Così come i meteorologi ci spiegano la differenza fra la temperatura reale e quella da noi percepita, gli storici dovrebbero ragionare sulla loro materia allo stesso modo, ovvero operando una netta e pragmatica distinzione fra la Storia scritta nei volumi e quella realmente percepita, e dunque assorbita, dalla gente comune. Sulla base di questa distinzione, ad esempio, si potrebbe spiegare come mai le donne che pure hanno speso se stesse e le loro migliori risorse per la causa del Risorgimento italiano siano ignote ai più, mentre tutti ricordano – complice anche una fiction televisiva – la Contessa di Castiglione, che pare costituire l’unico anello di congiunzione al femminile fra il passato ed il presente, come dire che tra la escort di Cavour e quelle di Arcore il tempo pare essersi fermato alla solita congiuntura tra sesso e potere tipica delle società dominate dal maschilismo istituzionalizzato e dall’arretratezza culturale. Ora, è chiaro che questa è una provocazione, peggio, una boutade cui siamo ricorsi per aprire questa breve riflessione a margine dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ma a ben guardare non è una forzatura, perché le storie di letto appassionano irrimediabilmente l’opinione pubblica e restano nella memoria molto più a lungo, duole dirlo, degli atti di eroismo che invece tendiamo a dimenticare in fretta, forse perché ci pongono di fronte ad un confronto impari con chi li ha compiuti, sia pure per il bene comune. Ma è anche vero che se analizzassimo il ruolo nella società ricoperto dalle donne del Risorgimento e lo confrontassimo con quello odierno, al di là delle apparenze non troveremmo sostanziali differenze, e questo certo non ci consola molto. E’vero, oggi abbiamo il diritto di voto, l’accesso all’istruzione, la possibilità di lavorare – ma il nostro paese è l’ultimo in Europa per l’occupazione femminile, non dimentichiamolo mai – possiamo divorziare ed abortire, abbiamo persino un inutile Ministero che a parole dovrebbe garantirci le Pari Opportunità, rappresentiamo la maggioranza della popolazione e dunque del bacino elettorale, eppure siamo terribilmente minoritarie, schiacciate tra luoghi comuni duri a morire e discriminazioni di genere, fra ritardi culturali abissali e divisioni sorde ad ogni senso di solidarietà, fra politiche a nostro favore inesistenti e modelli sociali tuttora improntati esclusivamente al maschile – dunque di cosa dovrebbero rallegrarsi oggi le Sorelle d’Italia? Domanda alla quale è difficile rispondere, e che ci porta a vedere un filo rosso evidente che lega le poche elette agli onori delle cronaca prima e della Storia poi, nel nostro recente passato, e le poche che oggi sulla stessa ribalta cronachistica stanno, non sempre per meriti oggettivi, a dire il vero: un filo rosso che parla inesorabilmente di una minoranza a prescindere. Se il cittadino medio ignora – e vive felice ugualmente, diciamolo – persino l’esistenza di una Cristina di Belgioioso, ad esempio, ma saprebbe apprezzabilmente rispondere sui motivi della notorietà della Contessa di Castiglione, ciò avviene per lo stesso motivo per cui ignora nomi e ruoli di donne oscure e tuttavia preziose al nostro paese oggi, ma saprebbe riconoscere a colpo una foto di Sara Tommasi sia pure sfocata e presa da dietro. Dunque lo stereotipo non solo è duro a morire, ma sembra addirittura rinvigorirsi col passare degli anni, dei secoli e persino dei millenni, e certo non possiamo chiamarci fuori da questa situazione e dire che non è colpa nostra, perché se in questo paese manca una vera forte radicata cultura del rispetto e del valore del ruolo della donna, e si oscilla tuttora fra la figura della escort e quella della moralista perbenista, come se non ci fossero vie di mezzo ma soprattutto vie d’uscita da questa incancrenita contrapposizione, la colpa, diciamolo, è anche delle donne. Che si sono accontentate di un femminismo sui generis, politicamente corretto e dunque annacquato fino a spalmarsi su posizioni maschili che invece avrebbero dovuto erodere; che si sono schierate a destra o a sinistra, assorbendo modelli precostituiti da altri e lasciandosi dunque docilmente inglobare nella massa anonima; che si sono dimenticate di sé e della propria storia, accattando figure di riferimento altrove invece di guardare al proprio recente passato ed impadronirsene anche culturalmente; che si sono accomodate all’ombra del potere e che oggi teorizzano le quote rosa come se stare chiuse in un ghetto, per quanto privilegiato, possa risolvere ogni conflitto di merito e di competenza e placarlo con la giulebbosa aureola del posticino al sole. Ma soprattutto è colpa delle donne se ancora oggi si dibatte sull’eterno dualismo fra sante e puttane, senza vedere, senza capire, soprattutto senza ragionare sulla reiterazione ossessiva di un confronto fra due modelli prettamente maschili, voluti dagli uomini, creati e difesi da loro e tuttora a loro disposizione come i migliori strumenti per tenerci divise e lontane dal potere, loro supremo feticcio.
Sorelle d’Italia, l’Italia s’è desta – non sarebbe il caso che cominciassimo a svegliarci anche noi?!
Chiara Boriosi

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