Art. 41 – L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Pur non essendo un esperto di economia, credo che alcune considerazioni (basate su quanto letto e sentito nelle ultime settimane fino a ieri) si possano fare.
La formulazione dell’art. 41 appare “datata” e con indicazioni generiche per lo sviluppo dell’economia. Tutta protesa ad affermare alte finalità, indica solo principi parzialmente applicabili in un regime di libero mercato. Libero mercato che, infatti, in Italia, non è mai esistito perché sono stati favoriti i monopòli di varia origine che hanno avuto l’effetto di bloccare la crescita e il merito.
La modifica annunciata ieri dal Premier Berlusconi al suddetto articolo, però, propone non pochi dubbi sulla bontà dei suoi effetti.
Inserire nell’art.41, o addirittura sostituirlo per intero con una frase del tipo “E’ tutto libero ciò che non sia espressamente vietato dalla Legge”, appare quanto mai inquietante in un paese come il nostro che non ha la cultura del mercato, della concorrenza e, soprattutto, del rispetto delle regole.
Le grandi lobbyes, i grandi potentati e monopòli, che già adesso fanno praticamente ciò che vogliono in barba agli interessi della collettività, come si comporteranno quando nella Costituzione Italiana sarà presente una frase così perentoria?
Noi non siamo gli U.S.A. dove principi come la libera concorrenza e il rispetto delle regole del mercato sono valori vitali e non contrattabili per un’economia che vuole esercitare un ruolo guida nel mondo (abbiamo già visto cosa produsse la deregulation reaganiana: dopo un illusorio boom economico si sono prodotte degenerazioni nella finanza; la mancanza di controllo del mercato poi – senza il quale nessuna deregulation può avere effetti positivi – consentì la diffusione di titoli “spazzatura” che ci hanno portato ai grandi fallimenti americani e alla crisi del 2008, innescando una pericolosa tendenza recessiva che solo adesso si mostra nella sua reale drammatica entità).
Nonostante questo gli americani, quando rilevano comportamenti truffaldini, puniscono con estrema severità e certezza della pena i responsabili. Non come in Italia dove, esistendo sempre una legge in grado di smentirne un’altra, le vie del Signore (le scappatoie) risultano sempre infinite.
Mentre non è sicuro che una formulazione dell’art.41 come annunciata possa produrre risultati economici positivi per il nostro Paese, è quasi certo che i potentati, i monopoli e le lobbyes di cui si parlava, troveranno nuova linfa per spremere ancora di più la popolazione (sempre, naturalmente, nel rispetto formale delle Leggi).
Alcuni giorni addietro, non ricordo quale segretario di sindacato nazionale dei lavoratori disse (spero di riferire correttamente) che a fronte di un PIL mondiale di 65 triliardi di dollari, la finanza mondiale detiene titoli per 615 triliardi di dollari! Cioè 10 volte il PIL mondiale! Se la proporzione è questa è facile comprendere come i detentori di titoli (soprattutto quelli “spazzatura”) cerchino di difendere le loro rendite, speculando sui paesi più forti ma con alto rischio di insolvenza. E, questo, senza contare il peso di paesi come la Cina i quali, possedendo quasi i 1/3 del debito americano, per difendere i loro soldi, possono pilotare la recessione negli altri paesi.
Ma noi dobbiamo, prima di tutto, pensare a casa nostra e mostrare ai mercati la nostra solidità e affidabilità abbassando il debito pubblico e aumentando la crescita.
La prima manovra di 80 miliardi del Governo è stata già bruciata nelle ultime due settimane. Dei quattro “pilastri”, l’annunciati ieri dal Presidente del Consiglio, solo uno sembra portare un certo segno di cambiamento: l’accenno alla riforma fiscale della quale, però, non è stata fornita altra indicazione. La mossa di anticipare di un anno il pareggio di bilancio, difatti, sembra più un “prezzo dovuto” alla Banca Europea per ottenere l’acquisto dei BOT italiani che non un’utilità reale (già l’art.81 della Costituzione, mai applicato in precedenza, prevedeva che ogni legge che comporti nuove o maggiori spese “deve indicare i mezzi per farvi fronte” rendendo così automatico il pareggio di bilancio che si vuole adesso inserire). Della modifica dell’art. 41 si è detto e per la riforma del lavoro si dovranno fare i conti con le parti sociali.
Nemmeno una parola sulle ampie aree di spreco, quelle che fanno aumentare il debito pubblico: accorpamento di province (in attesa della cancellazione costituzionale), comuni e comunità montane; dismissione di enti inutili; regolamentazione chiara per i parametri di misura dell’efficienza e del merito; individuazione delle aree clientelari, controllate dai partiti, in tutte le amministarzioni centrali e periferiche, iniziando dalla Sanità; deciso abbassamento del peso della burocrazia; drastico taglio delle “auto blu”; investimenti nella ricerca, nelle grandi opere e quant’altro serva a produrre la vera concorrenza e la vera crescita.
Di tali interventi non abbiamo sentito niente noi come non l’hanno sentito i mercati. Lunedì riaprono i mercati. Riusciranno i nostri eroi a raddrizzare la barca?
Andrea Viero

Vorrei ringraziare Lopez per le precisazioni su “l’abolizione dell’obbligo di separazione fra banche commerciali e finanziarie” (evidentemente, Lopez è più informato del sottoscritto in fatto di economia e finanza). Se capisco bene, da quando l’economia “vera” (legata alla reale produzione industriale) e l’economia “virtuale”, cioè la finanza (legata alle scommesse finanziarie sulla produzione industriale, senza contare i “derivati”), sono state unificate da Clinton, si è creata una forte disparità fra i due settori a favore della seconda, che ha potuto così manipolare il mercato secondo i propri interessi, indipendentemente del reale andamento dei settori produttivi. Una libertà speculativa con poca trasparenza e tanti profitti da parte di pochi (intermediari) ai danni di molti (piccoli risparmiatori).
