La spesa pubblica è il cemento a presa rapida del consenso’, ammoniva Ugo La Malfa, il più rappresentativo dei liberaldemocratici dello scorso secolo, nonché l’antesignano del monito per una politica di austerità e di maggior rigore, che il Parlamento, troppo spesso ignorava per l’eccessivo condizionamento da fabbisogno di consenso, a causa di una democrazia bloccata e in cerca di rivincite.
Una recente ricerca della Banca d’Italia, rimanda alla crisi del 1992, l’inizio dell’inversione della curva del PIL pro capite, la misura del benessere dei cittadini, e al suo ulteriore aggravamento nel 2011, quale conseguenza della grande crisi finanziaria globale.
Ogni indicatore ci evidenzia che da allora, il Paese, a differenza del resto di Europa, non è più rientrato in quei valori; fanno eccezione la Lombardia e altre aree del Veneto e dell’Emila Romagna, che rappresentano un virtuale triangolo non equilatero, i cui vertici, per Dario Di Vico, coinciderebbero con Milano, Bologna e Treviso. Sono i territori dove è merso un ‘idealtipo’ d’impresa innovativo e anche diverso, che si caratterizza per l’innovazione produttiva per filiere, e l’integrazione strategica tra i due capitali: il finanziario e l’umano, con la componente strategica della competenza e del suo prodromo: la formazione, senza la quale la competizione né si affronta né si regge.
Produzione e servizi connessi sono il gene propedeutico alla competitività nel terzo millennio, ma per favorire la convergenza occorre uno specifico humus culturale e sociale, che ad ogni latitudine, si va sempre più consolidando consolida nelle aree metropolitane delle città trainati. Sono ‘spazi’ economico sociali che si caratterizzano per la specificità ‘culturale’, che li induce alla consapevolezza che il proprio orizzonte sarà sempre più caratterizzato dalle sfide del mercato, e che le differenzierà da quelle che pretendono dalle istituzioni la protezione della propria non competitività. Sono contesti caratterizzati dall’orizzonte della immobilità, a vocazione di autarchia sovranista, con le comunità che si consolidano con i ‘montacarichi familiari’ in contrasto con l’esigenza di attivare ‘ascensori sociali’, sintetizzati ed enfatizzati dai ben noti slogan: ‘padroni a casa nostra’ e ‘prima gli italiani’.
C’è una Lombardia e un Nord, come fa notare Dario Di Vico che nutre e necessità di ambizioni verticali, ‘ovvero di rincorsa/competizione con le grandi città terziarie d’Europa’ e degli spazi economici del globo; ma che stanno in una Lombardia le cui istituzioni non sono culturalmente in grado di riconoscere le esigenze delle diversità socio economiche territoriali, che giorno dopo giorno diventano più marcate, evidenziando l’inadeguatezza culturale di chi è preposto a prendere le decisioni, vedasi Regione Lombardia.
Uno scenario che tende a condizionare Milano in modo particolare e a scala discendente, Brescia, Bergamo, Lecco, Monza e Varese e le altre città, che hanno esigenze di declinazione delle proprie funzioni e aspirazioni profondamente differenti da quelle dalle mini comunità sparse tra pianura agricola e Prealpi, le complessità da gestire sono profondamente differenti e assai più ampie, necessitano di un humus culturale inevitabilmente asimmetrico a quello delle piccole comunità, chiuse nelle loro diffidenze e paure.
Osservando la composizione culturale del Consiglio Regionale, non può sfuggire la matrice culturale che caratterizza la composizione degli eletti ed in particolare del partito di maggioranza relativa, la Lega, le premesse culturali di governo sono esclusive del ‘contado’ diffuso ed è quindi più che lecito domandarsi se a Venegono Superiore piuttosto che a Remedello, o a San Giovanni Bianco, Calcinate e San Genesio e Uniti sia possibile sviluppare quelle premesse e quelle esperienze culturali per comprendere e per indirizzare le soluzioni per il governo di realtà complesse.
In quelle pur apprezzabili località, la diversità è minaccia, l’attrattività si imitata alla sagra del Santo Patrono, la mobilità si riduce al piccolo cabotaggio, e la dimensione di scala con la coerenza delll’ottimizzazione dei servizi una sovrastruttura.
E’ quell’humus che porta alla convinzione che il piccolo è più bello, e che il compito primario della politica sia della strenua difesa dall’esigenza di diversità e la politica consista nella pregiudiziale ideologica di sconfiggere l’avversario piuttosto che lo sfidarlo nella identificazione di modelli per il perseguimento del bene comune in scale diverse dalla propria
Milano e le altre città concorrono ad alcun ‘championship’, per loro l’attrattività, è uno dei fattori critici di positività, perché hanno la consapevolezza che la sfida per migliorare la qualità della vita delle loro comunità passa dalla creazione di condizioni che favoriscano lo sviluppo di offerta di ‘lavori buoni’, antidoto a ridurre l’emigrazione quantitativamente e qualitativamente superiore quella dell’immigrazione, sanno che l’attrattività si declina nella necessità della capacità di accogliere e integrare sia il facile di chi ha professionalità e creatività e sia il difficile di chi è alla ricerca di sopravvivenza all’ombra dell’opulenza.
Il rifiuto, opposto dal Consiglio Regionale della Lombardia alla revisione tariffaria proposta dal comune di Milano, è l’ennesima dimostrazione di un’indicibile ‘avversione politica’ nei confronti della città motore della Regione e del Paese, espressione di un profondo differenziale prima culturale che politico, costretta ad essere compressa e contraddetta nelle sue aspirazioni di sviluppo; la bocciatura del progetto di riforma tariffaria della mobilità collettiva di Milano e comuni limitrofi, ricorrendo alla integrazione tariffaria, è solo manifestazione di continuità.
Ne sono esempio, il disdicevole abbandono con cui è stata annichilita la gestione patrimoniale e umana dell’edilizia popolare, con l’annessa omissione di iniziative al contrasto dell’illegalità diffusa nell’abuso di utilizzo delle unità immobiliari; così come la pluriennale indifferenza al sistematico disagio della mobilità collettiva dei lavoratori che si muovono verso le città, per anteporre la mobilità individuale delle pedemontane; la conservazione della polverizzazione amministrativa, finanziata dal Governo attuale a detrimento delle risorse per le città, sono il segnale dell’evidenza di una spesa pubblica non indirizzata al benessere collettivo ma al consenso di una parte.
Max Weber, già da fine Ottocento, metteva in guardia dal rischio di far coincidere la ricchezza di una comunità con i portatori di sete di lucro e relativa aspirazioni a guadagnare denaro il più possibile che dequalificano l’humus per la crescita civica e culturale della comunità, che osteggiano il mercato, la competizione e l’etica dei comportamenti sottraendosi da ogni responsabilità civica e sociale che possa essere in contrasto con i propri interessi.
In questo scenario’ un’autonomia limitata al trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni, in ossequio ai contradditori articoli 116 e seguenti della Costituzione, che non contempli in modo chiaro il condizionamento di devoluzione alle città, rischia di trasformarsi per le città, in una ulteriore minaccia, che le pone tra l’incudine ei l martello di un duplice regime di sovranismo dirigista.
Questa pericolosa declinazione del regionalismo lombardo, non può che preoccupare, se ci si limita al ‘mutatis mutandis’ tra centralismi istituzionalizzati, in cui prevalgono la sopraffazione degli interessi particolari su quelli generali. L’autonomia senza una prescrittiva devoluzione è un’autonomia dalla quale diffidare.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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