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Saviano, il riformista che esalta Turati

di Mauro Del Bue | 29 Febbraio 2012

Le affermazioni di Saviano sono non solo condivisibili, ma anche illuminanti sul piano storico e politico. Intanto la condivisione che in Italia sono state due solo le sinistre e non cento o una sola.

Nella recensione del libro di Alessandro Orsini “Gramsci e Turati: le due sinistre”, apparso oggi, 28 febbraio, su “La Repubblica”, ad opera di Roberto Saviano, emerge, oltre a quello di Gramsci e di Turati, anche il caso di Saviano, che si presenta nelle nuove vesti di riformista e di turatiano di ferro. Non lo avevo finora sempre compreso e dunque me ne rallegro, perché le affermazioni di Saviano sono non solo condivisibili, ma anche illuminanti sul piano storico e politico. Intanto la condivisione che in Italia sono state due solo le sinistre e non cento o una sola. Due, perchè tante sono le correnti politiche che traggono origine della cultura riformista e da quella rivoluzionaria (ora anarco-insurrezionalista, ora sindacalista rivoluzionaria, ora massimalista, ora comunista). Che Gramsci sia stato (non è giusto dare di lui una sola versione che finisce per divenire anche un po’ caricaturale) anche uno dei più strenui e fanatici esponenti del filone massimalistico-rivoluzionario e comunista non v’è dubbio alcuno. Uno dei più violenti verbalmente, almeno nel periodo della redazione del suo Ordine Nuovo, come ci ricorda Saviano, il quale riporta un suo giudizio su un avversario politico: “La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato”. Ancora Saviano ricorda che egli “invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all’insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute: “Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio”. E Saviano ancora ricorda: “Arrivò persino a tessere l’elogio del “cazzotto in faccia” contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un “programma politico” e non un episodio isolato. Aggiugerei il linguaggio col quale, dalle colonne dell’Ordine Nuovo del 28 agosto del 1920, giudicò Camillo Prampolini e l’esperienza dei riformisti reggiani: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito moralmente ripugnante il metodo leninista) è inutile continuare una discussione teorica. I moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare alla psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra. E’ inutile sperare che un barlume d’intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di fra Galdino alla ricerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale (….). Tra Lenin, che ha sempre affermato il metodo dei bolscevichi, che ha dedicato venticinque anni per organizzare il Partito bolscevico russo, che ha sofferto l’esilio, la fame, il freddo per sostenere lealmente e apertamente le sue idee e il suo metodo, tra Lenin e Prampolini e Zibordi che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori de “La Giustizia” (…), tra Lenin e questi sinistri idioti che è più ripugnante moralmente? A Reggio Emilia si apre lo spaccio della moralità da sacrestani ubriachi. Perché questi cooperatori (…), questi ingrassatori di porci con la biada governativa, perché questi concorrenti della plutocrazia siderurgica nel domandare la protezione dello stato borghese, non hanno avuto il coraggio di uscire dal partito dopo il congresso di Bologna?”. Gramsci parlava così di Prampolini, di Zibordi dei socialisti di Reggio Emilia, autentico modello del socialismo italiano per fede, dirittura morale, concretezza e coerenza. Saviano ricorda la differenza di linguaggio, e dunque di tolleranza e di rispetto per le opinioni altrui, dei riformisti. E in particolare, naturalmente, di Turati del quale il libro di Orsini sottolinea lo spirito eretico, e vi aggiungerei anche l’ironia laica. In realtà l’amore dell’eresia è il frutto della fede per l’antidogma. I riformisti non sono mai convinti di possedere la verità, credono che la via migliore sia quella gradualista, di conquiste parziali e successive come disse Turati “nelle cose e nelle teste”. Il socialismo in divenire, un processo più che un obiettivo finale. “Perchè altro non c’è”, lo sottolineò il leader riformista a Livorno nel gennaio del 1921. Imputato numero uno al congresso di Roma del 1918, per avere intuito che dopo Caporetto la guerra era diventata di difesa del nostro territorio e non si poteva restare con le mani in mano, imputato al congresso di Bologna del 1919, perchè non favorevole ad impiantare i soviet in Italia e alla dittatura del proletariato, imputato a Livorno nel 1921, perché sensibile all’idea di collaborare coi popolari contro la reazione fascista, Turati se ne uscì con il famoso e illuminante avvertimento profetico : “Quand’anche aveste impiantato i soviet in Italia se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualcosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei socialtraditori di una volta e dovrete farlo perché essa è la via del socialismo che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimanga dopo queste nostre diatribe, perché tutto il resto è clamore, è sangue, terrore, reazione, delusione. E dovendo percorrere questa strada voi dovrete fare opera di ricostruzione sociale. Io sono qui oggi alla sbarra, dovrei avere le guardie rosse accanto, perché in un discorso alla Camera “Rifare l’Italia”, cercai di sbozzare il programma di ricostruzione sociale del nostro paese. Voi temete di costruire oggi per la borghesia, preferite lasciare crollare la casa comune e pensate al “tanto peggio, tanto meglio degli anarchici “senza pensare che il “tanto peggio” non dà incremento che alle guardie regie e al fascismo”. E infine:  “Il nucleo solido è nell’azione, che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma l’abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive, graduali conquiste obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale, sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene. E non diviene per altra via: ogni scorciatoia non fa che allungare il cammino. La via lunga è la sola breve”.

Pubblicato in : Primo piano

Info Mauro Del Bue

Mauro Del Bue è un politico, giornalista e storico italiano. Già deputato per lo storico PSI e per il Nuovo PSI, attualmente è membro della Segreteria Nazionale del ricostituito PSI, direttore del quotidiano socialista Avanti!

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Alessandro Silvestri

    5 Marzo 2012 alle 00:38

    Con la consapevolezza che noialtri, siamo quelli che mettono l’olio al lume.
    I giovani di domani, sapranno rileggere le pagine del ‘900 con maggiore imparzialità e non potranno che ripudiare le grossolane menzogne dei totalitarismi, ivi compreso il comunismo. E anche il comunismo italiano che fu nient’altro che un cinico e fedele portaordini di quello bolscevico.
    Che ne parli Saviano è comunque un bene.

    Rispondi
  2. Paolo Marini

    1 Marzo 2012 alle 13:11

    Ho letto con interesse l’articolo a maggior ragione perché, al di là del rispetto per l’uomo e la vita da ‘prigioniero’ che conduce, trovo moderatamente insopportabile il narratore e predicatore Saviano.

    Rispondi
  3. valerio giannellini

    29 Febbraio 2012 alle 16:08

    ottimo. Ora Saviano rischia davvero.

    Rispondi

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