Non dovrebbe rientrare nell’ordine delle cose umane che le mamme occupino per sempre l’interiorità, seminandovi i propri occhi, la propria faccia, dove vita natural durante i figli possano fare scorrerie senza rischio per specchiarsi e assolversi da ogni abiezione.
Perché questo accade, il volto materno ci assolve sempre per tutta la vita, qualsiasi vigliaccata, furbizia e immoralità si commetta, il volto materno ci assolve senza fatica, un lasciapassare per non aver mai schifo di noi, quindi un inganno. Cos’è più dolce e suadente del farci coccolare da simile ricordo? Nel ritratto consolatore del perdono materno tramandato senza costo ristagna la cattolica indulgenza, degradata a cantuccio caldo nella stazione di posta.
Quando l’italiano scende nella propria interiorità la trova già affittata, sbilanciata nel ricordo, nel perduto, dove il dolce volto campeggia. Il dissidio si spende contro il muro del perduto, del non esaudito, il volto materno vieta che si accenda un a tu per tu sopra le righe, un aut aut con noi stessi, antieconomico e senza accomodamenti.
Questo non accade mai, e ancor meno se atei, se nell’interiorità l’ateo rovista solo il perduto perché tutto si risolva qui presto e bene.
Qua naufraga la speranza d’un vero cambiamento, sempre e stoltamente riposto nella politica.
E’ naturale allora che l’italico sentire ingessato nel volto della mamma sia terrorizzato dal regno oscuro delle madri, è naturale che la femminilità ingobbita creda di riscattarsi nello smercio dei genitali, nel non figliare o nel figliare figli in precedenza assolti, degradando l’essere tellurico e giustiziere che è nelle madri nelle misere battaglie della libertà delle donne mamme.
Le madri capovolgevano l’essere molto prima d’una questione di libertà, le mamme invece con o senza figli spalmano la vita di nutella amara, e i figli con qualsiasi mezzo se ne devono lavare. Le mamme liberate sono eunuche tra eunuchi dopo la rivoluzione sessuale sbollita, forzano il carattere per diventare madri ma imboccano una strada chiusa.
Ingenuamente accuso l’italico sentire, ma al raccolto dalla Vetta d’Italia a Capo Passero, potrei aggiungere quelli da Bering a capo Horne, da capo Nord a Buona Speranza, e ovunque nell’occidente elefantiaco le donne sono state lasciate sole, in balia di psicologi e psichiatri, mentre la loro solitudine è antropologica e nessuna comprensione emotiva e sessuale del compagno può rimediarla.
Siamo oltre ogni cultura e sentire, siamo nella biosfera dell’uomo animale a cui millenari vestitini stanno stretti. Gli spazi si restringono prima di riaprirsi improvvisamente invalicabili, ma già nel nostro interregno di plastica il ricordo dolce del volto della mamma non riesce più a supplire al più impegnativo regno delle madri.
Qualcosa di tellurico avanza.
Marzio Siracusa

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