La strategia del governo di larga coalizione dietro le ultime scelte di Napolitano.

Per il primo passaggio c’era il precedente di De Gasperi nel 1953; per il secondo, c’era l’esempio della Grecia nel 2011. Ora, ad Atene, gli elettori avevano parzialmente corretto in autunno il loro orientamento della primavera, dando il via libera a un governo di lacrime e sangue come il “meno peggio” rispetto al caos puro e semplice, mentre nel caso italiano si trattava semplicemente di garantire a una delle due coalizioni la maggioranza assoluta dei seggi anche al Senato. E a quel punto c’era il rischio di una vittoria di Berlusconi, ma era assai più probabile che vincesse, sempre nella logica del voto utile, il Pd.
Ma questa possibile alternativa non viene minimamente presa in considerazione. Perché?
Per salvare il Pd, smarrito e senza bussola? Negativo. Perché il Pd perde la bussola solo dopo il No di Napolitano a Bersani e la perde perché, a quel punto, non è in grado di scegliere né l’accordo con il centro-destra (impersonato da Marini) né l’antiberlusconismo (impersonato da Prodi). E dunque l’atteggiamento del presidente è la causa (o una delle cause) non la conseguenza della crisi vissuta dal partito. E allora perché?
Per metabolizzare, insieme, Berlusconi e l’antiberlusconismo, arrivando così alla “pacificazione degli spiriti”? Impossibile. Perché, politicamente parlando, il Cavaliere non è un grande corrotto privato, ma piuttosto un grande corruttore pubblico mentre l’antiberlusconismo, viscerale quanto vi pare, è almeno sino ad oggi l’unico vero sentimento che unisce la maggioranza degli italiani. In quanto alla pacificazione, la sbandiera non a caso solo Brunetta, per dichiarare su questo terreno la superiorità della sua parte politica. In un contesto in cui il governo non è tanto il luogo dell’incontro tra le due parti, quanto la sede per manifestare la loro diversità, preparando le armi e gli accorgimenti per il loro scontro prossimo venturo.
Per salvare l’Italia? Per dare una risposta alla richiesta unanime di avere, comunque, un governo? Ora, la richiesta unanime c’è stata. Ma con quali aspettative? Quella di un Monti bis, altre riforme “dolorose, ma necessarie”, questa volta con l’“impegno responsabile”del Pd e del Pdl? Nessuno può aver bevuto una panzana del genere, perché quello che la gente si aspettava era l’esatto contrario: più soldi per le persone o per le imprese (con diminuzione del carico fiscale? Con aumento delle spese? Questo si sarebbe visto dopo) e un conseguente allentamento della pressione da parte dell’Europa.
Ora, il governo Letta sta certamente facendo il possibile per soddisfare queste attese, ma con scarso successo ed entro limiti sempre più paralizzanti. Limiti che, per inciso, rendono la situazione sempre più ingovernabile anche perché, permanendo la recessione, la questione lacerante diventa sempre più quella di chi debba pagarne i costi.
In definitiva, le larghe intese, non sono la soluzione, sono una parte del problema. Ma a ben vedere è proprio la debolezza del governo e dei partiti che vi hanno dato vita, a garantire la sua durata nel tempo; confermando ex post la validità della strategia del Presidente.
In parole povere il governo vive perché, nelle attuali circostanze, il ricorso ai cittadini sarebbe peggio. Insomma, perché più tardi si vota meglio è.
Appunto: undicesimo, non votare. Così come nel 2011 e nel 2012 e agli inizi dell’attuale legislatura.
L’atteggiamento di Napolitano non è quella del componente di un’èlite a vario titolo privilegiata nei confronti del “popolo bue”, ma è piuttosto quella del vertice istituzionale di un sistema politico bipolare che i due protagonisti non sono in grado di fare funzionare razionalmente. A destra perché ritardati senza rimedio e dalla nascita. A sinistra perché non ancora in grado di misurarsi razionalmente con la modernità.
Prima di fare votare occorre dunque assicurarsi che i due contendenti siano in grado di gestire il proprio successo negli interessi del paese. E nell’attesa che ciò avvenga, meglio soprassedere.
Su questo disegno e sulla pedagogia politica che ne è parte essenziale, ci sarebbe molto da dire (a partire dal fatto che questa si esercita più sul Pd che sul Pdl). Contentiamoci qui di ripetere che la pedagogia democratica è cosa diversa dall’autoritarismo tecnocratico ed elitario aggiungendo, però, che i confini tra i due sono oggi indistinti e, quindi, facilmente superabili.
Così, tutti sanno che le istituzioni europee si sono costruite sul principio del rifiuto della consultazione popolare. Così tutti dovrebbero sapere che il nostro ottimo Monti, in una sua recente dichiarazione, attribuisce i disastri dell’ultimo ventennio “non ai politici, ma al popolo italiano” incapace, evidentemente, di capire quale fosse il suo vero bene Insomma, cornuti e mazziati. E, beninteso, in nome della razionalità della politica e degli “interessi del Paese”…

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