Il secolo breve narrato da uno straordinario analfabeta siciliano, “alfabeta”, come amava definirsi divenuto nel 2000 uno straordinario caso letterario.

Il secolo breve narrato da uno straordinario analfabeta siciliano, “alfabeta”, come amava definirsi divenuto nel 2000 uno straordinario caso letterario. Il suo Terra matta, presentato e premiato a Pieve Santo Stefano nel concorso diaristico nazionale e che Giulio Einaudi Editore ha pubblicato nel 2007, si presentava come una corposa raccolta di fogli, legati dallo spago e scritti in una lingua personalissima , un misto fra il dialetto siciliano e un italiano smozzicato.
In circa mille pagine Vincenzo Rabito narra la sua vita, dalla nascita nel 1889 a Chiaramonte Gulfi, paesino nell’interno siciliano, alla sua partecipazione alla I^ guerra mondiale, all’adesione al fascismo (scelta opportunistica per chi, come lui, aveva aderito alle idee socialiste) “…che quasi mi dispiace abbandonare…”, al matrimonio, all’emigrazione, ai figli.
Una vita “patita e raccontata” anche nei suoi episodi peggiori, senza cercare mai giustificazioni e autoassoluzioni, scandita dalla voce narrante che accompagna le riprese della Quatriglio nei luoghi, nelle strade, che Rabito aveva percorso.
Un secolo della nostra storia narrata al maschile, un racconto che evidenzia come niente è cambiato, quale cammino abbiamo percorso per diventare l’Italia che siamo.
Rabito si appoggia al politico, ne cerca la protezione…l’aiutino. Ieri come oggi.
Rabito, da autodidatta, riferisce con orgoglio come si fosse formato e avesse basato le sue conoscenze letterarie ascoltando i cantastorie, fino a sentire l’esigenza, l’urgenza di conoscersi; sente la necessità di raccontare per capire chi veramente è Vincenzo Rabito.
E scrive a macchina pagine e pagine di un diario in cui pensieri, ricordi, riflessioni, considerazioni, si manifestano mentre, secondo la tradizione dei cantastorie, il paesaggio prende forma e si amalgama alle parole che si fondono alle immagini d’archivio, sapientemente inserite da Costanza Quatriglio.
Le parole dattiloscritte diventano sempre più grandi fino ad invadere lo schermo, incise nelle pietre della memoria, scorrono nell’acqua, nel letto del fiume di una vita raccontata e filmata come l’epopea di un popolo.

Lascia un commento