
Invece, qualcosa, sebbene a fatica ed ancora con molte luci ed ombre che non permettono di fare previsioni sia pure a medio termine, si è mosso, ed un paio di certezze possiamo già dire di averle: si è stabilmente identificato un prima ed un dopo, ovvero una sorta di dead line che segna definitivamente il capolinea di una intera classe dirigente che non può più sottrarsi dal riconoscimento del proprio fallimento e che, pur con residue resistenze, sente di aver concluso la propria corsa; ma sta anche prendendo corpo una consapevolezza di cui qui ci siamo fatti portatori da tempo, ovvero che le primarie, laddove permettano un autentico confronto fra progetti e candidati diversi, rappresentano davvero una potente leva in grado di risollevare l’elettorato dalla emarginazione cui il Porcellum e la partitocrazia lo avevano relegato, riaccendendo non solo una passione civile che sembrava ormai spenta nel nostro paese ma anche la concreta possibilità di una partecipazione non solo formale alla selezione di una nuova classe dirigente.
Naturalmente, le differenze sono evidenti, perchè se è vero che le primarie del Pd mettono in scena un confronto fra due proposte diverse, quella socialdemocratica di Bersani e quella liberalriformista di Renzi, che tengono aperta la discussione sia sulla futura identità del partito – fin qui affidata ad un traballante compromesso più che ad un netto profilo – che sul programma più vasto di un prossimo governo nazionale, è altrettanto vero che le annunciate primarie del centrodestra appaiono tutt’altra cosa, sempre ammesso che si facciano visto che Berlusconi nell’arco di tre giorni è uscito e rientrato in scena, confermando una visione del partito come cosa sua e dunque lasciando aperti tutti gli interrogativi mai risolti sul grado di democrazia interna del Pdl e sulla sua fatale dipendenza dagli umori del padre-padrone che lo possiede.
Se comunque, in un arco di tempo superiore ai tre giorni e ad uno dei suoi eterni processi, Berlusconi decidesse di mantenere una decisione presa, e di permettere quindi lo svolgimento delle primarie a dicembre, queste non sarebbero altro che la versione normata e palese della guerra per bande che travaglia il Pdl ormai da tempo immemore, proponendoci uno scontro fra capicorrente che poco o nulla ha da aggiungere ed ancor meno da offrire all’elettorato di centrodestra ed alla enorme quota di indecisi che risulterà determinante a primavera sull’esito delle elezioni politiche.
Un partito che è nato, cresciuto ed ingrassato sulla cooptazione, non può certo fare in un mese ciò che non ha fatto negli anni, ovvero tirar fuori una classe dirigente che non c’è e per di più proporla rinnovata – tutt’al più verrà messo in scena qualche giovane Avatar ben manovrato da vecchi dirigenti, ma la credibilità dell’intera operazione risulterà bassissima agli occhi dello stesso elettorato del partito che assiste già da tempo allo scontro molto più vivo e significativo in corso nel centrosinistra e che difficilmente potrà appassionarsi ad una faida interna fra un Alfano ed un Galan, un Crosetto ed una Santanchè. Materia buona per qualche vignetta, non certo per rianimare un’intera parte politica che è ormai preda di un cupio dissolvi direttamente proporzionale alla mancanza di lievito democratico con cui fino qui si è caratterizzata. Le primarie non si vincono per acclamazione, si sa, e chi ha sempre evitato persino di fare un congresso risulta oggi poco convincente nella parte improvvisata del grande elettore stile americano – la democrazia ha fondamentali che non possono essere trascurati, pena l’esserne travolti, il che è esattamente ciò che sta accadendo al Pdl.
Ma pur avendo chiare tutte le differenze fra le due competizioni che potremmo vedere a breve, è certo che la situazione bloccata che abbiamo vissuto per anni si è di fatto già trasformata in una situazione liquida ed in costante evoluzione – non possiamo dire oggi se ciò ci porterà a stare meglio, ma sappiamo però che non torneremo indietro, e questo è già un risultato non di poco conto. In questa fluidità, annaspano ed appaiono sempre più anacronismi anonimi personaggi come Casini e Di Pietro, che si sono trovati del tutto impreparati a gestire questo improvviso cambio di passo e spiccano con le loro facce fra l’attonito e l’incazzato sul fondo di una tempesta che sta scuotendo anche loro.
L’eterno ondeggiare di Casini, la sua politica dei due forni praticata fino allo stremo, il montismo di governo e le alleanze locali fatte invece con chiunque, purché garantisca posti di potere, non solo non lo hanno premiato con un solo voto in più ma rischiano di farlo apparire oggi – fermo com’è alla ricerca della migliore alleanza post-voto da trattare sottobanco – il più arcaico arnese della politica italiana improvvisamente ridestata dall’oblio, l’immagine peggiore di quella classe dirigente vecchia di idee, di sistemi e di vizi, che i cittadini italiani stanno finalmente tentando di pensionare definitivamente. Mentre Di Pietro, che si agita e strepita ma intanto pietisce per rientrare nell’idillio prefigurato dalla foto di Vasto, mentre deve fare i conti con tutti i problemi di una gestione del partito padronale ed afflitta da guai giudiziari – proprio come tutti gli altri ma che smacco per il campione della legalità giacobina e censoria – pare proprio ciò che è, una figurina del passato che è gran tempo che rientri nell’album da cui era uscita solo per una concomitanza di eventi nient’affatto edificanti.
