Renzi riscuote consenso e genera ottimismo. La luna di miele non durerà da sola. Serve affrontare e risolvere i nodi, a cominciare da quelli delle nomine nelle partecipate pubbliche.

Sarà capace il “quasi monocolore Renzi” di rispondere a queste attese? La partenza un po’ pasticciata e qualche suo tono da campagna elettorale davvero eccessivo, potrebbero indurci a cattivi pensieri senza per questo peccare. Per esempio, il balletto di dichiarazioni sui Bot e sulle rendite provenienti da investimenti finanziari, prima ancora che il governo sia completato e abbia espresso in modo organico il suo programma, è l’esempio di cosa non bisogna fare. Tuttavia, è troppo diffuso il desiderio che “il giovanotto” ce la faccia, e così netta la consapevolezza che trattasi di “ultima spiaggia” – giusta o sbagliata che sia – perché le incertezze e le contraddizioni iniziali possano aver già intaccato la fiducia preventiva. Ma questo non deve indurre a credere che il patrimonio di aspettative positive di cui Renzi dispone non abbia una data di scadenza. Ce l’ha, e anche piuttosto ravvicinata. Così come sarebbe un errore fatale pensare che prescinda dal merito delle risposte. In altre parole: se Renzi, di fronte all’enorme complessità dei problemi da affrontare, si farà prendere dalla tentazione di dare risposte demagogiche, di infiocchettare qualche bel “pacco mediatico”, sarà pesantemente punito. Se, al contrario, darà dimostrazione di affrontare i nodi del Paese avendo la capacità di selezionarli secondo un ordine di priorità ma anche tenendo conto delle interrelazioni strategiche che intercorrono tra le diverse questioni, allora fiducia chiamerà fiducia e s’innescherà una dinamica virtuosa. Per esempio, se distribuirà denari a pioggia, specie se provenienti da velleitari interventi fiscali sulle rendite finanziarie, non otterrà alcun beneficio in termini di crescita del pil e, di conseguenza, dell’occupazione. Se, invece, troverà da interventi sul patrimonio pubblico risorse per fare investimenti in conto capitale, allora metterà in moto ricadute positive sia per l’economia reale che per la finanza pubblica.
Nell’attesa dei primi provvedimenti, la partita si gioca sulla credibilità del presidente del Consiglio. E qui mi permetto di dare a Renzi un consiglio non richiesto: faccia subito le nomine nelle società a partecipazione pubblica. Primo, per non farsi logorare dal “toto candidati” e dai gossip che lo animano, ammuina che già è partita e che andrà incontro ad un inevitabile crescendo rossiniano. Secondo, perché le più importanti di queste scelte riguardano società quotate, ed è importantissimo che il “rottamatore” dia dimostrazione di saper rottamare la vecchia abitudine – causa di memorabili sputtanamenti dell’Italia sui mercati internazionali – che vedeva fare quelle nomine solo all’ultimo minuto (e qualche volta pure oltre) e secondo logiche da “manuale Cencelli” del tutto estranee a quelle meritocratiche e di mercato. Inoltre, il giovane capo di un governo giovane e ad alto tasso di inesperienza non ha terreno migliore di questo per documentare qual è la sua cifra. La quale – secondo consiglio non richiesto – raccoglierà tanto più consenso quanto sarà un giusto mix tra la necessità di rinnovare e l’opportunità di far tesoro dell’esperienza e premiare il successo ottenuto. Non entro nel merito di questo o quel nome, ma c’è una letteratura consolidata, fatta di bilanci societari e di risultati industriali, che certifica chi in questi anni ha fatto bene e chi no, chi ha saputo costruire prospettive e chi ha gestito con una logica di pura sopravvivenza. Le società, specie quelle quotate, non possono essere porte girevoli sottoposte a logiche di rotazione. Se Renzi vuole dare un segno forte di discontinuità, come è giusto che sia, deve farlo nel metodo – tempi e modi – non necessariamente facendo strage di nomi per poter dire “ho cambiato tutti”.

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