Il liberismo preferisce fondare una organizzazione sociale sul contratto piuttosto che sulla legge, ovvero antepone la volontà di soggetti adulti e responsabili alla coercizione statuale.

Bene, perché dunque questi discorsi sul liberismo? Forse perché a tutt’oggi esso rappresenta il corpo politico-culturale più vilipeso, in quanto frainteso, a dispetto di quanti affermano che in questi anni nei quali esso avrebbe trionfato… è successo di tutto. Dove, detti signori, hanno visto all’opera tutto questo liberismo? Nel volgare smercio di parole, ad opera di una politica e di mass–media biforcuti, si pigiano ad arte la finanza allegra, iper-creativa ed ultra-drogata (dall’intervento pubblico) e per di più smarcata dall’economia, nonché l’intreccio perverso tra poteri delle banche, della finanza, degli Stati sovrani e di alcune istituzioni sovranazionali, in una non meglio definita ”ondata neo-liberista” – spesso affiancata in perversione alla tecnocrazia.
Questi signori o sono in mala fede o ignorano che cosa sia il liberismo: “lungi dall’esaurirsi nella pratica grossolana del laissez-faire il liberismo pretende una dignità filosofica e morale, innestandosi nell’individualismo”, prendo ancora in prestito il dizionario Utet. C’è tutta una concezione dell’uomo che è tutt’altro che chiusa alle sue grandi ed eterne aspirazioni, che assegna a ciascuno una identità irripetibile che pretende riconoscimento e rispetto dall’autorità statuale, che ha cognizione delle differenze e delle distinzioni, che ascrive al singolo dignità e diritti e, più di tutto, il diritto di perseguire la felicità secondo un personale concetto di felicità e osservando altresì le modalità preferite per provarci – con i soli limiti dettati dalla sussistenza di diritti altrui e dalla scarsità di alcune risorse.
Il liberismo preferisce fondare una organizzazione sociale sul contratto piuttosto che sulla legge, ovvero antepone la volontà di soggetti adulti e responsabili alla coercizione statuale o comunque dei pubblici poteri. Una differenza analoga la si ritrova nel concetto di negoziazione e conciliazione tra due parti contrapposte come alternativa all’interposizione di un giudice che detta dall’alto la legge applicabile al caso concreto – tanto per toccare un settore della vita pubblica del nostro Paese, la giustizia, in sempiterna emergenza.
E trovo, dette queste poche cose, suggestiva ma fasulla l’idea di Guido Rossi (nell’articolo “Democrazia del profitto o democrazia della libertà” apparso su Il Sole 24 Ore di domenica 11 marzo scorso) quando sostiene che investire nella democrazia, nel pensiero critico e nella cultura della bellezza dell’arte implichi non poter mandare in pensione, bensì all’opposto avvalorare il Welfare europeo e che dunque la sua morte dichiarata significhi costringere la vicenda dei cittadini nella morsa della tecnologia, degli affari, della finanza e della cultura che le sottende. E non mi sorprende un Maurizio Landini (si, il segretario della Fiom-Cgil), quando propone un diverso modello di sviluppo “perché quello voluto dal liberismo divide, distrugge risorse, ricchezze, beni comuni, lavoro e dignità.” Sono soltanto alcune delle numerose voci che un giorno sì e l’altro pure vendono più o meno sofisticate panzane ideologiche. Non sono però i Rossi o i Landini, o i Ferrero o i Vendola che mi sorprendono o mi preoccupano. Anzi, per quanto riguarda Landini, pur non condividendo un’acca di quello che sostiene, quanto meno mi piace la tempra combattiva e la forza di condurre una battaglia persa ma in qualche modo onesta.
Mi preoccupano, per intendersi, non i nemici scoperti e dichiarati del liberismo, bensì i numerosi ‘liberali’ disseminati un po’ ovunque, che hanno dato vita, con una visione addomesticata e distorta del liberalismo, ad un nuovo grande conformismo, ad un amalgama informe e pasticcione; mi sorprendono i liberali di provata e antica militanza, che hanno espunto il liberismo dal proprio vocabolario come se fosse peste bubbonica, che ne disconoscono la complessità e lo riducono essi stessi alla squallida macchietta di un sistema o gioco perverso per soli ricchi, egoista e anti-sociale, se non quando addirittura ‘selvaggio’.
