Dopo la ‘missione impossibile’, solo le urne. O un accordo con Berlusconi

Da questo punto di vista, la strategia proposta da Bersani, e formalmente avallata dal suo partito, ha il pregio della chiarezza e del coraggio, virtù ahimè completamenti assenti nella sua precedente campagna elettorale (la più inetta che la storia ricordi). Il segretario PD sa benissimo che il mandato affidatogli da Napolitano è una “mission impossible”, e che, di conseguenza, non c’è la minima possibilità di andare alle elezioni con un governo di minoranza da lui presieduto. E, allora, il suo proposito vero è che i democratici vadano ad elezioni, comunque inevitabili, sulla sua linea: una linea in cui i temi dei costi della politica e della legalità hanno un ruolo centrale all’interno di un disegno fortemente antiberlusconiano. A quel punto, questo il calcolo dei bersaniani, il Pd, qualsiasi sia il sistema elettorale adottato, potrà recuperare quei voti andati a Cinque stelle in segno di protesta e di stimolo nei confronti del partito democratico, così da vincere su di una linea autenticamente di sinistra.
Un disegno apprezzabile (almeno per chi scrive), ma di cui purtroppo mancano le basi fondamentali.
Cominciamo col segnalare un dato assolutamente evidente, che i tentativi di formare un governo, cominciati con Bersani, non si esauriscono certo con lui. Perché, a quel punto, Napolitano non proseguirà certamente sulla strada su cui si è avviato il segretario democratico – quello della ricerca di un governo che abbia il consenso dei grillini, magari con un’altra personalità a loro più gradita – ma imboccherà decisamente un percorso opposto: quello della ricerca di un “governo di scopo”, incaricato di riformare la legge elettorale (presumibilmente, con l’introduzione del doppio turno), di introdurre le misure necessarie per ridare fiato all’economia, di riaprire il confronto con l’Europa. Un governo che, la si giri come si vuole, sarà basato sull’intesa tra le grandi forze politiche (Cinque stelle escluse), intesa che presuppone, evidentemente, anche quella sul futuro Presidente della Repubblica.
A questo punto, cosa farà il PD? Potrebbe, certamente, tornare alle larghe intese, questa volta più circoscritte e delimitate. E, così facendo adottare una strategia politica opposta a quella preconizzata da Bersani ma, come quella, razionale e coerente. Con il vantaggio aggiuntivo di poter contare sul concorso di Napolitano e dei numeri in Parlamento.
Pure, per lo stesso PD questa scelta comporta un totale “mutamento di paradigma”, con dei passaggi tutt’altro che facili, e con esso dei prezzi da pagare. Il tutto, in un percorso colmo di trabocchetti e di variabili imponderabili.
Il mutamento di paradigma comporta, essenzialmente, la rinuncia a fare dell’antiberlusconismo l’asse portante della propria identità alternativa. Al di là di ogni considerazione di merito, una svolta non facile, tanto più in una fase in cui Berlusconi rischia di essere condannato e rinviato a giudizio per bazzecole come la organizzazione di un postribolo e la corruzione di parlamentari. Perseguire la linea della larga intesa, in questa fase, significa, allora, aprire un’autostrada, politica ed elettorale alla sinistra giustizialista e al Movimento cinque stelle.
Si aggiunga che mutare il paradigma comporta necessariamente, proprio in vista delle elezioni comunque vicine, adottare una strategia, e con essa un leader, diversi rispetto agli attuali. Insomma, via Bersani e il suo partito del lavoro e della legalità, al suo posto Renzi con il partito delle riforme e dello sviluppo, e, per completare il quadro, il Popolo della libertà al posto dei grillini come punto di riferimento del confronto.
Una svolta non da poco. Impensabile vararla senza aprire un confronto lacerante sulla natura stessa del PD, anche perché, per rivolgersi ad un “papa esterno”(oggi è stato Grasso, domani sarà Renzi) occorre, per prima cosa, adottare la sua religione. E, a differenza di quella di Grasso, quella di Renzi rappresenterebbe la negazione o, se preferite, il superamento dei principi e degli orizzonti sui quali il PD ha costruito (o meglio si è illuso di poter costruire) la sua identità.
Infine, il soccorso di Renzi non aiuta qui e oggi, perché riguarda la campagna elettorale di domani. E oggi non è di alcuna utilità parlare con il fantasma di Monti o con Maroni: Si deve per forza cominciare con Berlusconi. E cominciare con le garanzie da offrirgli rispetto ai suoi problemi giudiziari. Si accontenterà, il Nostro di buone parole? O farà, come sempre, saltare il tavolo?
Una questione di non poco conto: perché è quella che separa un accordo al ribasso da uno scontro totale che la sinistra dovrebbe affrontare in tempi brevissimi, a metà del guado e senza un leader e progetto politico.

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