Accade spesso, specie in un paese molto incline al velleitarismo cialtrone come il nostro, che la battuta di un comico sia la sintesi più efficace di una situazione, dunque prenderemo in prestito quella di Maurizio Crozza come fermo-immagine delle primarie del Pd a Napoli: la sinistra ha importato i comunisti dalla Cina perchè qui non ci sono più. In realtà, l’ordinata fila di cinesi fuori dai seggi napoletani rappresenta solo la punta dell’iceberg di un fenomeno prettamente italiano che discende dritto dritto dalla nostra irrimediabile superficialità: si scimmiottano goffamente modelli virtuosi, ma si è del tutto incapaci di innervarli di concetti che abbiano un qualche sostanziale significato.
I lettori di questo sito sanno bene che da molto tempo noi sosteniamo la necessità di restituire ai cittadini elettori la centralità e la partecipazione che sono requisiti indispensabili alla vita di una democrazia matura e compiuta, e che a fronte di una legge elettorale illiberale e partitocratica che ci ha tolto ogni possibilità di scelta ed ha definitivamente cristallizzato un modello parlamentare di cooptazione lobbistica, abbiamo insistentemente invocato una riforma radicale del sistema che preveda primarie obbligatorie per tutti i partiti, applicate a tutti i livelli di consultazione popolare, ed aperte a chiunque voglia proporsi per assumersi precise responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Non essendoci mai dotati di un modello come quello francese, che prevede da tempi immemorabili la presenza ed il buon funzionamento di una scuola di alta formazione per le nuove classi dirigenti, né avendo mai fatto carico agli onnipotenti partiti politici nostrani di un doveroso e responsabile impegno nella selezione e nella crescita di nuove e preparate leve dirigenziali, l’unica via che ci rimane per uscire da questa spaventosa palude conservativa è quella delle primarie vere, competitive ed innovative. Dunque, a rigor di logica, dovremmo plaudire alla buona volontà del Pd che nel proprio statuto ha previsto le primarie, ma i limiti evidenti di questa iniziativa ci aiutano solo a definirla nei termini di un perfetto parametro di ciò che non si dovrebbe fare. Tralasciando la ridicolaggine iniziale di primarie con candidato unico, quello del partito ovviamente, che erano semplicemente una farsesca contraddizione in termini, il vero illuminante paradosso è che le primarie hanno funzionato proprio quando hanno potuto dimostrare, contro la volontà del partito stesso, che la loro funzione è propriamente ed ineluttabilmente quella di dar voce agli elettori che scelgono i candidati secondo la loro opinione e non consentendo supinamente alle indicazioni del partito – i casi di Firenze con Renzi, della Puglia con Vendola e di Milano con Pisapia sono stati esemplari, in questo senso. Ma questo non basta, perché il vero colossale limite di tutta l’operazione primarie sta nel modello che ha voluto farne il Pd, ovvero una vischiosa, demagogica, populistica ed in definitiva fumosa commistione di luoghi comuni di una banalità sconcertante che rappresentano di fatto l’intera summa delle ragioni di una essenziale insipienza del partito che non c’è. L’apparente inclusività di una partecipazione alle primarie allargata fino all’inverosimile e spacciata come modello virtuoso di una società multietnica, multicomprensiva ed in definitiva priva di ogni reale identità, finisce, come nel caso eclatante di Napoli, per essere un boomerang contro gli stessi ideatori di un simile monstrum elettorale che di fatto viene meno al proprio fine primario, ovvero quello di rappresentare con icastica precisione la volontà, ma prima ancora la faccia, del proprio elettorato. La fuffa ideologica che sottende alle primarie del Pd, così come sono concepite, è in realtà una fuga dall’identità e dall’identificazione verso un orizzonte così vasto da risultare vaghissimo e sfocato, dunque del tutto ininfluente sulle concrete necessità cui un partito dovrebbe rispondere con le proprie risorse umane e politiche. Sappiamo benissimo che il modello americano, tanto per citare l’esempio migliore di un sistema basato sulle primarie, si fonda prima di tutto sull’appartenenza, i cittadini votano alle primarie dopo essersi iscritti ad un albo elettorale, e questo accade perché negli Stati Uniti il bipolarismo non è un mero accidente ideologico appiccicato sul nulla, ma un modello politico vivo e concreto che esprime una realtà sociale e civile storicamente radicata e riconosciuta dai cittadini stessi. Dunque, finchè il velleitarismo superficiale continuerà a dominare le nostre scelte, rendendole del tutto ininfluenti e prive di significato, siamo destinati a continuare a subire la prevalenza di tutti coloro che, a cominciare dal tetragono e sordo centro-destra, hanno vita fin troppo facile nel ridicolizzare un sistema di selezione che, così come è applicato dal centro-sinistra, risulta solo dannoso e confusionario. Anche in questo, e lo diciamo duramente, ha mancato l’opposizione, nella propria devastante incapacità di proporre e proporsi come un modello alternativo e credibile nel rinnovamento e nella riapertura alla partecipazione democratica, e diventando, di fatto, la peggiore immagine possibile di un sistema come quello delle primarie che invece dovrebbe e potrebbe diventare la base del nostro rilancio politico. Se mai volessimo averne uno.
ChiBo

Scuole di partito… dove??? manco quelle…!
In Italia ,e proprio a Firenze ,c’ era una istituzione universtitaria ( la Cesare Alfieri) che tentava di formare una classe dirigente ,aspirando a primeggiare con la Sorbona di parigi . L’egalitarismo sessantottino dette la spallata definitiva . Adesso ci sono solo le “scuole di partito” , atte a formare attachè e ruffiani. Che bisogno c’ è di elezioni ?