Manca di quella carica emotiva che fa grande un film, manca del cuore che ogni artista mette nella sua opera.

Presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia, non mi aveva convinto. Ero entrata in sala sicura di godere un’ora e mezzo di spettacolo “alto”, memore dell’emozione provata vedendo Persepolis, il primo lavoro di Marjane Satapri e Vincent Parannaud. Niente di tutto questo.
Sempre basandosi su una graphic novel della stessa Marjane, questo nuovo lavoro passa dall’animazione ai personaggi in carne ed ossa, riservando all’animazione solo alcuni momenti, a mio parere i migliori della pellicola. Basti pensare all’incontro con Azrael, l’angelo della morte, che a Nasser-Ali racconta la storia che ci aveva già fatto conoscere Vecchioni con ‘Samarcanda’.
Non è facile fare sempre lo stesso film, usare sempre le stesse tecniche e accontentare pubblico e critica, quindi ben vengano i cambiamenti ma, quando nel passaggio dall’animazione alla narrazione con persone in carne ed ossa si cade nell’errore di trasformare le persone “vere” in buffe caricature , quasi personaggi animati, con una recitazione gigionesca sempre al di sopra delle righe, beh dobbiamo ammettere che allo spettatore resta l’amaro in bocca.
Dopo la delusione a Venezia avevo deciso di archiviare il film e tenermi la delusione. All’arrivo della pellicola nelle nostre sale, però, ho letto alcune recensioni favorevoli e, siccome non credo di essere infallibile, per assicurarmi di non aver visto un altro film, sono tornata in sala per capire dove e cosa avevo sbagliato.
Sarò dura e radicata nelle mie idee ma all’uscita ho ancora le stesse perplessità.
Si può decidere di morire per “vendetta”, per “punire” la moglie mai amata che ti ha distrutto il violino e con esso la capacità di ri-creare quella musica che ti faceva evocare l’unica donna amata? Si può decidere di lasciarsi morire perché la donna sempre amata non ti ha riconosciuto? (Ma sarà poi vero?) ma mi domando anche perché un soggetto che poteva essere così bello e poetico non sia riuscito a trasformarsi in un bel film. Manca di quella carica emotiva che fa grande un film, manca del cuore che ogni artista mette nella sua opera.
Negli otto giorni che separano Nasser-Ali dalla sua morte i sogni e i racconti si mischiano in un continuo va e vieni di flash back fra i ricordi di un passato quasi felice in un Iran che non c’è più, tra frammenti visivi e note musicali scorre il passaggio a quell’Iran di Khomeini che affermava “Le penne che non scrivono di valori islamici vanno spezzate”, spingendo le ‘voci’ indocili dell’Iran all’esilio o alla clandestinità, sorte subita anche dalla Satrapi e a nulla servono i continui riferimenti al cinema italiano da Fellini a Rossellini, passando per Sofia Loren; alla fine il risultato di questi continui passaggi e riferimenti è solo uno: noia.

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