Parigi mi ha vaccinata. Alla bellezza.
Sono immune, adesso, il resto è mediocre in confronto a una città che non ha nessun bisogno di te per esistere e soddisfarsi.
Utile e terapeutico imparare a sentirsi irrilevante.
La gente qui si è dimenticata d’esser felice, era scritto in fondo ad una lista usata per incartarci il pane. Sono troppo impegnati a pensare a tutte le cose che potrebbero fare e non fanno.
Non riesco a starmi dietro, i piedi camminano, incontrano facce e io resto qualche isolato più in là, mi perdo in caffè dove non ci si crede che ci lavori qualcuno, che quei corpi non siano stati sparpagliati ad arte.
I caffè sono grotte di Betlemme nella pioggia che bagna anche quando non c’è.
Stringo amicizie con vanità straniere, la vanità mi serve, mi aiuta a ricordare di non crepare quando salgo sull’ennesimo aereo.
Partenze, ritorni, il movimento fisico garantisce una buona dose di serenità. Lo spostamento materiale è un concetto riposante, come il giardinaggio, l’uncinetto e altre svariate cose che non proverò mai.
Cancellare e ricominciare. E’il sollievo della pagina pulita. E’ il punto e a capo della maestra, quando si accende la speranza che presto il dettato finirà.
Cancellare e ricominciare. Partire e ritornare. Testa o croce.
Mi piacciono questi anni che si conoscono a malapena fra loro.
Ma la morbidezza di qualcuno già lontano non si ripeterà.
Il contatto scamosciato dell’iniziazione.
Viaggi, amori, cioccolatini, non c’è una gran differenza, uno tira l’altro, finché non ne hai abbastanza e ti metti a dieta.
Le finestre scommettono su di me e io punto lontano, mentre gli alberi mi fanno l’amore in testa e penso che dovrò voltarmi ad abbracciare la direzione opposta.
Nuotando nel vino, nelle parole, in tutto quel che fa male e fa sentire vivi. Nelle serate superflue e impalpabili.
Nel grigio ubriaco che scorre a colpi di tosse e ti asciuga il dolore.
Ornella Tajani

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