Se all’epoca della Guerra Fredda, quando il mondo era essenzialmente bi-polare, poteva essere comprensibile affidarsi alle scelte di Washington, questa politica oggi non è più valida.
Per l’Europa questi sono tempi difficili. Le sue debolezze non fanno che risultare più evidenti. Quello a cui assistiamo oggi è uno spettacolo di totale impotenza nel campo della politica estera.
Ad Oriente continuano gli episodi di guerra in Ucraina, nel Mediterraneo, continua a sfaldarsi la Libia in un proseguirsi di lotte intestine. Vediamo oggi sventolare sui tetti di Derna e di Sirte anche il vessillo nero dell’ISIS. Prosegue nel Vicino Oriente il conflitto in Siria e in Iraq e non scemano le azioni del Califfato. In crisi, anche gli equilibri interni dello Yemen ove gli Houthi continuano la loro avanzata. Sempre tesa resta la situazione tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese che, a sua volta, non riesce a trovare un accordo con Hamas. I postumi delle Primavere Arabe ed il riaccendersi del secolare conflitto tra sciiti e sunniti non fanno che aggiungere instabilità a tutta la regione.
Sul nostro continente questi fatti finiscono col ripercuotersi con azioni di terrorismo e crescenti ondate di immigrazione, aggiungendo ulteriori incertezze ad una situazione di per sé già piuttosto incerta e precaria. Sono tempi gravidi di sfide e di grandi cambiamenti: se non bene affrontati, finiranno coll’incidere, temo non positivamente, sulla solidità dei nostri sistemi politici. In gioco sono gli equilibri e l’ordine geopolitico dell’Europa.
Di questi centri di crisi, considero gli eventi in Ucraina i più gravi. Vi sono direttamente coinvolti i rapporti tra le due superpotenze nucleari, mai così tesi dai tempi del tramonto dell’Unione Sovietica. Si tratta di una guerra ibrida, piena di ambiguità e di incertezze.
I gravi problemi economici che affliggono oggi diversi paesi dell’eurozona sono ulteriore dimostrazione dell’incapacità di Bruxelles nell’affrontare situazioni difficili. Tutto ciò evidenzia la debolezza del Continente e la sua irrilevanza internazionale, in quanto privo di una politica estera. Le nazioni europee sono costrette a dipendere dagli Stati Uniti perché incapaci di esprimere i propri interessi, né di proiettare alcunché al proprio esterno.
Così come non è possibile superare con una moneta unica gli squilibri tra i singoli stati e mantenere la gestione dell’economia a livello nazionale, non è neanche concepibile affrontare le tensioni internazionali senza un esercito integrato e una politica estera comune. Se questi due problemi non vengono affrontati con urgenza non solo l’Unione non avrà peso autonomo all’interno della NATO, ma dovrà anche rinunciare ad un ruolo nel quadro internazionale.
Se all’epoca della Guerra Fredda, quando il mondo era essenzialmente bi-polare, poteva essere comprensibile affidarsi alle scelte di Washington, questa politica oggi non è più valida. In un mondo ormai globale, multipolare è più complesso, questi diventano temi ineludibili: non si può avere una politica di difesa comune senza mettere in comune anche la politica estera. Non ha più senso affrontare le sfide internazionali con una politica estera espressione delle vedute dei singoli stati membri. Risibile anche l’idea di 28 eserciti diversi in un’ottica di un mero coordinamento tra stati nazionali.
Manca purtroppo una visione comune sul salto qualitativo per giungere alla creazione di un Esercito Europeo e di una Politica Estera condivisa: questo, indubbiamente, il fallimento più grande delle élite politiche e delle leadership di governo. È tempo di rendersi conto che la sola via per riacquistare sovranità è metterci in condizione di prendere tutti insieme le decisioni sul nostro futuro. Come nel caso dell’economia e della moneta, diventa urgente consolidare il progresso di integrazione elaborando una strategia fondata su politica estera e difesa comune. Limitarsi allo status quo è sempre più azzardato e pericoloso. Il rischio è quello di tensioni, incertezze e scollamento generale, fino all’incepparsi dei meccanismi istituzionali.

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