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Renzi e le conferenze

Quello che io gli contesto da cittadino è altro: non il fatto di essere (un buon) conferenziere (ripeto, anche questo è un talento), bensì il fatto di esserlo, eventualmente, troppo.

di Fabrizio Amadori | 6 Dicembre 2021

Il senatore Renzi sostiene che non sia un male fare il parlamentare, e cioè farsi pagare dal popolo italiano un lauto stipendio, e contemporaneamente svolgere conferenze molto ben remunerate in giro per il mondo.

Ora, la questione è duplice e un aspetto della  sua attività è talmente fuori dal mondo che merita di essere sottolineata, anche se di certo l’hanno fatto altri commentatori prima di me, su ben altri spazi.

Arrivo subito al punto.

Io non credo che Renzi non debba fare conferenze.

Lui infatti non solo è un senatore, è anche un ex primo ministro italiano: è stato bravo per alcuni aspetti ed è riuscito nell’impresa di diventare un giovanissimo presidente del consiglio. Questo gli permette di essere un conferenziere noto e ben pagato in giro per il mondo (al netto della ovvia considerazione che se fosse un cattivo conferenziere dopo un po’ nessuno lo chiamerebbe più).

Quello che io gli contesto da cittadino è altro: non il fatto di essere (un buon) conferenziere (ripeto, anche questo è un talento), bensì il fatto di esserlo, eventualmente, troppo. Di essere cioè eccessivamente impegnato nella sua attività più remunerativa, che non credo sia appunto quella di senatore. Voglio dire: una conferenza ogni tanto ci sta (e il prezzo lo stabilirà il mercato, non gli elettori), una quantità tale da pregiudicare la sua attività di parlamentare no.

Questo è il primo punto.

Il secondo è il seguente: l’attività di Renzi è anche quella di sedere nei consigli di amministrazione di varie società e fondazioni straniere. 

Questa mi sembra una questione più complicata da difendere da parte del senatore, soprattutto se dietro ci stanno alcune chiacchieratissime potenze (come la “democratura” Russia e la dittatura Arabia Saudita): del resto la “scena cult” di Renzi in cui, da membro di una fondazione saudita, definisce il signore con cui interloquisce, il “principe” Bin Salman, ossia il capo di tale fondazione nonché probabile mandante dell’uccisione del giornalista Khassoggi (e, soprattutto, capo di una feroce dittatura, non dimentichiamolo!), la scena cult in cui Renzi definisce questo signore – dicevo – artefice di un Nuovo Rinascimento, Renzi che fa una cosa del genere nonostante o appunto perché venga da (e abbia governato come sindaco) la città di Firenze dove il Vecchio Rinascimento – definiamolo così – c’è stato davvero anche sul piano delle libertà personali (una ventata di libertà in pieno Quattrocento, come sottolinea pure Russell nella sua celebre Storia della filosofia occidentale), ebbene, significa, temo, che ormai il Nostro abbia perso ogni più piccolo senso non solo della realtà, ma del ridicolo. 

Renzi, del resto, non è un senatore qualunque, al di là della sua carriera da primo ministro: è uno capace ancora di far cambiare i governi, dall’alto del suo, pare, 2% striminzito. 

Ora, io escludo che il senatore abbia fatto cadere il Governo Conte per ritrovare una ribalta internazionale utile alla sua attività di conferenziere e di consulente strapagato: ma se così fosse ( e non lo è di sicuro, ripeto), questo sarebbe comunque meno grave che usare tale capacità per essere, da consulente internazionale di qualche potenza straniera, la quinta colonna di quella stessa potenza nelle vicende interne italiane, il che vuol dire europee e occidentali, nel ventre molle dell’Occidente insomma. 

Perché questo potrebbe sembrare l’Italia all’estero, soprattutto agli occhi di potenze antidemocratiche, l’Italia cioè che permette ai suoi parlamentari più abili di agire, lavorando come consulenti di enti e istituzioni stranieri, in maniera (allo stato attuale delle cose) legale, sì, ma spregiudicata, davvero troppo spregiudicata. 

Che poi Renzi non agisca da quinta colonna ne sono certo (infatti, come talvolta “prende in giro” gli italiani – quando ad esempio vuol fare passare per illuminata, e comunque accettabile, una feroce dittatura come l’Arabia saudita – può fare lo stesso con gli stranieri che lo pagano): ma intanto è dubbio che il suo comportamento sia vantaggioso per l’immagine non solo del paese che glielo consente, ma dell’altissima carica istituzionale che ha ricoperto (e che potrebbe ricoprire nel futuro).

Fabrizio Amadori – nerosubianco.blog

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: amministrazione, estero, firenze, futuro, governo, italia, mercato, mondo, popolo italiano, presidente del consiglio, renzi, senatore, stranieri

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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