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Sentimenti contrastanti sui mercati

Le correlazioni intermarket sembrano tornate quelle classiche, ma è difficile capire quale tra gli asset sopraccitati, sia il leading indicator per eccellenza, cioè rappresenti di fatto la guida anche per gli altri. Secondo noi la risposta è una sola, e non riguarda gli asset richiamati, ma le dichiarazioni dei banchieri centrali che di volta in volta, forniscono il trigger, ovvero l’innesco a nuovi movimenti. Venerdì è stata la volta del Presidente della Fed di New York, Williams, che ha dichiarato che la banca centrale Usa dovrà mantenere i tassi alti per un po’ di tempo, al fine di riportare l’inflazione intorno al 2%. Quindi, anche se molto probabilmente il pivot dei tassi non è lontano, dall’altra parte sembrano diminuire le speranze di un taglio del costo del denaro a breve. Il che ha provocato un ritorno del risk off che da un paio di sedute sembrava messo da parte. Ma c’è di più, perché, man mano che il tempo passa, e la congiuntura economica inevitabilmente comincia a risentire del lungo periodo di tassi elevati che stiamo vivendo, le opinioni dei diversi banchieri centrali cominciano a differire, dimostrando che all’interno dei board non c’è unanimità di pensiero, il che complica ulteriormente le cose perché ad ogni dichiarazione dei diversi membri dei comitati delle banche centrali, possiamo attenderci movimenti diversi a seconda dell’opinione espressa

di Saverio Berlinzani | 2 Ottobre 2023

La settimana appena conclusa ci ha confermato che, investitori e analisti faticano ad avere certezze relativamente all’andamento dei mercati. Se nelle settimane precedenti, una certa paura aveva dominato le price action, in ragione di un persistente aumento dei rendimenti dei titoli di stato, di mercati azionari che scendevano anche se a ritmi contenuti, e di un dollaro super performante, nelle ultime sessioni della scorsa ottava, abbiamo assistito finalmente ad un pullback, con un ripiegamento dei rendimenti obbligazionari, una correzione del dollaro e un chiaro rimbalzo dell’equity. Ma ora ci troviamo di fronte nuovamente al dilemma, relativo al fatto che tali correzioni possano rimanere tali prima di un ritorno del trend originario, oppure se il trend degli ultimi due mesi possa finalmente invertire la rotta. Le correlazioni intermarket sembrano tornate quelle classiche, ma è difficile capire quale tra gli asset sopraccitati, sia il leading indicator per eccellenza, cioè rappresenti di fatto la guida anche per gli altri. Secondo noi la risposta è una sola, e non riguarda gli asset richiamati, ma le dichiarazioni dei banchieri centrali che di volta in volta, forniscono il trigger, ovvero l’innesco a nuovi movimenti. Venerdì è stata la volta del Presidente della Fed di New York, Williams, che ha dichiarato che la banca centrale Usa dovrà mantenere i tassi alti per un po’ di tempo, al fine di riportare l’inflazione intorno al 2%. Quindi, anche se molto probabilmente il pivot dei tassi non è lontano, dall’altra parte sembrano diminuire le speranze di un taglio del costo del denaro a breve. Il che ha provocato un ritorno del risk off che da un paio di sedute sembrava messo da parte. Ma c’è di più, perché, man mano che il tempo passa, e la congiuntura economica inevitabilmente comincia a risentire del lungo periodo di tassi elevati che stiamo vivendo, le opinioni dei diversi banchieri centrali cominciano a differire, dimostrando che all’interno dei board non c’è unanimità di pensiero, il che complica ulteriormente le cose perché ad ogni dichiarazione dei diversi membri dei comitati delle banche centrali, possiamo attenderci movimenti diversi a seconda dell’opinione espressa. E l’incertezza così aumenta, in assenza di un filo conduttore comune e persistente. Basti ricordare quel che ha affermato, sempre la settimana scorsa, Goolsbee, Presidente della Fed di Chicago, che ha affermato di non capire perché i rendimenti salgano e le obbligazioni statali siano così sotto pressione. Ha anche ricordato che si aspetterà un dibattito interno alla Fed per studiare il fenomeno dell’inflazione e di target fissati dalla banca centrale che forse, sono obsoleti. Infine ha ribadito che se i tassi di mercato salgono persistentemente, ciò dovrà essere considerato dalla Fed, come un vero e proprio rialzo del costo del denaro, anche se non ufficiale. Una dichiarazione dovish favorevole molto probabilmente ad una riduzione, a tendere, dei tassi di interesse. E’ chiaro a tutti, quindi, che siamo in un periodo di manipolazioni verbali, che rischiano di creare solo tensione e movimenti repentini, in assenza però di un vero trend. E manca un filo conduttore coerente, considerato che siamo in balìa di dichiarazioni differenti. 

AZIONARIO.

