La mostra, che prevede l’esposizione di numerose gouaches, tratte dalle suites ispirate alle Georgiche di Virgilio e al Diario di Dino Campana, oltre ad una serie di opere inedite dipinte dal Maestro nel corso del 2004 e 2005, è incentrata sulla decadenza culturale dei nostri giorni che inevitabilmente si traduce sulla maggiore solitudine sociale e sulla crescita dell’inquietudine interiore nell’uomo.
Piero Tredici è artista nostrano, di Sesto Fiorentino, dove vive e lavora da sempre, ma la sua fama e notorietà trascendono gli stessi confini nazionali facendone uno degli esponenti più apprezzati della nuova avanguardia dell’arte contemporanea a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Nato nel 1928, frequenta, dal 1940 al 1943, la scuola di scultura dell’Istituto d’Arte di Porta Romana di Firenze come allievo del Maestro Bruno Innocenti, in quanto affascinato dalle sculture marmoree di quegli artigiani che, depositari di una tecnica quasi millenaria, sbozzavano con maestria e abilità non comuni le lapidi e le statuette per il locale cimitero comunale di Sesto Fiorentino. Successivamente, trascorre alcuni anni a lavorare come plastificatore in alcune botteghe ceramiche, allora molto fiorenti nell’area di Sesto Fiorentino, mettendo a frutto tutte le sue conoscenze e capacità. Ma, questo non sembra appagarlo completamente.
Intanto, Piero Tredici sta lavorando per portare a compimento la sua maturazione artistica ed espressiva, che sboccia prepotentemente proprio in coincidenza con la scoperta delle opere di Pablo Picasso e di Francis Bacon.
Questo fatto contribuì enormemente, ma anche erroneamente, a connotare la sua opera semplicemente come “neorealista”, etichetta che in seguito fu, invece, completamente fugata, per merito soprattutto del maggior critico fiorentino del ‘900, Renzo Federici, che ne colse nella vena fortemente “visionaria”, accompagnata da un’altrettanto intensa attività di meditazione, il suo carattre più peculiare. In una recenzione del 1983, diceva Renzo Federici: “Ma Tredici sa ritrovare sotto il decoro illustre il silenzio mortuario, le tremende veemenze della sorte che ormai ha condotto tutti i suoi giochi, sigillando in questa in questa immobile certezza. Questo silenzio di funebre certezza Tredici sa coniugarlo con mezzi semplici ma ben suoi […..] L’artista incalza coi suoi personaggi torniti, ma in fondo spettrali: possono inclinare al fantasma, mai alla creatura viva. Il loro derelitto senso e valore è di irraggiare, come in certi frammenti del Bronzino, il loro funesto nitore, il loro derelitto e grandioso memento (con gli oggetti intorno che trapassano in qualcosa di «ricco e strano», la vegetazione che si piega al demoniaco). E se un’epica il realismo cercava, certo qui l’ha trovata, fissa e solitaria, desolatissima [….]”.
In tutta la produzione del Maestro Tredici si rileva l’originalità del linguaggio che è tutto volto a ritrarre la realtà, ma con un evidente slancio visionario, attraverso cui egli mira a capovolgere tutti gli aspetti della nostra vita sociale e, soprattutto, ciò che la caratterizza maggiormente, il potere politico, economico e culturale, nell’intento di mostrare “Il Garbuglio del bilico”, la confusione, il dramma, il dissolvimento, la decadenza culturale che stiamo vivendo. In questo senso, Antonio Paolucci ha, in epoca più recente, definito Piero Tredici “l’ultimo a fare dell’arte che un tempo si sarebbe chiamata impegnata”, offrendo allo stesso tempo “allo sguardo e alla riflessione dei visitatori la centralità drammatica della condizione umana in una terra desolata sotto un cielo senza promesse”.
Più recentemente, poi, a questa caratteristica, già magistralmente individuata da Federici, nel “silenzio mortuario”, nel “funesto nitore” se ne aggiunge un’altra decisiva: il sarcasmo, l’ironia amara e pungente, con cui egli cerca di superare proprio quello stato di “funesto nitore” della nostra società ormai in completa decomposizione, mediante il ricorso frequente all’allegoria verso il potere. Dunque, l’arte del Maestro Piero Tredici ha una forte vena di realismo, ma con altrettanto forti spinte critiche verso la nostra società e il potere in particolare; proprio il ricorso al simbolismo per ridicolizzare e mettere in evidenza la sua stessa decadenza e i Labili equilibri, insieme alle diverse versioni delle opere Party, In bilico, Sulla sedia, Club del bilico, Figure Bilanciate, i Capricci virtuosi, Se il filo regge, Giuochi sterili, Garbuglio del bilico, ci aiuta a comprendere la natura profonda, visionaria, del suo realismo.
Possiamo dire anche che l’opera di Piero Tredici è politica, ideologica?
Non nel senso epistemologioco del termine, cioè in quanto tenta di spiegare una particolare forma mentis della natura umana, ma piuttosto perché mette bene in evidenza il rapporto esistente tra l’artista (cioè colui che guarda il mondo) e il mondo, il quale attraverso le immagini testimonia la sua completa immedesimazione nella società civile in cui vive e la piena consapevolezza delle sue contraddizioni e dei suoi drammi. Così, l’opera di Piero Tredici è perfettamente libera, perché svincolata da forme e linguaggi imposti dall’esterno; ma è anche, anzi soprattutto, ideologica, nel senso che favorisce la comunicazione delle idee, in quanto testimonia e riflette i problemi sociali del proprio tempo e non è solamente un mezzo di comunicazione pubblicitaria finalizzato alla commercializzazione dei propri prodotti artistici.
Le violenze che si consumano nella nostra società, sia a livello statuale, che collettivo o individuale, rappresentano il volto negativo del potere, a cui sembra che lo stesso non possa rinunciare. Queste violenze producono drammi, sfaceli, dissolvimenti e il conseguente scadimento culturale della nostra società, cui la mente umana non può rimanere insensibile; il cammino delle idee, anche attraverso l’opera d’arte di Piero Tredici, si propone proprio il compito di mostrare all’opinione pubblica il disagio che ci attanaglia, nonché di evidenziare l’equilibrio precario che avvolge la nostra vita sociale. Per questo, l’opera di Piero Tredici e realista ma visonaria, è ideologica ma pungentemenete ironica, è soprattutto “Gioco e follia”.
by Picche

Ho potuto assistere all’inaugurazione della mostra di Tredici sabato 18 marzo a Castel del Poggio. Bellissima. Emozionanti le tele che riflettono il dolore e le grida provocati dalle contraddizioni drammatiche del nostro tempo. Grazie a Picche che, con i suoi “pezzi” ci fa amare l’arte.