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Quanto influiscono sull’esito elettorale i testimonial?

di Mauro Della Porta Raffo | 15 Dicembre 2014

Republican presidential candidate Barry Goldwater is seen, 1965.Capita ogni volta. A campagna elettorale in vista e, più frequentemente, in corso, i media chiedono ai vip, di qualsiasi specie con l’esclusione (e sbagliano!) dei mariuoli di vario genere, come intendono votare. Di seguito, a dimostrazione del fatto che la gente non si lascia facilmente influenzare, quanto occorso nel 1932 e nel 1964.

 * * * * *

1932: il ‘peso’ politico degli intellettuali

Stati Uniti d’America, 1932, in piena crisi economica, si corre per la Casa Bianca.

Il presidente repubblicano Herbert Hoover punta alla rielezione.

Il partito democratico gli oppone Franklin Delano Roosevelt.

I più importanti intellettuali del Paese – poeti di chiara fama, filosofi ben noti, scrittori assai apprezzati, critici di notorietà e carisma indiscutibili  quali Sherwood Anderson, Erskine Caldwell, Malcolm Cowley, Countee Cullen, John Dos Passos, Langston Hughes, Grace Lumpkin, Sidney Hook e Lincoln Steffens, per fare qualche nome – si schierano ben altrimenti: firmano infatti il documento stilato da Edmund Wilson a sostegno della candidatura di William Zebulon Foster.

In ‘Culture and Crisis’, il celebrato e tanto ben appoggiato critico che si esprimeva sulla pagine del ‘New Yorker’, su quelle di ‘The New Repubblic’ e di ‘Vanity Fair’ sostiene a spada tratta, con perizia e con stringente logica appunto Foster, esponente di primissimo piano e candidato ufficiale dei comunisti americani.

Risultato a novembre?

Centotremilatrecentosette (103.307) voti pari allo zero tre per cento (0,3%).

Questo il ‘peso’ degli intellettuali in quella occasione.

Questo il ‘peso’ in politica degli intellettuali in ogni occasione!

 

1964: quando John Wayne appoggiava Barry Goldwater

1997, prodotta per la televisione esce una pellicola straordinaria.

Sceneggiata magistralmente da Martyn Burke e diretta da Joe Dante, si intitola ‘La seconda guerra civile americana’.

In una scena, gli inviati di un potente network tv, in attesa degli eventi, guardano un film di guerra.

Sullo schermo, John Wayne fa strage di nemici e uno dei due ne esalta il valore.

“Ti ricordo”, replica l’altro, “che Wayne era un attore”.

“Se ai tempi del Vietnam John fosse stato alla Casa Bianca quel conflitto sarebbe durato una settimana!”, chiude, sicuro, il primo.

Ecco, il protagonista di mille western (e non solamente), il Ringo di ‘Ombre rosse’, l’Ethan Edwards di ‘Sentieri selvaggi’ non era percepito da larga parte degli americani ‘solo’ come un divo di Hollywood.

Era, rappresentava molto di più: il coraggio, il senso del dovere, l’onore, la fermezza, in qualche modo il Paese.

Ebbene, questo vero monumento vivente nel 1964 partecipa in prima linea, in prima persona, senza risparmio, alla campagna per White House che vede il senatore repubblicano Barry Goldwater impegnato contro il presidente uscente, il democratico Lyndon Johnson.

Quali i risultati?

Una netta sconfitta.

Gli elettori non si lasciano convincere.

Johnson ha fatto bene in politica interna e il Vietnam, laddove gli USA combattono, non lo ha ancora demolito come avverrà di lì a non molto.

Goldwater perde addirittura per quattrocentoottantasei delegati nazionali a sessantadue su un totale di cinquecentotrentotto.

(Per inciso – e non che a determinare la svolta epocale sia John Wayne, per carità – per la prima volta il partito repubblicano perde il Nord, sua abituale riserva elettorale, conquistando invece Stati del Sud fino a quel momento praticamente sempre democratici.)

Perché ricordare questi lontani accadimenti?

Semplicemente perché ancora oggi la stampa e le tv danno grande rilievo alle dichiarazioni dell’uno o dell’altro personaggio, non soltanto del cinema, che si schieri in campagna elettorale di qua o di là.

Se ai suoi tempi non è riuscito John Wayne, l’americano per eccellenza, a cambiare le carte in tavola perché dovrebbero riuscirci, che so?, una Sarah Jessica Parker, un Woody Allen, perfino un George Clooney per stare tra i democratici, un Chuck Norris, un Robert Duvall o un John Voight per passare ai GOP?

Per quanto grande regista e attore sia, guardando all’ultima campagna, non ha cambiato nulla, se non forse per qualche infinitesimale zero virgola qualcosa, neanche il celebrato ‘endorsement’ a favore di Mitt Romney pronunciato da Clint Eastwood.

Come diceva il vecchio e saggio, oltre che bravissimo, Indro Montanelli, alla fine conta il parere del lattaio dell’Ohio (Stato i cui risultati praticamente sempre collimano con quelli nazionali) l’opinione del quale nessuno o quasi dei giornalisti italiani che si occupano di elezioni USA cerca di conoscere.

 

Pubblicato in : Primo piano

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