Siamo a metà del guado e forse questa è la fase più difficile, ma qualcosa finalmente si è mosso dopo anni di paralisi totale – ora più che mai, sta ai cittadini il dovere morale di non fermare questo principio di evoluzione e di spingere con la partecipazione consapevole verso un effettivo ed incisivo cambiamento. A destra come a sinistra, ovunque vi portino le vostre idee, fate tappa ad un gazebo e votate – le primarie non sono una perdita di tempo, sono invece il primo passo per tornare a contare qualcosa, prima come elettori e poi come comunità democratica.
Il Porcellum si abbatte così, non con la rivoluzione ma con le primarie.

Intendevo: errata corrige sul,post precedente.
Negandole il voto
L’astensionismo siciliano – in assenza di primarie, e questo è un fatto da tenere presente – certifica il distacco ed il disgusto nei confronti di questa politica che si rifiuta di riformarsi, per cui gli,elettori, non potendo fare altro, non la avallano nega file il voto. Si questo bisogna lavorare. Il sistema attuale è morto per sua stessa ottuistà, a noi sostituirlo con uno più rispondente alle nostre necessità. La democrazia funziona così.
Le mie considerazioni c’entrano in parte Chiara, la partecipazione ampia che te auspichi significa che gli elettori, spostandosi in massa per queste primarie a destra come a sinistra, diano il loro apporto a un sistema e a dei partiti, comprese le persone che gareggiano per esserne i futuri privilegiati del sistema, che é MORTO! Te l’ho già detto, siamo fuori tempo massimo, e la cronaca odierna, sebbene con tutte le diversità e peculiarità che puo’ avere la Sicilia in questo discorso, confermano la mia tesi e smentiscono questa euforia delle primarie! Quando il 53% della popolazione non si muove neppure per andare a votare, i casi sono due, o non avete capito a che punto di non ritorno la gente sia arrivata, oppure fate finta di non vederlo! Altro che primarie! La gente sta a casa, e fanno bene a mio avviso, la possibilità dell’astensionismo, anche da te invocata in passato, o il voto di protesta (sembra che Grillo sia arrivato al 16% senza mai essersi presentato prima, un record assoluto) sembrano ad oggi le sole vie d’uscita ad un sistema morto, del quale fanno parte le primarie, Bersani come Renzi, Alfano come Casini. Se il menu non offre niente di appetibile, si puo’ scegliere di astenersi e saltare il pasto!
In questo senso, il mio commento é pertinente, almeno mi pare.
Scusa, Paolo, a quale conclusione alludi? Il mio pezzo si chiude con un invito: “a destra come a sinistra, ovunque vi portino le vostre idee” di andare a votare alle primarie. Perchè credo davvero che una ampia partecipazione alle primarie di Pd e Pdl sarebbe un forte segnale di consapevolezza da parte dei cittadini, della loro rinnovata volontà di riappropriarsi della politica. Il tuo commento, fa considerazioni tue – bene – ma che non entrano nel merito del mio pezzo.
Sono completamente daccordo sulla tua analisi nel centrodestra, e anche sulla considerazione che fai su Bersani o Renzi, ma purtroppo nella conclusione non posso seguirti per i motivi che sai, l’Italia ha già pagato il caro prezzo di un mattatore della politica, non c’é n’é bisogno di un altro adesso, questo tuo entusiasmo sarebbe giustificabile se il PD avesse davvero voluto nel suo interno arrivare a questa soluzione, in realtà si é accodato alle velleità e ambizioni (se spropositate sono pericolose) di uno dei suoi appartenenti, che al di là di quello che vuol far credere, lo fa solo per se stesso, per un ego eccessivo, non suffragato da doti reali, ma solo per le sue qualità di imbonitore.
Per carità, l’Italia é destinata a essere guidata da un imbonitore, si cambierà casacca, ma la fine sarà , temo, la stessa.
Posso pero’ dirti che Monti é molto stimato qui all’estero come nessuno prima di lui, che forse dopo la sua esperienza potrebbe davvero ambire, con una maggioranza vera, a guidare il Paese.
Sarebbe giusto che Monti si candidasse premier, spazzerebbe via le velleità del Pinocchio di turno, del Gatto e anche della Volpe, e persino di Mangiafuoco e della Fata Turchina ( la Dalianché, l’incrocio tra Dalida e Santanché).
Preferisco la saggezza dell’anziano in loden verde, alla spocchia del “giovane” col look rifatto, ma dalle gambe corte e dal naso lungo.