Non posso udire la parlata senese, senza che il cuore mi si muova”, afferma Curzio Malaparte nel suo Maledetti toscani e lo capisco. Io che sono senese trapiantato a Firenze da circa trent’anni lo capisco bene, perché ormai ho preso l’abitudine alla parlata dei fiorentini e quando ascolto un colloquio in lingua senese riscopro una lontana aria di casa. Malaparte aveva ragione, “la famosa gentilezza toscana (…) cerca e cerca si ritrova soltanto presso i senesi”, i quali “perfino nell’uso delle parole (…) lasciano l’olio toscano per il burro”. Nulla di più vero. E tuttavia dubito che col consueto burro i senesi abbiano apostrofato il Ministro del Turismo Brambilla, quando anche nelle scorse settimane è tornata a mettere in discussione la festa del Palio con riferimento alla cattiva sorte che qualche volta si abbatte sui cavalli.
Una volta tanto posso trattare un argomento con spassionato interesse, senza l’acrimonia del polemista, senza la necessità di distribuire, – come spesso di fa, anche non volendo – torti e ragioni.
Il Ministro Brambilla ha il pregio di essere una delle prime voci istituzionali non proveniente da partiti non ecologisti o verdi che pone in qualche modo sul piatto la questione dei diritti degli animali. Dico ‘in qualche modo’, perché non so se (o ancora non mi pare che) il tema sia trattato con l’approfondimento e la perseveranza che pure merita. Dunque, anche se fossero solo sparate (cui in Toscana a sua volta qualche Assessore ha fatto eco, presumibilmente al solo scopo di guadagnare la facile paginata estiva sui quotidiani), avrebbero comunque il pregio di insinuare il problema, di non dare nulla per scontato, neppure a Siena, dove – per dirla con la felicissima espressione di Titus Burckhardt – “il Palio è l’ultima manifestazione popolare della storia di un’orgogliosa città libera”, nella quale la passione risalente all’antico ambiente borghese-cavalleresco suscita “l’amore innato per la coreografia, per il gesto aristocratico, per la magnificenza”. Eppure il Palio, il Palio di Siena, non è soltanto questo: non è davvero una festa qualunque.
Avete notato? Non so in altre Regioni, qui in Toscana è tutto uno sbocciare di palii e quasi in ogni cittadina o borgo, da dieci, quindici, trent’anni sono spuntati come funghi dopo le piogge. Senza radici, senza storia, molto imitative e certamente nate per attrarre ‘attenzioni’ e turisti, corse di cavalli e di ciuchi si sprecano; ma il Palio, quello autentico, è uno solo ed è chiaro anche il perché.
Il Palio è una festa della città, del popolo senese, prima e a prescindere da tutto. Ha origini medievali, ma viene organizzato e istituzionalizzato nella forma attuale tra il XVII e il XXVIII secolo. “Inizialmente, e comunque dal principio del XIV secolo – afferma il Burckhardt – il Palio si correva nel giorno dell’Assunta, in onore della Madonna di Provenzano (…). Più tardi, verso il 1650, la corsa fu anticipata al 2 luglio, festa della Visitazione, e ancora più tardi si aggiunse il secondo Palio del 16 agosto”. Dopo la perdita della libertà, nel 1555, l’incorporazione nel Granducato “doveva lasciare per sempre insoddisfatta – cito di nuovo il Burckhardt – l’innata passione dei Senesi per una politica indipendente.” Questa passione ha come trovato sbocco, a suo modo operoso e fecondo, in una unità ‘politico’-sociale più piccola della città quale era – ed è – la contrada: pressappoco la diciassettesima parte della città.
Come si vede, si va molto a ritroso nella pancia della storia. Per questo è difficile, è azzardato liquidare il Palio come ha fatto il volenteroso Ministro. Un’epoca è grande anche quando sa dare alla luce nuove ‘tradizioni’, senza ossequio preventivo e pregiudiziale alle vecchie: io non sono necessariamente un tradizionalista; ma sarebbe all’opposto infelice quell’epoca che indiscriminatamente volesse sbarazzarsi di ciò che viene dal passato, con decisioni subitanee, superficiali, dettate da una scarsa conoscenza dei fenomeni storici e culturali. Non sto affermando che il Ministro sia ignorante, bensì che occorre conoscere a fondo e comprendere davvero quelle tradizioni di cui si pretende di affermare l’odierna inadeguatezza.
Se poi si va al nocciolo del problema, parliamo pure degli incidenti che nella corsa possono coinvolgere i cavalli (e non solo i cavalli, d’altronde), talvolta derivandone la necessità dell’abbattimento.
Dentro di me ho sempre posto un paragone con la corrida (che non ho mai visto ma della quale molto a suo tempo ho letto, essendo appassionato dei romanzi di Ernest Hemingway) e ho riflettuto su una differenza tra le due ‘feste’: nella corrida la morte dell’animale è cercata, è voluta, è perseguita; nel Palio è un evento del tutto accidentale. Sta tutta qui, sotto il profilo ‘animalista’, la distinzione dirimente tra le due feste, che è capace di rendere accettabile – per la moderna crescente sensibilità – anche ad un non senese (o ad un senese spassionato) la corsa di uomini e cavalli della antica città-repubblica toscana.
E’ una constatazione di partenza, tutto il resto si può discutere, credo. E per agevolare una miglior conoscenza delle reciproche ragioni (e quindi anche di ascoltare quelle altrui), Siena potrebbe raccogliere tutto il burro di cui è capace e cortesemente invitare il Ministro entro le proprie mura e la propria storia, a conoscere meglio le festa del Palio e anche la città, a scoprire, dietro invettive e affermazioni piccate, quella profonda gentilezza che – diciamo nuovamente con Malaparte – “a dirla tra noi, (…) sta di casa soltanto a Siena”.
Paolo Marini

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