Appena tornata da Venezia, mentre le emozioni decantano, mentre le immagini si fissano nella mente dopo essere state imprigionate dalla retina dentro la pupilla, via dalla pazza folla , verrebbe da dire. Via dall’umido e dalle foschie del primo mattino, ormai lontana da amici e colleghi con cui per dieci giorni ho condiviso le corse, le code, i tentativi di caduta e a volte le cadute ben distribuite tra casellario e sala stampa, via dal tappeto rosso (appena intravisto tra una corsa e l’altra verso la sala Palabiennale o verso la Sala Volpi) , ormai lontana dalla Sala Grande (ampliata, cambiata, con poltroncine avvolgenti…in poche parole più bella e comoda), già con la curiosità di sapere come verrà modificata la Sala Darsena, che dovrebbe essere pronta per la 69 edizione, non mi resta che cominciare a raccontare qualcosa dei tanti film visti. Alcuni amati, altri detestati ma vorrei cominciare con Panahi, il regista iraniano amato e, assente fisicamente, ma presente anche quest’anno con una sua opera.
L’anno scorso avevo aperto la mostra vedendo, come primo film, il corto di questo regista “La fisarmonica”. Nove minuti di pura poesia, avevo detto nel mio commento e quest’anno ho voluto chiudere la mia presenza a Venezia con “Questo non è un film”, quasi a celebrare la sua presenza/assenza al festival che lo aveva premiato nel 2000 con il Leone d’oro per il suo “Il cerchio”. Presenza/assenza , dicevo, da non dimenticare perché, se la sentenza di condanna verrà confermata, lui, per i prossimi venti anni, non potrà più rilasciare interviste, frequentare festival, scrivere e girare film. Ma cosa fa Jafar Panahi, costretto in casa solo perché intellettuale scomodo al regime, solo perché credeva di poter continuare a fare film? Pensa a come fare un film, allestisce un set nel salotto di casa, si fa riprendere da un amico operatore, filma con un telefonino i rumori e i colori della “festa del fuoco, condannata dalle autorità perché non di origine religiosa), parla al telefono con la sua avvocato e con la regista Bani Etemad, una delle promotrici della raccolta firme di registi iraniani a suo favore (15). Riprende un momento della rivolta rischiando di essere visto.
Panahi riesce a fare un film dal niente, con poche riprese (quasi esclusivamente in interni) raccontando alcune scene del film che voleva fare ma per il quale non ha avuto il permesso di iniziare le riprese. Voleva raccontare la storia di una ragazza che, pur accettata dall’Università non può frequentare l’Accademia d’arte perché il padre, tradizionalista, non accetta che la figlia frequenti questa facoltà.
Partendo da questa idea Panahi cerca di raccontare il film che ha in testa, ma, come la piccola protagonista del suo film “Lo specchio” che si rifiuta di continuare a recitare “… perché sono tutte bugie”, così anche lui si rifiuta di continuare a parlare perché “ se si può raccontare un film, perché non lo si può fare?”
E’ amareggiato e deluso più che arrabbiato Jafar . Aspetta di sapere se dovrà scontare anche i sei anni di carcere, oltre i venti di proibizione varie. Allora riprende Jgi, l’iguana di casa, la compagna di lunghe giornate che dovrebbero essere vuote e avvilenti, per il regime, ma… la creatività, la fantasia, la voglia di continuare a vivere attraverso le proprie opere, non possono essere imprigionati e alla fine Panahi fa un film, smentendo così la triste constatazione del giornalista AhmadRafat all’indomani della sentenza che condannava Panahi: “Una sentenza, che lascia senza parole e che non necessita di alcun commento. Se confermata, la carriera cinematografica di Jafar Panahisi è conclusa”.
Significativo il titolo “Questo non è un film” e sintomatico, nei titoli di coda, l’elenco delle persone che Panahi ringrazia e quello delle persone a cui chiede scusa. Dodici persone i cui nomi sono sostituiti da puntini di sospensione.
Ancora un grazie al coraggio di Panahi e all’operatore che doveva accompagnare il film a Venezia… arrivato all’aeroporto gli è stato sequestrato il passaporto; una forma di censura andata a vuoto, per fortuna il film era già arrivato forse in una penna, non importa come. Un augurio perché questo coraggio porti a quella libertà che ognuno di noi auspica per sé e per gli altri.
Ultimo giorno di festival, finale di una lunga kermesse che trova tutti più esausti ma con un cumulo di immagini, idee, sensazioni che, una volta sedimentate renderanno più ricco il nostro bagaglio di nuove conoscenze e conferme. Tanti documentari quest’anno divisi tra la sezione “Orizzonti” , “Controcampo” “Eventi speciali”. Alcuni colpiscono più di altri, alcuni raccontano storie già conosciute altri ci fanno scoprire cose nuove, paesaggi nuovi, altri ci fanno vedere con occhio nuovo quello che credevamo di avere assimilato.
Il lavoro di Barbara Cupisti“Io sono, storie di schiavitù” ti lascia con un senso di rabbia e amara impotenza, non dà giudizi, ti fa vedere e toccare l’inferno dei nuovi schiavi: i migranti, la tratta, i transessuali, gli esclusi, i diseredati. Gli ultimi del mondo e le loro vite spezzate, i loro sogni infranti, la loro ricerca di libertà, di una vita migliore. Tutto naufraga una volta toccata la terraferma. Un viaggio che dovrebbe portare verso la libertà diventa un viaggio che uccide i sogni. Un viaggio della speranza che si trasforma in disperazione, un viaggio nell’inferno della realtà che aspetta ogni sopravvissuto, un viaggio verso il definitivo annullamento della persona attraverso leggi che sono sopraffazione, leggi che non vengono osservate, leggi a danno deli ultimi, leggi a danno dei diseredati della terra, gli ultimi, i più umili.
La geografia dei luoghi amati e forse dimenticati, ritrovati attraverso la storia del nostro cinema. Un viaggio nella memoria attraverso le parole e le immagini di chi il nostro cinema lo ha scritto e girato. I luoghi a lungo cercati e studiati per ambientare le scene presenti nella mente. “Voi siete qui” è un viaggio per le vie , le piazze, i palazzi di Roma resi celebri da molti film: da “Roma Citta aperta” a “Ladri di biciclette”. Attraverso le parole di Ettore Scola riviviamo i sopralluoghi alla ricerca del cortiledove far sfilare la massa degli inquilini che si recano al comizio di Mussolini in “Una giornata particolare” . Rivediamo la terrazza sui tetti in cui Totò istruiva la sua “banda” nel film “I soliti ignoti”. Da un’idea di Alberto Crespi e Alessandro Boschi, attraverso le fotografie di Angelina Chavez abbiamo la possibilità di rivedere, confrontare, immaginare i luoghi del cinema. Francesco Matera, giovane regista fiorentino, dirige e monta spezzoni di film mentre ci guida nel viaggio alla scoperta di una Roma che non c’è più e di una Roma in continuo mutamento, attraverso le parole e le immagini di direttori della fotografia, registi, sceneggiatori si compie un viaggio alla scoperta dei cambiamenti della Hollywood sul Tevere, guidati non dalla nostalgia ma dalla memoria dalla Cinecittà di “Bellissima” alla Roma moderna di “Saturno contro” la cronaca di una città in continua evoluzione. Senza rimpianto ma con il desiderio di leggere, attraverso il cinema. La storia di una città
Maria Rita Monaco

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