
L’isola, è stata sempre un topos polisemico: simbolo di remota solitudine (l’isolamento), come Ogigia o come l’isola della Tempesta shakespeariana ma anche terra-ponte, crocevia di popoli, come la Creta minoica.
E ci può essere anche un’interpetazione traslata. Da Manhattan, a l’Ile de la Cité a Parigi (e con un’accezione più ampia l’Ile de France) il cuore della civiltà contemporanea è spesso un’isola, che denota continuità e discontinuità.
Su una solitaria collina del Somerset, s’innalza la Glastonbury Tor. In epoche remote, quando la piana di Glastonbury era un insieme di paludi e canali la collina sembrava un’isola: era detta Ynis Witryn (l’isola di vetro).
Glastonbury non è la più probabile collocazione di Avalon ma appare la più suggestiva perché è l’isola non-isola, luogo incerto fra cielo, mare e terra. Vi si accede dalla Chaliche Well, la sorgente che per certi versi ricorda la delfica fonte Castalia – dove l’azzurro del cielo si confonde con quello del mare. Ma a Delfi il mondo mediterraneo conferisce una sensualità che contrasta con l’ansia d’infinito del cielo del nord.
Peraltro, il mito mediterraneo ha diversi punti in comune con il ciclo bretone. Guerre estenuanti, avventure in mondi popolati da esseri fantastici; storie di lealtà e di tradimenti ove gli uomini paiono guidati da volontà superiori. E località misteriose che sono quasi sempre isole: Ogigia, Scheria, che ospita la dimensione parallela dei Feaci[1] la terra dei Ciclopi, l’insula Avallonia, forse la stessa Camelot.
I Cavalieri della Tavola Rotonda richiamano gli eroi omerici perché l’ardimento sconfina spesso nella ybris .Ma Lancelot non è un nuovo Achille, né lo è il “puro folle” Perceval. Il simbolismo cristiano racchiuso nella Queste del Graal, non ha dubbi né esitazioni ed è agli antipodi del multiforme Pantheon ellenico dominato dall’imperscrutabile Ananke. Apollo, il civilizzatore, portatore di luce è, al tempo stesso, l’oscuro e l’obliquo.
E’ non è contraddittorio – ha osservato Grytzko Mascioni – che il sapere apollineo conviva con la sregolatezza dionisiaca. La divinità della misura, diffida della pruderie di chi non si abbandona mai ad un eccesso.[2]
Anche nella saga arturiana c’è polisemia. Artù, da figura storica diviene paradigmatica. Nelle Triadi di Britannia ha caratteri tipici delle divinità precristiane: regna su un territorio magico irto di mostri, streghe, giganti .Poi, nell’ Historia regum Britanniae(1135) di Geoffrey de Monmouth inizia la trasformazione in senso cristiano. Ma il mutamento più incisivo avviene con Chretien de Troyes (1130-1190) che introduce il tema della Queste du Graal e dell’amore cortese (Un graal entre ses deus mains, une demoiselle tenait) .
I luoghi fantastici rimandano alle isole fantasma, che apparivano e scomparivano come miraggi. Davano rifugio a Sant’Orsola e alle vergini perseguitate o come Hy Brazil, Antilia e l’isola delle Sette città impersonavano l’Eden perduto.
Ma c’è un altro fil rouge alle basi con della cultura occidentale. II periglioso ritorno di Odisseo- Ulisse lo pone a confronto con mondo mediterraneo ormai scomparso e appare un paradigma del colonialismo ellenico.
Il meraviglioso, in Omero, incute paura. Questo rapporto è evidente nell’isola di Circe (X,275 ss). Sotto le apparenze della mitica età dell’oro si cela una temibile realtà, la maga esprime il carattere possente della natura.
Altri esempi dell’ancestrale mondo mediterraneo sono relegati in luoghi indeterminati e nella dimensione del fantastico come le terre dei Lestrigoni , dei Lotofagi, l’isola dei Ciclopi.
Nella Dialettica dell’illuminismo[3] Horkheimer e Adorno hanno parlato di un Odisseo (l’io occidentale-borghese) che deve resistere al canto delle Sirene perché sa che esso rappresenta “quel passato in cui l’uomo viveva in simbiosi con la natura, o meglio in cui non distingueva Sé dagli oggetti naturali”.
Un antagonismo di civiltà che si avvale, nel poema omerico, di una peculiare simbologia dell’insularità. Infatti, Pietro Citati sottolinea che nell’Odissea le isole non sono solo punti d’approdo ma luoghi appartati che conducono in una realtà parallela facendoci fare un balzo indietro nel tempo[4].
