
Riccardo Barlaam nell’articolo de Il Sole24Ore “Quanto costerebbe all’Italia uscire dall’euro” prospetta in maniera sintetica, in otto quadri, gli scenari possibili.
Riporto di seguito il mio personale commento pubblicato a margine dell’articolo de Il Sole24Ore innanzi specificato.
Suggerisco una integrazione al “Quadro 5” e al “Quadro 6” dell’articolo per meglio focalizzare le difficoltà connesse all’abbandono dell’euro.
Nel 2011 l’Italia ha speso 84 miliardi di dollari, pari a 63 miliardi di euro, per acquistare dall’estero petrolio e gas. Da ciò risulta un deficit della nostra bilancia commerciale di 24 miliardi di euro.
Questi dati sono riportati dal sito internet: Assomineraria.org.
Il nostro Paese per far girare i mezzi di trasporto pubblici e privati, per illuminare le case e fornire energia alle industrie utilizza in maniera massiccia petrolio e gas, pagando in dollari.
Oggi il cambio euro/dollaro è pari a 1,33, pertanto un dollaro si scambia con 0,75 euro. A parità di altre condizioni, quante “nuove lire” ci vorranno per ottenere in cambio lo stesso dollaro?
Il nostro Paese saprà imporsi commercialmente e finanziariamente nel mondo al punto di far accettare la propria moneta al posto del dollaro?
Saprà aumentare le esportazioni all’estero dei propri prodotti in misura tale da incassare capitali in dollari necessari a pareggiare i 63 miliardi di euro della spesa petrolifera? O quantomeno i 24 miliardi di euro del “deficit” registrato dalla sua “bilancia commerciale”?
In questo caso ho parlato di euro ma bisognerebbe riferire tutto in dollari per omogeneità di discorso. D’altro canto si ipotizza una situazione nuova nella quale l’euro non è più primo attore.
Occorre aver chiara tale essenziale, vitale questione – oltre alle tante altre che al momento si disconoscono – quando si ipotizza di abbandonare l’euro e si programma di “confezionare” la nuova moneta nazionale.
Evito di pensare ai politici ed ai tecnici che dovrebbero farci affrontare le insidie del nuovo mare imbarcandoci nella pericolosa, improbabile avventura monetaria. Lascio ad altri l’arduo compito di individuare e segnalare i nominativi giusti.
Detto questo, in ottica costruttiva e possibilista, occorre rammentare che l’uomo offre il meglio di se nei momenti di grandi difficoltà. E’ pensabile, pertanto, che in situazioni estreme si trovino in Italia le risposte efficaci alla mancanza di sufficiente petrolio e gas, mediante l’ottimale messa a frutto delle energie insite nelle masse marine che avvolgono il nostro Paese, nei venti che spazzano le nostre montagne e nell’abbondante calore che il Sole quotidianamente, gratuitamente, mette a nostra disposizione.
Dal sito internet: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-11/quanto-costerebbe-uscire-euro-215451.shtml?cq_mod=1386844353745#comments
Quadro 5: “Quanto costerebbe uscire dall’euro”. Solo una uscita traumatica dall’euro, quindi, è credibile come ipotesi. Un’ipotesi tuttavia che avrebbe dei costi elevatissimi per le economie nazionali e potrebbe – nello scenario peggiore – avere pesanti ricadute recessive globali. In Francia l’uscita dall’euro, secondo l‘economista Nicolas Baverez, porterebbe nel breve termine a una caduta del Pil del 20% e alla perdita di almeno 1 milione di posti di lavoro (in Italia probabilmente sarebbe ancora peggio). Il ritorno al franco si accompagnerebbe a una svalutazione dal 20 al 30% della ritrovata moneta nazionale, che compenserebbe la perdita di competitività dei prezzi avvenuta con il passaggio all’euro. Ma ci sono altri aspetti da considerare. Aspetti non positivi…
Quadro 6. “L’Italia? Un Paese in saldo”. In Italia una svalutazione del 20-30% causata dal ritorno alla moneta nazionale, la vecchia lira, farebbe perdere da un giorno all’altro valore ai patrimoni di tutti gli italiani. Il nostro è uno dei paesi europei che ha il primato per il risparmio personale e le proprietà immobiliari. L’uscita dall’euro farebbe subito perdere valore alle case e ai risparmi degli italiani del 20-30%. Oltre alla svalutazione ritornerebbe l’inflazione, un fantasma che ci ha accompagnato per decenni, un po’ come è ora con lo spread BTp-Bund.
Certo, con il ritorno alla lira l’industria italiana potrebbe tornare a competere sui mercati globali sfruttando le svalutazioni competitive come faceva negli anni Ottanta. Tornerebbero a frotte gli investimenti esteri attirati, come in Grecia, dalla svalutazione dei nostri asset. Ma diventeremmo Terra di conquista per chi ha liquidità, più di quanto non stia avvenendo ora. Un Paese in saldo.
Con la svalutazione che deriverebbe dal ritorno alla moneta nazionale, inoltre, da un giorno all’altro l’Italia si ritroverebbe con un debito pubblico enormemente aumentato. Un altro rischio grande, è che il Paese con un’uscita traumatica dall’euro e la ripresa della sovranità monetaria sarebbe, almeno in un primo momento, alla mercé della speculazione dei mercati finanziari, con probabile fuga di capitali e disintegrazione del sistema bancario.

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