Se è così, forse dovrebbe essere ripristinato quell’obbligo di separazione…….
E le agenzie di rating? Nate più di un secolo fa con finalità che erano utili al mercato (analisi e pubblicizzazione dei dati sulle industrie e sui titoli obbligazionari per rendere trasparente la situazione agli investitori), si sono messe a valutare anche i titoli emessi dagli Stati, trattandoli, né più né meno, come fossero delle comuni imprese. Hanno contribuito così a rendere delle intere nazioni (quindi popolazioni) esposte alla comune speculazione e, negli ultimi lustri, grazie al loro potere sul mercato, a distorcere i valori basandoli su dati scorretti quando non falsi, secondo la Procura di Trani. Certi loro giudizi sbagliati sono stati anche fra le cause della precedente crisi ma nessuno di loro ha pagato. Perché su queste agenzie non esiste un controllo efficace?
A proposito dello sviluppo industriale italiano del dopoguerra fino agli anni sessanta è vero, come dice Lopez, che è stato “dirompente”, ma quanto è stato aiutato dagli interventi americani e dalla divisione fra blocco orientale e occidentale? Senza il clima creatosi dopo il ’45 in Italia, saremmo stati in grado di sviluppare un tale boom economico? Chissà? Sono un po’ scettico.
Ho letto anche con interesse l’articolo di Enrico Musso, nel link richiamato dall’intervento, che narra l’incredibile (aggettivo corretto se fossimo un paese “liberale”) vicenda di Arenaways, dove la definizione “monopolio” (quello di FS, Trenitalia, etc.) assume il significato più triste e scandaloso.
In questi giorni di crisi economica mondiale, vari TG e dibattiti televisivi propongono stralci da film che spiegano “in tempo reale” i perché della stessa. Prendendo stralci da prodotti hollywoodiani degli ultimi dieci anni (su storie legate alla finanza e a Wall Street) ci hanno fatto vedere come sono avvenuti i disastri di queste settimane. Ma……se lo sapevano i registi dieci anni fa, c’è da chiedersi perché i governanti del mondo non avevano notizie. E perché, se le avevano, non hanno fatto niente per prevenire il disastro?
Dopo la fantascienza e la fantapolitica, adesso siamo alla fantaeconomia?
ecco il link:
http://www.rivoluzione-liberale.it/il-caso-arenaways-perche-dovremmo-indignarci/
Riusciranno i nostri eroi? Mah! “Io speriamo che me la cavo”.
Tuttavia, i tempi dei giochetti ad uso di un’opinione pubblica distratta sono finiti. Perchè , adesso, è il mondo che ci guarda.
Sostanzialmente d’accordo con quanto dice Viero, non si può non constatare come sia necessario oggi occuparsi, anche se solo in maniera non professionale, di economia e finanza per disporre di indicazioni indispensabili a qualunque valutazione politica ponderata e non basata su pregiudizi ideologici.
Fatta questa doverosa premessa, le cause che hanno portato a questa situazione complessa sono molteplici e fra le tante, nel contesto riferito nell’articolo, mi parrebbe significativa, più che la deregulation reaganiana, l’abolizione dell’obbligo di separazione fra banche commerciali e finanziarie (obbligo introdotto in risposta alla crisi del ’29), voluta dal democratico Clinton, che ha reso molto più facile e conveniente investire la raccolta di risparmi in finanza, piuttosto che in attività industriali o commerciali ben più rischiose e con rendimenti inferiori. E’ stata così favorita la spirale fra economia reale prodotta e consumata e la ricchezza di carta della finanza. Bush per mantenere alta una domanda in calo ha fatto il resto: mutui subprime e guerra in Irak. Lasciamo perdere cds e transazioni internazionali automatizzate in frazioni di secondo… Non è questo il punto.
A quanto già puntualizzato nel testo, vorrei solo aggiungere che l’art. 41 della Costituzione non ha di certo impedito il dirompente sviluppo industriale ed economico dell’Italia fra gli anni ’50 e 60′ del secolo scorso, che ha coinvolto sia il settore pubblico che quello privato indistintamente. E senza che lo Stato si indebitasse più di tanto (quello è avvenuto nei due decenni successivi) a dimostrazione del fatto che per una politica responsabile basta il già esistente art. 81.
L’iter per una modifica costituzionale dell’art. 41 è di due anni. Nel frattempo che si fa? E sarà forse questa ad impedire il perpetrarsi di finte liberalizzazioni delle quali quella qui di seguito linkata ne è il desolante paradigma?
http://www.rivoluzione-liberale.it/il-caso-arenaways-perche-dovremmo-indignarci/
Il nodo di Gordio, come dice Tremonti, è, piuttosto, la riforma del mercato del lavoro. Ma se vanno avanti di questo passo non ce la possono fare, anzi non ce la possiamo fare. Tuttavia, non voglio perdere la speranza che prevalga l’Italia migliore. Per intenderci quella che ha ripreso ad esportare allo stesso tasso della Germania, quella che continua a fare ricerca di valore e riconosciuta internazionalmente nonostante gli investimenti in ricerca e sviluppo siano un terzo di quelli delle altre economie più industrializzate.