Anche la pazienza ha un limite. E Bertinotti, da sempre il migliore alleato di Prodi, l’ha persa. Da qui la sua apertura ad un governo istituzionale che ha fatto infuriare il Professore. Le precisazioni, successive, dell’uno e dell’altro non hanno cambiato la sostanza delle cose. Il rapporto si è incrinato. Dal suo punto di vista Bertinotti ha perfettamente ragione. Ci sono due dati oggettivi: 1) il governo è moribondo 2) la sinistra ha bisogno di tempo per far nascere la cosa rossa e recuperare il suo elettorato. Per fare questo, in caso di caduta di Prodi, devono essere evitate le elezioni anticipate quindi, con la scusa della legge elettorale e delle riforme, bisogna accreditare l’ipotesi del governo istituzionale, prima ancora che tecnico. Il ragionamento non fa una grinza. Del resto come si può pensare che Bertinotti non sia deluso? Prendiamo tre argomenti caldi, anzi le tre questioni che, durante la scorsa legislatura, hanno visto la sinistra radicale in piazza contro Berlusconi. Il lavoro, le pensioni e la giustizia. Tre temi che sono stati gli assi portanti della campagna elettorale dell’Unione: no al lavoro flessibile e precario, no all’aumento dell’età pensionabile, no ad un uso personalistico della giustizia. Ad un anno mezzo di distanza dall’ elezioni, il governo, proprio su queste tre questioni, sta dimostrando, nei fatti anche se non nelle parole, una sostanziale continuità con le scelte di Berlusconi. Il lavoro: l’accordo sul welfare, se letto bene e se sfrondato da tutta la propaganda che l’ha accompagnato, è nei fatti la conferma dei capisaldi di quella legge Biagi che, molto semplicemente, si era detto che andava “abrogata”. L’ha detto anche uno dei giuristi, Michele Tiraboschi, che aveva lavorato alla sua stesura. Le pensioni: lo scalone è stato abolito ma al suo posto sono stati inseriti degli scalini che, alla fine, portano addirittura l’età pensionabile ad un livello più alto di quanto voleva fare lo stesso Berlusconi. Ma se era sbagliato prima andare in pensione a 60 anni come fa, tre anni dopo, a diventare giusto andare in pensione a 61 o 62? La giustizia: c’è chi non ricorda i girotondi sul tema? Oggi quelle stesse persone sono costrette a vedere non tanto un ministro della giustizia che chiede il trasferimento di un magistrato che indaga su di lui e sul presidente del consiglio, una cosa questa che nemmeno Berlusconi e Castelli hanno mai avuto il coraggio di fare, ma addirittura il governo, nella sua collegialità, che sposa la linea mastelliana e zittisce Di Pietro che, in coerenza con il passato, aveva stigmatizzato il Guardasigilli.
Per il popolo di sinistra queste politiche non diventano accettabili solo perché a farle è un governo di cui fanno parte loro uomini. Anzi. La rabbia è ancora maggiore. Viene solo tenuta a freno. E qualche volta, come accade nelle pentole a pressione, si ha uno sbuffo di vapore più forte. La corda però non può essere tirata oltre un certo limite e quel limite è stato ampiamente raggiunto. Del resto come credete reagiscano questi militanti duri e puri a sentire gli avversari che ironizzano non sul secondo governo Prodi ma sull’ottavo Andreotti, visto che ormai è chiaro a tutti che è il divo Giulio a tenere in piedi il governo?
Raimondo Magnini

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