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Renzi o Bersani, ma il PD ne esce a pezzi

di Alberto Benzoni | 14 Ottobre 2012

 Il segretario può vincere come guardiano dell’ortodossia e dell’esistente contro il loro contestatore. Oppure chiarendo ulteriormente il suo progetto politico e aprire la strada ad una ricomposizione politica della società italiana..


Allo stato, la contesa delle primarie ha già un vincitore certo, Matteo Renzi, uno potenziale- Pierluigi Bersani e tre perdenti certi: il partito, il suo apparato e il suo gruppo dirigente.
Così, il sindaco di Firenze, se non vincerà le primarie dal punto di vista numerico le vincerà sicuramente dal punto di vista politico. E non tanto contro Bersani e il suo progetto (difficile, a questo punto, cogliere differenze significative anche per la relativa vaghezza dei reciproci propositi), ma proprio contro l’attuale Pd. E qui il Nostro ha ragioni da vendere.
Il partito è mancato sin dall’inizio. Come fonte di legittimazione politica (e qui basti ricordare che Bersani, vincitore due anni fa delle primarie di partito, e con un consenso valutabile in milioni di voti, ha dovuto richiedere, oggi, delle primarie di coalizione per garantire il suo ruolo , ridotto com’era ad un semplice “primum inter pares” all’interno del Pd). Ma anche, e soprattutto, come luogo di dibattito e di credibili e concrete sintesi politiche. E qui non c’entrano le divisioni interne, che pure ci sono sempre state, nel Pd come altrove. 
C’entra invece, eccome, la totale incapacità, e direi la vera e propria rinuncia a discuterne apertamente così da giungere a mediazioni soddisfacenti o alla formazione di maggioranze chiare. Ora, una politica opaca è di per sé una politica non credibile; si accettano nel 2012 come nel 2008 le decisioni del segretario, magari guardando da qualche altra parte, salvo a contestare quest’ultimo in caso di insuccesso.
L’apparato poi appare da qualche tempo del tutto inadeguato come veicolo di consenso. Nello specifico, funziona, in occasione delle primarie, solo nei centri piccoli e medi dove esiste ancora un sistema di potere efficiente e un consenso radicato nel tempo Nei grandi centri e a livello nazionale, invece, il suo sostegno è invece una specie di “bacio della morte” per in candidato ufficiale.
In quanto al gruppo dirigente, ammesso che questo ci sia, le sue reazioni alla candidatura Renzi sono state e sono una serie di autogol. Anche perché hanno avuto quelle tonalità isteriche, che sono sempre espressione di debolezza. Il loro denominatore comune è stato il “come ti permetti”? articolato in una serie di accuse di lesa maestà se non di complicità col nemico. Altri, poi, magari favorevoli a Renzi, non hanno parlato, pronti ad incassare i dividendi del suo successo, ma non a spendersi per esso.
Uno spettacolo desolante. Un’ulteriore testimonianza di una situazione di debolezza politica. Detto, ancora, in parole povere, i “rottamandi” non sembrano disporre della solidarietà da loro richiesta e non ne dispongono per il semplice motivo che, nel corso degli ultimi vent’anni non hanno dato, complessivamente, grande prova di sé.
Un discredito che non coinvolge automaticamente Bersani. Perché il Nostro, bene o male, incarna un progetto. E rimarrà, alla fine delle primarie, padrone del campo, seppure solo dopo il secondo turno. Il suo problema, allora (ecco il grande punto interrogativo) sarà la natura della sua vittoria.
In parole povere, il segretario può vincere come guardiano dell’ortodossia e dell’esistente contro il loro contestatore. Oppure può vincere chiarendo ulteriormente il suo progetto politico. Nel primo caso, la sua legittimazione sarà di brevissimo respiro. Nel secondo potrà aprire la strada ad una ricomposizione politica della società italiana.
Ora, “chiarire un progetto politico” significa, in primo luogo, misurarsi con l’esperienza Monti, polemizzando con le posizioni degli alleati attuali (Vendola) e potenziali (Casini), insomma con quanti l’identificano come catastrofe politica e sociale e quanti, invece, la caratterizzano come soluzione inevitabile e permanente.
Allo stato due certezze incrollabili e incompatibili, non solo tra loro, ma anche con le posizioni dello stesso Pd. In realtà due posizioni che crollano alla prima verifica seria, e che, crollando, aprono la strada ad ogni possibile mediazione.
E qui proprio Bersani potrebbe ricordare agli immemori che la “fase Monti” ha raggiunto gli obbiettivi che Napolitano, con il suo appoggio, gli avevano assegnato: liquidare, senza traumi, il berlusconismo, far maturare, nel paese, la consapevolezza dei suoi problemi di fondo, e, infine, restituire all’Italia un peso e un ruolo internazionale. Aggiungendo, ad uso e consumo dei suoi contestatori di destra che parlare di agenda autorizza a ricordare che esistono, per il prossimo governo, problemi e vincoli ineludibili, ma non certo soluzioni precostituite (e men che meno quelle poste in atto nell’ultimo anno). 
E, per quanto riguarda la sinistra parolaia che far pagare a tutti i prezzi della crisi è giusto, ma del tutto inutile ai fini della sua soluzione.
Considerazioni ovvie. Ma che non abbiamo sentite. Mancanza di intelligenza dei problemi o mancanza di coraggio? Speriamo la seconda, perché la prima è irrimediabile mentre la seconda no. Alberto Benzoni

Pubblicato in : Primo piano

Info Alberto Benzoni

Nato nel 1935. Ha lavorato all’ufficio Studi e Internazionale dell’Iri. Nel Psi dal 1957. Vice sindaco di Roma dal 1976 al 1981. Autore di testi sulla storia del movimento socialista in Italia e, in particolare, sull’esperienza craxiana. Ha scritto anche, con la figlia Elisa, “Attentato e rappresaglia – il Pci e via Rasella” e “Le vie dell’Italia”. Si è interessato collaborando a varie riviste, di problemi di politica internazionale.

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