Le Terrae incognitae sono ipso facto barbariche perché fuori dall’oikoumene ellenica. Polifemo viva in un’ ueOdisseoOdisseisola boscosa ,avvolta dalla nebbia e dal silenzio: non ci sono segni della civiltà. Un Eden che Odisseo, al pari degli avventurieri moderni, non seppe comprendere. Con lo spirito calcolatore dell’uomo occidentale, pensò subito alla mancata produzione di beni e all’assenza di commerci[5]. In modo non dissimile, furono descritti i costumi degli indiani d’America e delle civiltà africane dai colonizzatori dell’epoca moderna.
Ma nel Medioevo si era affermata un’altra fonte culturale, quella delle saghe nordiche. Isole misteriose nell’estremo Occidente come quella in cui sarebbe approdato Roderico, ultimo re dei visigoti . Anche la Navigatio di San Brandano andava alla ricerca del Paradiso perduto.
La navigazione è parafrasi del volo; perciò l’isola è, in tutte le culture, simbolo di elevazione spirituale. E il suo colore è il bianco: dall’ultima Thule ai miti indiani, cambogiani, nipponici come Awa,(l’isola di schiuma) .[6]
L’isola è l’oasi, la tranquillità che si trova fuori dal flusso della storia. Ma sempre con un lato misterioso che evoca la scoperta e la conquista. Tanto che anche i viaggi nello spazio sono, a loro volta, ricerca dell’isola misteriosa, il topos di ogni genere letterario.
I Celti identificavano il Paradiso con quattro isole a nord- ovest del mondo; mentre Achille avrebbe iniziato una nuova vita in un’ isola bianca alla foce del Danubio. Nord e Sud, Est e Ovest tornano congiungersi: il ricorrente soggiorno di Apollo nella terra degli Iperborei, che ricorda la calata degli indoeuropei, legava il mondo mediterraneo all’isola bianca[7].
Arriviamo così all’ Ulisse dantesco il cui desiderio di sapere lo porta ad avventurarsi nell’ Atlantico e ad essere punito per la sua ybris.
Ma due secoli dopo il viaggio di Colombo nel Mare Tenebroso ruppe l’hortus conclusus medievale. Una terra rigogliosa, immensa si contrapponeva a un’Europa perennemente accerchiata e rendeva profetici i versi di Seneca. Quibus Oceanus vincula rerum Laxet et ingens pateat tellus. ( Medea, II, 375-9)
L’America avrebbe impersonato la modernità, la terra del diritto alla felicità, che si scrolla di dosso il peccato originale ma che aveva, a sua volta, un originario dark side.
Sulle isole del lago Texcoco sorgevano i templi, i palazzi, di Tenochtitlàn. la capitale dell’impero azteco. Una vista incantevole. Eppure, abbacinati dalla famelica ricerca dell’oro, i conquistadores entrarono in contatto con superbe civiltà solo per distruggere, per ridurre in schiavitù; e anche al Nord la colonizzazione fu pagata dai nativi americani che vennero paradossalmente considerati come degli occupanti abusivi della loro terre.
Apollo, simbolo della luce è anche l’oscuro, che colpisce da lontano. Nella sua solarità è insita una forza distruttrice. L’Occidente che ha imposto al mondo il proprio modello di vita e le sue regole economiche , sembra aver perso forza propulsiva perché la “civiltà” del benessere diviene un parossismo devastante che divora le risorse del pianeta…Sullo sfondo non vediamo più la Nuova Terra, la Città del Sole, ma solo Neverland, la malinconica isola che non c’è.
Allora è il momento di uscire dall’isola –fortezza e di aprirci all’archetipo dell’ isola – ponte tra i popoli, in nome dell’inclusione sociale, della cultura della pace, di un nuovo, non possessivo rapporto con la natura. Il Paradiso perduto è in mezzo a noi, basta solo che ce ne accorgiamo.
[1] P.Citati, La mente colorata, Milano 2002, p 180-5.
[2] G:Mascioni, La notte di Apollo, Milano 1990 p.99.
[3] M.Horkheimer – T .F: Adorno. Dialettica dell’illuminismo, Torino 1966.
[4] Citati, La mente colorata, cit. p 148.
[5] Ivi,.p.170
[6] 11) D.S.Johnson, Isole fantasma,Novara 1997 , cfr. anche J.Chevalier,A.Gheerbrant, Dizionario dei simboli ,Milano 1986, passim.
[7] Mascioni ,La notte di Apollo,cit.;p 205

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