
Ogni giorno ci lamentiamo dei Pronto Soccorso affollati. Delle attese interminabili. Dei codici bianchi che, secondo molti, dovrebbero restare a casa invece di occupare posti destinati alle vere emergenze.
È una critica che contiene una parte di verità. Ma è anche una semplificazione. Prima di giudicare quelle sale d’attesa bisognerebbe fermarsi a osservarle. Dietro ogni persona seduta c’è una storia che raramente coincide con ciò che appare. C’è chi è arrivato per un trauma improvviso, chi per un dolore inatteso, ma c’è anche chi non ha trovato un medico, chi ha provato a orientarsi in una sanità sempre più difficile da raggiungere, chi ha passato ore tra centralini automatici senza riuscire a parlare con qualcuno in grado di assumersi una responsabilità.
E poi esistono sofferenze che non trovano spazio nelle statistiche cliniche. La disperazione non è un sintomo? La solitudine non produce malattia? Il caldo estremo, il freddo, la fame, l’abbandono sociale non finiscono forse, prima o poi, per trasformarsi in un problema sanitario?
Il Pronto Soccorso continua ad accogliere tutto questo. Non perché sia nato per farlo, ma perché spesso non esiste più nessun altro luogo capace di farlo. È uno degli ultimi spazi pubblici nei quali, davanti al dolore, la prima domanda non è chi sei, quale contratto hai, quale tessera possiedi o da dove provieni. La prima domanda resta: “Che cosa ti succede?” Può sembrare poco. In realtà è il fondamento stesso della medicina. Per questo motivo il sovraffollamento dei Pronto Soccorso non racconta soltanto la crisi della sanità. Racconta anche la crisi della rete sociale.
Quando una persona arriva in ospedale perché non ha trovato risposte altrove, non è il Pronto Soccorso ad aver fallito. È tutto ciò che avrebbe dovuto intercettare quel bisogno prima che diventasse un’emergenza. Discutere di inappropriatezza degli accessi è legittimo. Nessun sistema sanitario può reggere se viene utilizzato per supplire a ogni altra mancanza. Ma sarebbe un errore fermarsi ai numeri senza interrogarsi sulle loro cause. Perché dietro molti codici bianchi non c’è superficialità. C’è smarrimento. C’è solitudine. C’è povertà. C’è l’assenza di un’alternativa.
Il rischio più grande sarebbe abituarci all’idea che l’accesso alle cure debba essere subordinato prima all’identificazione, poi alla burocrazia e solo infine alla persona. Sarebbe il segno di una società che ha invertito l’ordine delle priorità. Una civiltà si riconosce da come tratta chi è più fragile. E oggi il Pronto Soccorso, con tutte le sue difficoltà, continua a rappresentare uno degli ultimi luoghi in cui questa idea sopravvive.
Forse il problema non è che i Pronto Soccorso siano diventati troppo umani. Forse il problema è che, fuori da quelle porte, di umanità ne è rimasta sempre meno.
Il Pronto Soccorso è diventato l’ultimo luogo in cui la società accoglie le persone prima di giudicarle.
Angelo Santoro

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