Wall Street venerdì ha chiuso, proprio in ragione di quanto poc’anzi ricordato, contrastata, con il Dow che ha perso circa 160 punti mentre l’S&P e il Nasdaq hanno chiuso rispettivamente in rosso dello 0.3% il primo e in verde dello 0.1% il secondo. I titoli del  Tesoro Usa a due anni, sono rimasti intorno al 5% mentre il decennale ha raggiunto il 4.57%. Aggiungiamo il fatto che si avvicina un altro shutdown per il Governo Usa, che non ha ancora trovato alcun accordo sulla finanziaria al Congresso che rimane diviso. Il ritardo potrebbe mettere nuovamente in discussione i rating del paese sulla questione del debito. Sono in atto però, sembra, manovre per chiedere una proroga di 45 giorni per trovare un accordo sulla legge relativa al budget di spesa, che deve essere votata dal Senato, in cui i democratici hanno la maggioranza. Una parte dei repubblicani, quelli più radicali, chiedono profondi tagli alla spesa, tra cui anche quella relative ai finanziamenti all’Ucraina. Insomma la crisi rischia di allargarsi. Ma i mercati per ora, a nostro avviso, non hanno ancora prezzato questa eventuale crisi politica in seno alle istituzioni statunitensi. Cosa potrebbe accadere ? Un aumento del rischio sistemico Usa alimenterebbe una caduta dell’azionario, ma forse anche del dollaro, visto che la crisi sarebbe esclusivamente americana, (perché questione di politica interna), facendo saltare la correlazione attuale, che invece vede borse in ribasso e dollaro in rialzo e viceversa.

VALUTE.

Sul mercato dei cambi, dopo la prepotente salita del dollaro con 11 settimane di guadagni consecutivi su certi rapporti, come EurUsd, abbiamo assistito ad una correzione che venerdì mattina appariva anche come una possibile inversione di breve con obiettivi anche ambiziosi, che sembrava far pendere la bilancia in favore di una discesa prepotente del biglietto verde. Ma poi le parole di Williams, hanno ridato fiato alla divisa Usa che è tornata parzialmente a salire, anche se con chiusure lontane dai massimi precedenti. EurUsd a 1.0570,  Cable intorno a 1.2200, e fase di consolidamento di breve. Debolissimo ancora lo Jpy, specie sulla divisa Usa con il prezzo di UsdJpy ben sopra 149.30. Per ora non si intravede alcun intervento della Boj, nonostante le minacce verbali. Tutto può accadere nel nostro mercato, in un periodo in cui i cross, ovvero i cambi senza dollaro, continuano a muoversi bilateralmente. Sulle materie prime, petrolio anch’esso abbastanza stabile dopo i recenti guadagni, in una fase chiaramente interlocutoria. Oro invece a ridosso dei supporti chiave a 1845 dollari l’oncia, con target decisamente inferiori, nel caso di breakout. 1780 sarebbe il livello successivo. 

DATI MACRO.

Domenica sono usciti i dati cinesi sul Pmi manifatturiero e dei servizi NBS, in miglioramento a 50.2 rispetto alle previsioni di 50 e al dato precedente di agosto a 49.7. Si tratta della prima crescita dell’attività industriale dal marzo scorso, segno che i recenti stimoli fiscali da parte del Governo di Pechino, per sostenere la ripresa economica, stanno cominciando a mostrare i primi effetti. La giornata di oggi, Lunedì 2 ottobre, a livello di dati prevede la pubblicazione dei Pmi del settore manifatturiero relativi al vecchio continente e alla Gran Bretagna, mentre nel pomeriggio i market movers più rilevanti saranno i Pmi americani, sempre del settore manifatturiero. E non dimentichiamo che nel pomeriggio parleranno Powell, Barr e Williams della Fed. Molto probabilmente i veri market movers saranno proprio loro.

Saverio Berlinzani 

Pubblicato in : Economia, EditorialeTag: anni, banca centrale, banche, banche centrali, crisi, dichiarato, finanziaria, governo, gran bretagna, mercati, mercato, obbligazioni, radicali, tagli, tesoro, usa, wall street

Info Saverio Berlinzani

Nel 1989 inizia il suo percorso lavorativo nel mercato valutario come spot trader per il Banco Lariano.
Dal ’91 per la Banque San Paolo di Parigi come trader su lira e Franco francese.
Dal ‘92 presso il Banco Lariano di Milano spot trader su tutte le valute SME.
Dal ’95 per Swiss Bank Corporation capo cambista – Lugano, Ginevra, Londra.
In questi anni, oltre alla specializzazione sul mercato dello spot come market maker ha sviluppato conoscenze del mercato dei derivati come trader di posizionamento per l’Istituto (Opzioni vanilla ed esotiche), nonché conoscenza diretta delle valute legate ai paesi emergenti (carry trades).
Dal ’98 è rientrato in Italia come Libero professionista in qualità di Consulente Finanziario e patrimoniale – Presidente e socio fondatore di una società broker in forex.
Dal 2009 ad oggi, trader indipendente nel mercato valutario fondatore del sito www.saveforex.it, community di traders con cui condivide QUOTIDIANAMENTE in tempo reale la sua operatività FOREX attraverso una chat e un webinar LIVE

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