
Putin voleva tre cose. Far cadere Kiev in pochi giorni, spaccare l’Europa fino a ridurla a un condominio litigioso, riportare nella propria orbita gli Stati usciti dall’impero post 1991. Ha ottenuto l’esatto contrario. L’Ucraina non è crollata, si è compattata come mai nella sua storia, ha un esercito più addestrato, integra armamenti e software occidentali, ha una filiera industriale che si è spostata sul militare ma con standard più alti e una società che non ha alcuna intenzione di piegarsi. Questo è il suo primo fallimento strategico.
Il secondo sta sulle mappe. La NATO è più grande, più coesa e più vicina ai confini russi di quanto fosse prima. Il Baltico è diventato un ambiente operativo sfavorevole a Mosca. L’idea di allontanare l’Alleanza si è tradotta nel portarla a casa propria. Non esiste un altro modo di chiamarla se non sconfitta strategica.
Il terzo è economico e politico. L’Europa ha smontato in due anni una dipendenza energetica costruita in decenni. Gas russo ridotto al minimo, infrastrutture alternative attivate, fornitori diversificati, consumi razionalizzati, stoccaggi gestiti in modo coordinato. Questo vuol dire una leva in meno per Mosca e prezzi meno generosi per ciò che riesce ancora a vendere. Ogni sconto sul barile per tenere il cliente vale meno gettito, meno investimenti, meno servizi. La narrazione dell’arma energetica è evaporata.
Sul fronte interno i conti non tornano. La crescita è dopata dalla spesa militare, non dal settore civile. È un PIL di guerra che fa scena nei comunicati e buchi nei bilanci. Difesa e sicurezza si mangiano una fetta enorme delle risorse pubbliche, i tassi restano alti per inseguire i prezzi, il cambio vive di controlli. Il rublo respira solo agganciato allo yuan, che non è una stampante a disposizione del Cremlino ma la valuta di un altro paese con interessi propri. Pagamenti, credito e rifinanziamenti passano da banche che rispondono a Pechino. Quando cambiano umore aumentano i costi, si allungano i tempi, si chiudono i rubinetti. Questa non è sovranità, è dipendenza.
Al di là della retorica, gli indicatori macro raccontano un pre-default in avvicinamento: interessi sul debito che mordono, rendimenti a doppia cifra, deficit e fabbisogni in crescita, curva dei titoli distorta, rublo amministrato e mercati in dollari ed euro chiusi, emissioni e swap in yuan per restare a galla, banche cinesi sempre più caute, capitali che scivolano via, inflazione appiccicata in alto. Questo non è un ciclo capriccioso, è un conto alla rovescia.
Il tessuto produttivo civile arretra. Senza componenti e know-how esterni settori chiave hanno fatto marcia indietro. L’auto è tornata indietro di una generazione pur di produrre, l’aviazione civile campa riciclando ricambi, l’elettronica non compete. La manifattura a valore aggiunto non decolla, la parte alta delle catene globali resta fuori portata. La demografia non aiuta, i cervelli scappano, la manodopera viene assorbita dove rende meno in termini di produttività. Salari nominali che corrono e produttività ferma significano febbre, non salute.
Sul fronte estero l’obiettivo di riportare a casa i pezzi perduti dopo il 1991 è un miraggio. L’Ucraina guarda a Ovest più di prima e lo farà per generazioni. I Baltici non sono mai stati così integrati nella sicurezza occidentale. Paesi del Caucaso e dell’Asia centrale cercano alternative e bilanciano con altri partner. Nessuno corre ad abbracciare un protettorato povero, tecnologicamente in ritardo e sempre più dipendente dalla Cina. Se il tuo strumento è l’intimidazione e il risultato è che i vicini si allontanano, hai lavorato contro di te.
Militarmente il quadro non salva la politica. La dottrina russa resta pesante, centrata su attrito e artiglieria, con logistica rigida e comando verticale. Funziona per macinare terreno a caro prezzo, non per piegare un avversario moderno che integra sensori, software e munizioni di precisione. Si paga con perdite di mezzi, tempi lunghi, economia dissanguata e nessun risultato politico decisivo. È guerra da manuale del secolo scorso in un mondo che combatte con il secolo presente.
La pretesa di spaccare l’Europa è diventata collante per l’Europa. La pretesa di neutralizzare l’Ucraina è diventata il cemento dell’identità ucraina. La pretesa di riportare indietro l’orologio del 1991 ha spinto mezzo continente a chiudere le file. Intanto l’economia civile russa si svuota, il bilancio pubblico si militarizza, la moneta vive attaccata a una stampella cinese. Questo è il bilancio vero. Non servono alibi: i numeri parlano. Se provi a rifare l’impero con strumenti di ottant’anni fa, finisci con un esercito stanco, un’economia di guerra e un paese che pesa poco dove conta davvero.
Piero Terracina

Sono morti un sacco di soldati ucraini, molto dei quali non volevano nemmeno arruolarsi. L’attuale comico al potere ha messo al bando l’opposizione di sinistra.
Un sacco di armi sono state vendute a chissà chi.
La Russia riotterrà le zone russofone.
il tutto poteva essere evitato con una ragionevole diplomazia. E Berlusconi spiegò come è molto meglio di altri. Tradito purtroppo dai suoi che gli devono tutto.