“I programmi, oggi, non sono determinanti per vincere le elezioni”.
Le dichiarazioni dell’intellettuale veneziano Ilvo Diamanti, rilasciate nel corso della trasmissione televisiva “Otto e Mezzo”, sembrano paradossali, incredibili, quasi grottesche.
Ma sono una fedele fotografia della realtà.
Come dev’essere un leader politico – ci si chiede in questi ultimi giorni di campagna elettorale – per avere la fiducia degli elettori?
C’è chi dice simpatico, chi convincente, chi preciso, chi preparato.
Che abbia un programma, che abbia le premesse per rispettarlo, poco importa: sembra troppo semplice, ovvio, banale. Quasi prosaico. La politica al servizio dei cittadini? Secondo l’accezione più comune è una concezione superata, terribilmente ingenua. Come la riduzione dello stipendio dei parlamentari: non è che populismo – chiosano all’unisono politici e analisti modaioli – nient’altro che malcelata demagogia.
Perché votare a sinistra, dunque, perché votare a destra? Chi dei due vuole il bene dei cittadini?
La sinistra è nata per difendere gli interessi dei più deboli, e oggi scende a patti con la Confindustria. Suoi sono il Corriere della Sera, le banche, le cooperative, e chi più ne ha più ne metta. Al suo interno convivono Democratici e democristiani di sinistra, comunisti, ex missini (Fisichella), e persino quei Radicali che tanto osteggiavano il Compromesso Storico.
La destra, se si esula dal complesso fenomeno del fascismo, è nata come liberalismo conservatore (destra storica), prima, e centrismo cattolico, poi. Ma i veri liberali sono unanimi nel ritenere che la Casa delle Libertà abbia perso qualsiasi parvenza di liberalismo, diventando un ibrido delle due anime: una sorta di colossale riedizione della vecchia destra Dc, cattolica e conservatrice.
Che cos’è, dunque, la destra, cos’è la sinistra?
Giorgio Gaber lasciò questo quesito aperto, a cui tuttora non sappiamo rispondere.
Ci limitiamo a constatare che in questa desolante situazione di nichilismo della politica, l’alternanza “democratica” non è altro che un voto di protesta. E’ il modo quasi inconscio con cui gli elettori dicono no alla Seconda Repubblica, al bipolarismo, ai partiti che diventano cartelli elettorali.
Vince chi non ha governato, perde chi è stato al governo. Poi, dopo cinque anni, tutto ricomincia.
C’è il Fini o il Casini di turno che invoca discontinuità, ci sono i voltagabbana che passano dall’altra parte.
Tutto fa parte del medesimo risiko, il medesimo gioco di una politica che si nutre di se stessa.
Ogni cosa è fin troppo prevedibile e scontata, e tale resterà.
Almeno sino a quando non si tornerà a parlare di programmi e di politica a servizio dei cittadini.
Giulio Laroni
g.laroni@pensalibero.it

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