In Palazzo Vecchio, a Firenze, è stato ricordato l’ex sindaco repubblicano della città, Lando Conti, barbaramente ucciso dalle BR il 10 febbraio 1986, mentre, in auto, si recava ad una seduta del consiglio comunale. La cerimonia è stata promossa dal Comune e dalla Associazione Generale Italiana Cooperative, di cui Lando Conti era presidente nazionale. Tra il numeroso pubblico, i familiari, amici e protagonisti delle vicende politiche che portarono alla elezione di Conti alla carica di Sindaco di Firenze. Proprio molti componenti della Giunta Conti hanno portato la loro testimonianza dopo gli interventi del Sindaco Nardella, del presidente dell’AGCI, Altieri, dello storico Cosimo Ceccuti. Al microfono si sono così alternati con brevissimi interventi Franco Camarlinghi, Nicola Cariglia, Gianni Conti, Ottaviano Colzi, Adalberto Scarlino, il giornalista Francesco Matteini ed il figlio di Lando, Lorenzo. Di seguito l’intervento del nostro direttore, Nicola Cariglia.
“La storia di Lando Conti è una di quelle storie esemplari che hanno la capacità di riconciliare i cittadini con la politica in momenti nei quali la politica sembra sopraffatta dalla sfiducia e dal discredito.
Questa riconciliazione, per chi ha conosciuto da vicino e frequentato Lando, non deriva dalla sua tragica morte, dalla commozione e, purtroppo, dal dolore che ne sono derivati e ancora ne derivano (un dolore che la sua famiglia ha sopportato e sopporta da trenta anni con compostezza e dignità esemplari).
A riconciliare con la politica è la vita di Lando Conti: i valori che custodiva per tradizione familiare e che metteva in atto nella vita privata, nel lavoro e nella vita pubblica. Lando svolgeva il suo ruolo di consigliere comunale, di assessore e infine di Sindaco togliendo energie e tempo alla sua attività di imprenditore che svolgeva nemmeno a Firenze ma a Bologna.
Un uomo, un politico che dai suoi incarichi pubblici niente ha preso ma tutto ha dato. Anche la vita. Ma che dovremmo indicare come esempio per come è vissuto, non per come è morto.
La stagione che lo vide sindaco era molto diversa da oggi. Molti partiti, frammentazione che non si manifestava solo tra partiti e uomini che svolgevano ruoli diversi: o di governo o di opposizione. C’era concorrenza anche nell’ambito degli schieramenti. Da testimone di quella stagione e della giunta presieduta da Lando mi sono fatto l’idea che, pur legato ad una antica tradizione, quella laica e mazziniana, ebbe la sensibilità di coglierne i limiti. Molto prima che intervenissero a cambiare la vita dei Comuni le modifiche legislative.
Lando fu l’interprete di un sentimento comune, una ventata di rinnovamento su Firenze, dopo che la maggioranza di sinistra aveva esaurito – per usare una espressione all’epoca molto in voga – la sua spinta propulsiva.
Conti fu il sindaco che realizzò il miracolo di una Giunta che nel nome di Firenze, sembrava fatta di un solo partito pur essendo composta da cinque partiti.
E’ stato detto, ed è vero, che molte delle idee elaborate in quella breve esperienza, in primo luogo lo sviluppo a nord-ovest della città hanno dimostrato la loro validità oltre il tempo di Lando Conti.
Ed è questa la cosa più bella della vicenda di Lando Conti. Soprattutto è la risposta più bella alla ottusa ferocia di coloro che hanno pensato e attuato il suo omicidio.
Perché Lando era un laico, un democratico ed un esponente di quel filone ideale che pone come primo valore il senso del dovere. Sapere realizzate proprio da altri le cose per le quali si era speso – ripeto, disinteressatamente, sarebbe stato per lui il massimo della gioia. La conferma da un lato che non aveva tolto invano il suo tempo alla famiglia ed al lavoro. E dall’altro lato che solo la democrazia ha la capacità di miscelare il lavoro di partiti diversi convogliandolo nel solco che porta a soddisfare l’interesse generale.
E tutto questo va a conferma della validità di un’altra dote di Lando, quella che possedeva in misura anche maggiore rispetto alle altre: la tolleranza.”










Lascia un commento