Mi ha deluso e mi ha amareggiato (ormai tempo fa!) quel Silvio Berlusconi che, con la promessa di una rivoluzione liberale, è riuscito a mettere insieme, negli anni in cui ha avuto la guida del Governo, coalizioni stataliste e anti-liberali, con nessuna attitudine e sensibilità al libero mercato e alle istanze individuali, tanto da far impallidire “le sinistre”, come lui le ha chiamate. Mi ha sorpreso Giulio Tremonti, accreditato come socialista ma da taluni ritenuto un liberale (!) e divenuto in poco tempo, pur con apparente forza argomentativa, sostenitore della causa no-global e di istanze protezioniste e per questo acclamato anche a sinistra, solo l’ennesimo protagonista di una parabola oscura proprio sul cardine identitario. E adesso mi preoccupa soprattutto Mario Monti, assieme al gruppo di professori che regge pro-tempore il Governo, perché è più capace e più fortunato degli altri (avendo anche ereditato una situazione disastrosa in cui il Paese gli ha bypartisanamente conferito piena fiducia almeno per ciò che concerne la strategia di uscita dalla crisi) e rischia di passare alla storia – oltre che, giustamente, quale politico che in pochi mesi ha resuscitato un quasi-cadavere – anche come grande innovatore e liberalizzatore. Ma non credo che si possano confondere, in buona fede, alcune timide misure – pure in parte condivisibili (su licenze dei taxi, orari degli esercizi commerciali, compensi dei professionisti, ecc.) -, con il cambiamento del Paese e la sua definitiva fuoriuscita dal circolo vizioso in cui ristagna da decenni.
Potremmo parlare davvero di cambiamento se si fosse sul punto di varare un grande disegno di revisione costituzionale che fondasse la Repubblica sulla libertà, che ponesse un argine all’arbitrio del potere legislativo e fiscale, che restituisse contenuto al diritto di proprietà, che avvicinasse le istituzioni ai cittadini in un quadro di riduzione dei livelli di governo (perché no, magari anche a costo di chiudere le Regioni), che sancisse la fine di tutti i monopoli legali, che tutelasse la sicurezza delle condizioni in cui si esercita la libera iniziativa senza approfittarne per diminuire gli spazi a disposizione delle scelte individuali. Cultura, educazione e formazione, ricerca scientifica e tutela del patrimonio artistico e storico sono alcune delle voci di fondo di una società e del suo sviluppo (si veda in queste settimane il dibattito innescato dal manifesto “Niente cultura, niente sviluppo” lanciato dal Domenicale del Sole 24 Ore con i cinque punti per una “costituente” che riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione) che possono prendere nuovo slancio in un Paese in via di progressiva “liberazione” e non vedo perché non dovrebbero sposarsi ad una maggiore efficienza e autorevolezza delle istituzioni pubbliche, ad una crescente responsabilità nell’investimento di risorse collettive, ad una marginalizzazione dei fenomeni di corruzione e malcostume (non per aver cambiato la natura degli uomini, ma per aver sottratto agli stessi le troppe occasioni del ‘peccato’ e, semmai, per aver progettato un sistema efficace di controlli e contrappesi).
Chi pretende che il liberismo sia freddo e semplicistico? Chi può affermare che l’opzione liberista sia in contrasto con la complessità della società post-moderna e con i quotidiani attentati che la libertà di ciascuno subisce in forme sempre più subdole?
E, nella contingenza, chi può sostenere che la politica del Governo Monti abbia connotati liberisti?
Sono proprio i Berlusconi, i Tremonti, i Monti, i tanti ‘liberali’ che a destra e a sinistra sparano la lezioncina, i tanti imprenditori fasulli, forse sono un po’ tutti costoro e molti altri – ciascuno a modo suo, naturalmente – a dar vita ad un fenomeno di confusione in cui immagine e parole d’ordine sono avulse da fatti e scelte concrete, in cui ciò che appare non è, e ciò che è spesso non appare, dove soprattutto lo Stato, al variare dei Governi, mantiene una schiacciante presa sulla società (con l’arbitrio e il saccheggio di risorse e talenti di cui è capace) e non cessa di essere – per dirla con le parole di Frederic Bastiat – quel “grande inganno attraverso cui tutti cercano di vivere a spese di tutti”.
Il liberismo non consiste in una ideologia, tantomeno se astratta e disumana. Esso parte proprio da una analisi realistica, persino cruda, della vicenda umana e cerca di costruire sulla realtà, con sforzo e pragmatismo, un’ipotesi sempre perfettibile di regolazione della convivenza, che si ispira alla libertà individuale non quale idolo o feticcio ma in quanto comprovata misura della possibilità – non certo della promessa – di una vita piena e felice su questa terra.
No, il liberismo non è da ridurre ad una tra le opzioni in campo economico offerte dal liberalismo, come tale ripudiabile anche al solo scopo di conferirgli quella patina di accettabilità sociale, di politically correct, alla ricerca di improbabili quadrature del cerchio.
Soprattutto per come è oggi la situazione in Italia e in Europa, il liberale non può non essere anche e cocciutamente un sincero liberista. Senza aggettivi.

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