Prima tagliare le spese, poi le tasse e ad ogni eventuale aumento di spesa deve corrispondere un analogo taglio delle uscite. Con questa filosofia il ministro Padoa-Schioppa si appresta a varare la Finanziaria 2008. Il proposito è buono e concettualmente giusto ma è destinato a restare sulla carta. Non tanto per cattiva volontà del ministro quanto per le oggettive difficoltà di un sistema politico come quello italiano incapace di prendere una qualsiasi decisione che implichi un minimo di impopolarità. Del resto le prime discussioni sui conti dello Stato per il 2008 lo stanno dimostrando. A fronte di un piano di risparmi per 21 miliardi di euro, il titolare del dicastero di Via XX Settembre si è visto presentare richieste, in aumento, per 30 miliardi. La quadratura del cerchio sarà difficile non tanto per la presenza nella maggioranza di governo di una forte sinistra radicale che fa della spesa pubblica uno dei cardini della sua azione politica, lo stesso infatti è avvenuto anche con il governo di centro destra, quanto perché in Italia difetta, oltre ad un sistema politico che favorisce le decisioni, una cultura politica moderna. Basta un ridimensionamento anche minimo nelle spese che subito qualcuno si alza e grida alla “macelleria sociale”. Il fatto non sarebbe rilevante se quel grido non trovasse subito una folla di adepti. Di conseguenza anche i meglio intenzionati lasciano perdere. Invece il taglio della spesa pubblica è la principale priorità del Paese. Per diminuire la pressione fiscale e per rilanciare gli investimenti. Inizialmente si perde qualcosa ma con il tempo si recupera tutto e con gli interessi. Se ne avvantaggia non solo la parte più abbiente della popolazione ma proprio quella meno fortunata. Con lo sviluppo si mette a disposizione dei cittadini una torta più grande. Una percentuale minore di una torta grande e sempre maggiore di una percentuale maggiore di una torta minore. Del resto basta guardare cosa è avvenuto in Germania e in Inghilterra e cosa ora sta preparando la Francia di Sarkozy. L’esempio della Merkel è illuminante. In quattro anni la spesa pubblica tedesca è passata dal 48,5% del Pil al 44,7 e l’obiettivo per il 2009 è il 42,5. E’ aumentata la competitività e il Paese sta riassorbendo tutta la disoccupazione. Da sottolineare che il programma di riduzione del welfare state fu avviato dal precedente governo, rosso-verde. La Merkel lo sta sviluppando e portando alla sue logiche conseguenze. La stessa cosa ha fatto Blair in Inghilterra. Lo stesso si appresta a fare la Francia. Al seminario economico di Cernobbio il nuovo ministro dell’economia francese ha scatenato gli entusiasmi della platea parlando delle misure che quel governo si appresta a varare: meno tasse sulle imprese, sgravi fiscali fino al 30% per chi investe in ricerca, modernizzazione delle strutture pubbliche, limite massimo alla pressione fiscale per i cittadini, nessuna abdicazione alla responsabilità del governo nei confronti con le parti sociali. La situazione italiana avrebbe bisogno di ancora più coraggio visto che il nostro è il terzo debito pubblico del mondo. Per questo la ricetta di Padoa Schioppa andrebbe rovesciata. Prima tagliare le tasse e poi ridurre le spese, come conseguenza dei minori introiti. Una riduzione forzata della spesa pubblica. Ma anche qui bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Vanno certo bene tutte le misure di razionalizzazione e di riduzione delle spese improduttive ma bisogna avere il coraggio intellettuale di dire che se non si interviene sui capitoli della previdenza e della sanità non si otterranno mai risparmi veri e significativi e soprattutto non si riuscirà a fermare la dinamica di crescita della spesa pubblica. E’ come se a monte si cercasse di riempire un bacino versandoci acqua con i secchi mentre a valle si allarga la falla alla base della diga.
Serve a questo la battaglia culturale. A lasciare a casa gli slogan tipo “macelleria sociale” e a far passare il concetto che per lo sviluppo di un paese, ed anche per assicurare più giustizia sociale, serve “meno Stato e più libertà”.
Giancarlo Magni

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