilia, preoccupati che gli incentivi pubblici americani possano favorire il trasferimento all’estero di asset considerati strategici per l’industrializzazione nazionale. 

In secondo luogo, la crescente enfasi sulla cooperazione con gli alleati non elimina necessariamente le resistenze e priorità industriali nazionali. Lynas, che ben esemplifica il ruolo dell’Australia nel quadro delle iniziative di FORGE, del Quad e del G7, rimane strettamente legata agli interessi strategici del Giappone, che attraverso JOGMEC continua a rappresentarne uno degli azionisti di riferimento e il principale sostenitore finanziario. Anche la Francia, un tempo depositaria della metallurgia con Solvay, si muove perlopiù in solitaria. Più che una filiera occidentale unitaria, si delinea quindi una rete di alleanze nella quale si intravedono delle crepe: interessi nazionali parzialmente convergenti ma che rischiano di sfaldarsi in caso di tensioni asimmetriche con la Cina – gli export control cinesi hanno colpito nel breve termine più l’UE che gli USA.

Terzo, l’espansione ipertrofica della capacità produttiva americana di magneti NdFeB, sostenuta da un massiccio intervento pubblico, potrebbe generare distorsioni sia all’interno che all’esterno della filiera. I numerosi progetti annunciati negli Stati Uniti superano ampiamente l’attuale domanda domestica, alimentando una crescente rivalità tra operatori come MP Materials e USA Rare Earth per meritarsi il sostegno del Pentagono e lo status di chosen winner, come dimostrano anche le recenti controversie sui brevetti e sulla proprietà intellettuale. Oppure, tra alleati, come evidenziato dalla controversa acquisizione della tedesca Vacuumschmelze GmbH & Co. (VAC) – uno dei pochi produttori di magneti rimasti in Occidente – da parte dell’americana Energy Fuels. Allo stesso tempo, le iniziative di Washington stanno concentrando l’attenzione quasi esclusivamente su neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, i quattro elementi al centro dello sviluppo della filiera dei magneti permanenti fuori dalla Cina (Figura 3). 

Paradossalmente, la risposta occidentale sembra confermare uno dei più celebri Trentasei Stratagemmi della tradizione militare cinese, Wu Zhong Sheng You (无中生有): “creare qualcosa dal nulla”. Più che provocare un’immediata crisi di approvvigionamento, le restrizioni introdotte da Pechino su disprosio, terbio, magneti permanenti e altri segmenti della filiera hanno contribuito a rafforzare la percezione di una futura vulnerabilità dell’intero ecosistema NdFeB, inducendo USA e alleati a concentrare risorse finanziarie, capacità industriale e attenzione politica quasi esclusivamente su questa filiera, mentre la domanda di magneti permanenti rimane ancora in una fase relativamente embrionale e di scenario (Figura 3). In questo senso, lo stratagemma non induce soltanto una risposta industriale, ma anche una distorsione cognitiva: orienta l’attenzione su alcuni materiali e alcune filiere, relegandone altre ai margini del dibattito.

Dunque, mentre l’Occidente accelera lo sviluppo della filiera NdFeB che dovrà comunque competere con quella cinese, altri elementi delle terre rare come l’ittrio – anch’esso soggetto ai controlli cinesi e indispensabile per turbine aeronautiche, litografia EUV e produzione di semiconduttori – o gas nobili come l’elio che ha applicazioni convergenti continuano a ricevere un’attenzione sensibilmente inferiore. Il rischio è che la strategia occidentale finisca per rispecchiare proprio una gerarchia delle priorità definita da Pechino, anziché sviluppare una visione sistemica sulle materie prime critiche. 

Uno scontro senza regole

Il consolidamento della strategia americana sulle terre rare va quindi letto in una prospettiva più ampia, con gli USA che stanno cercando di alternare la logica economica dell’intera filiera con un nuovo protagonismo (ma selettivo) dello Stato.

Per oltre trent’anni la leadership cinese si è fondata su una combinazione di integrazione verticale, capacità produttiva, sostegno pubblico e manipolazione dei prezzi per scoraggiare lo sviluppo di concorrenti internazionali. Washington sembra aver scelto una strada simile, ma che non potrà percorrere con carenze geologiche interne e senza valutare lo sviluppo della domanda interna. Due fattori che hanno giocato, invece, a favore della Cina. 

La costruzione di un “Club delle materie prime critiche” dimostra, inoltre, come la sicurezza economica non possa più essere interpretata esclusivamente in chiave nazionale. La disponibilità di risorse, capacità industriali e competenze tecnologiche è troppo distribuita per consentire una piena autosufficienza, come dimostra il caso delle terre rare. 

E forse è ancora questo il principale ostacolo: nessuno sembra voler svendere anche la minima specializzazione rimasta, ma diventa piuttosto la carta d’ingresso per entrare nel Club. Le terre rare rappresentano probabilmente il laboratorio più avanzato di questa partita in cui chi dà le carte – gli USA – è al contempo impegnato in uno scontro senza regole con chi quelle carte le custodisce. 

Alberto Prina Cerai

*Istituto Ispi

[1] Nel 1995 Magnequench, una divisione di General Motors, venne venduta a un consorzio cinese.

[2] DyTb è l’abbreviazione utilizzata nel settore per indicare il disprosio (Dy) e il terbio (Tb), i due elementi delle terre rare pesanti (HREE) più importanti.

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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