
Diciamola in modo chiaro, ascoltando le ultime dichiarazioni di Netanyahu Israele oggi non vede le basi minime per costruire un buon vicinato con un futuro ed ipotetico stato palestinese. Non perché coltivi fantasie imperiali. Se fosse così, non avrebbe passato tre decenni a testare formule, tregue, ritiri, controlli congiunti, confini più porosi, corridoi economici. Quella stagione c’è stata, con slanci e ricadute. Oggi, però, la bussola torna su un punto fisso: sicurezza prima di tutto, perché l’ecosistema intorno è diventato più tossico, non meno.
Il nodo si chiama deterrenza. Quando le organizzazioni armate ti tengono sotto tiro con razzi, squadre d’assalto, tunnel e una propaganda che ti cancella a livello identitario, la fiducia non nasce. E non nasce soprattutto se dietro quelle sigle opera un regista lontano, l’Iran, che da anni gioca la stessa partita: logorare Israele senza mai sedersi al tavolo vero. È una strategia a bassa firma e ad alta resa, fatta di milizie per procura, di armi instradate a tappe, di addestramento e denaro. A questo giro, nella percezione israeliana, il rischio non è un ciclo di violenza in più, è un’erosione di lungo periodo della capacità di esistere in sicurezza. Per questo a Gerusalemme oggi parlano di bonifica, parola sgradevole ma chiara: smantellare infrastrutture jihadiste, togliere ossigeno, interrompere filiere, separare definitivamente la rappresentanza politica dalla capacità di fare guerra.
C’è un fraintendimento che conviene togliere di mezzo. Chi invoca la “soluzione immediata” in due stati come se bastasse una firma, ignora il punto di partenza. Uno stato nasce se ha tre cose: monopolio della forza al suo interno, confini difendibili, impegni rispettati nel tempo. Se al posto del monopolio della forza ci sono gruppi armati rivali, se i confini sono buchi e se gli impegni scadono alla prossima escalation, allora non è uno stato, è un cartellino appeso alla porta. Israele questo lo ha imparato a caro prezzo: se prima non si pacifica il terreno di gioco, ogni architettura politica crolla come un’impalcatura montata in fretta.
Il popolo palestinese non è un tutt’uno con i gruppi armati. E qui va detto qualcosa che spesso si perde nel rumore. La stabilità passa anche dal dare dignità e futuro ai civili che oggi sono ostaggi degli apparati militari e dei loro sponsor. Lavoro, servizi, infrastrutture, amministrazioni che amministrano davvero e non campano di rendita su guerra e assistenza. Ma questa parte non regge se continua la linea del doppio binario: mano tesa davanti, coltello dietro la schiena. Perché da lì nascono le tregue fittizie che saltano al primo colpo di vento.
Cosa servirebbe per riaprire anche solo l’idea di un vicinato? Più che grandi summit, piccoli fatti rigidi. Smilitarizzazione reale dei gruppi, disarmo verificabile, programmi scolastici che non trasformino l’odio in culto, confini con sensori e pattuglie congiunte sottoposte a monitoraggio terzo, garanzie regionali non a scadenza, e un meccanismo automatico di sanzioni contro chi rompe gli accordi. Questo non è romanticismo politico, è ingegneria della sicurezza. Poi, certo, arrivano le dogane, i visti, i corridoi per le merci, i progetti comuni su acqua ed energia. Ma prima di tutto bisogna spegnere l’incendio nel seminterrato, altrimenti il salotto nuovo non serve.
Sul lato americano pesa un’altra variabile: l’oscillazione. La postura ondivaga di Trump non aiuta le dinamiche. In Medio Oriente la chiarezza non è un vezzo stilistico, è materia prima. Quando i partner e gli avversari non sanno se resterai, quanto resterai e con quali linee rosse, ognuno fa calcoli a breve termine. Il risultato è che i moderati si coprono, i radicali sperimentano, e il rischio aumenta. A Israele, che nei momenti critici ha bisogno di coordinate ferme per calibrare la risposta e costruire deterrenza, l’altalena strategica di Washington complica la vita.
Lo so, qualcuno dirà: ma così si resta in guerra per sempre. È l’obiezione di chi guarda l’oggi e non il domani. Smantellare un’infrastruttura jihadista non è un fine, è un prerequisito. Finché quella rete esiste, la politica non ha spazio. Quando sparisce, tornano le cose normali: sindaci, bollette, appalti, litigi parlamentari. Nel momento in cui i razzi tacciono perché non ci sono più depositi, e i tunnel non servono più perché non ci sono milizie da far passare, allora le opinioni pubbliche possono ricominciare a scegliere la noia. E la noia, in quell’angolo di mondo, sarebbe una rivoluzione.
C’è poi il livello regionale. Molti stati arabi hanno capito che crescere conviene più che combattere. Chi investe in porti, free zone, logistica, hub tecnologici non ha interesse a tenere aperta una ferita cronica che brucia credibilità e capitali. Questo crea uno spazio da usare con coraggio: mettere insieme garanzie di sicurezza per Israele e una road map credibile per i palestinesi, con custodia araba nella fase di transizione e con l’Europa focalizzata su progetti reali, non su comunicati. Ma la condizione di base resta la stessa: niente milizie, niente doppio gioco, niente altari ideologici contro l’esistenza di Israele.
Se serve una formula sintetica, è questa. Pace non è una parola, è una logistica. E la logistica della pace chiede tre criteri: neutralizzare la capacità di nuocere, costruire istituzioni che funzionano, proteggere le persone mentre si fa entrambe le cose. Israele oggi non vede un vicino possibile perché quei tre criteri non ci sono. Non è un rifiuto per principio, è una diagnosi. E come ogni diagnosi seria non si ferma all’elenco dei sintomi, indica la terapia. Prima si bonifica l’area, poi si disegna il quartiere, infine si apre la strada tra le case.
Finirà? Sì, quando tutti capiranno che l’unica sovranità che vale è quella sulla propria violenza. Quel giorno, sul confine più rumoroso del pianeta, arriverà una cosa quasi invisibile: il silenzio. E allora la parola “vicino” smetterà di essere un’ipotesi e tornerà ad essere ciò che è sempre stata. Una porta che si può bussare senza paura.
Piero Terracina

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