
Vi è una singolare eterogenesi dei fini, degna delle più cupe pagine della psicologia sociale, per cui oggi l’antifascismo, svuotato della sua originaria funzione critica e storica, si trasmuta con inquietante naturalezza in una economia del comando.
Non più prassi di vigilanza democratica, ma pulsione identitaria, parola d’ordine che assolve preventivamente chi la pronuncia e colpevolizza chiunque ne resti fuori. È qui che il paradosso si chiude: l’antifascista che non dubita mai di sé diventa, strutturalmente, il peggior fascista possibile.
Perché il fascismo, prima ancora che una cronologia, è una configurazione psichica collettiva: bisogno di appartenenza assoluta, libido dell’obbedienza, terrore della complessità, pulsione alla semplificazione violenta del reale.
Le masse, come insegna la psicologia novecentesca, non cercano argomenti ma certezze, non ricercano il dialogo ma protezione, non vogliono verità ma totem. E ogni totem esige sacrifici. Oggi il sacrificio è “il dissenso” in varie forme da quelle meno palesi a quelle violente.
La bandiera dell’antifascismo, sventolata come amuleto morale, produce così un curioso effetto di immunizzazione narcisistica: chi la brandisce si percepisce come ontologicamente legittimato, sottratto per definizione a ogni possibilità di errore. Da qui la trasformazione del linguaggio in strumento di coercizione, della retorica in manganello simbolico, della moralità in arma di interdizione.
Non c’è discussione, ma decreti inappellabili. Non si confuta, si espelle. Non si argomenta ma si patologizza l’altro come male da espellere.
È il trionfo della massa giustiziera, che agisce non per riflessione ma per contagio emotivo, secondo un meccanismo di risonanza che cancella l’individuo nel nome di un Bene astratto e indiscutibile. Il fascismo storico mobilitava corpi; quello odierno mobilita coscienze eterodirette, producendo la stessa obbedienza, ma con una grammatica rovesciata.
L’antifascismo autentico, invece, è un esercizio instabile, inquieto, sempre esposto al rischio del dubbio; è una tensione verso il pluralismo, non una certezza granitica. Quando diventa dogma, smette di essere difesa della libertà e si converte nella sua simulazione autoritaria.
Per questo i provvedimenti necessari non sono solo normativi, ma eminentemente antropologici e culturali: occorre disinnescare i meccanismi di suggestione collettiva, ricostruire anticorpi critici contro la seduzione della semplificazione morale, difendere lo spazio del conflitto argomentato dall’invasione della scomunica.
Altrimenti il fascismo continuerà a sopravvivere nella forma che gli è sempre stata più congeniale: quella che non ha bisogno di proclamarsi tale, perché si crede, il bene assoluto.
David Pacifici

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