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Nuovi scenari di sicurezza energetica

Quali elementi incidono sulla sicurezza energetica italiana nell’attuale, difficile, contesto internazionale? Quali sono le dinamiche che influenzano gli approvvigionamenti di petrolio e gas dell’Italia? Umberto Saccone, Senior Vice President Security di ENI, traccia un breve ma dettagliato quadro dei principali scenari geopolitici e del loro differente impatto sulla sicurezza energetica globale, europea e, in particolare, italiana. Dall’Asia alle Americhe passando per il Medio-Oriente l’autore individua le tendenze strategiche, i fattori di stabilità e le vulnerabilità dei flussi energetici in arrivo verso il continente europeo sottolineando l’importanza della diversificazione delle fonti al fine di garantire un adeguato livello di sicurezza energetica nazionale.

di Umberto Saccone | 23 Maggio 2023
Una “pipeline” (oleodotto) che attraversa diversi paesi europei (fonte Wikimedia Commons)


Il tema della geopolitica energetica e della sicurezza degli approvvigionamenti riveste sempre
maggiore centralità nelle dinamiche politiche globali, anche se, nel corso del 2014, le tensioni
registrate in diverse aree di produzione e di transito, non hanno mutato il quadro generale che si caratterizza, almeno sino ad oggi, per una sostanziale stabilità degli approvvigionamenti e dei
prezzi. La geopolitica energetica si basa su quattro variabili principali:

– il potere dei paesi produttori e consumatori
– il potere dei paesi di transito
– la distribuzione delle infrastrutture energetiche
– la distribuzione geografica delle risorse.
In Europa la sicurezza degli approvvigionamenti risulta essenzialmente connessa al mercato del gas, che è legato ad infrastrutture fisiche, siano esse gasdotti o impianti di liquefazione o
rigassificazione. Le aree di maggior rilievo per gli approvvigionamenti di gas sono ad oggi le
seguenti:
– l’Europa o meglio i Paesi europei, grandi consumatori, ma con differenti politiche
energetiche nazionali che riflettono gli interessi nazionali dei singoli Stati
– la Russia, che sta trovando difficoltà crescenti in Europa in conseguenza della crisi con
l’Ucraina, sta consolidando la sua leadership nel settore e sta rafforzando le sue posizioni in
Asia (basti guardare al recente accordo sulle forniture del gas tra Mosca e Pechino)
– l’area centro-asiatica ovvero il nuovo ‘grande gioco’ con Occidente, Russia e Cina ad
esercitare le più diversificate pressioni
– il Medio Oriente con i suoi attori storici e i potenziali game changer come l’Iran, qualora il
negoziato sul nucleare dovesse andare in porto
– il Nord Africa, alle prese con le intricate transizioni seguite alle Primavere Arabe, cruciale
per assicurare un flusso costante di approvvigionamento energetico all’Europa ed al nostro
Paese in particolare
– gli Stati Uniti in piena rivoluzione dello shale oil e dello shale gas.
In questo quadro, il 2014 sino ad oggi è stato caratterizzato da un evento in potenza negativo per gli approvvigionamenti energetici globali: la crisi in Ucraina e il conseguente deterioramento delle relazioni tra la Russia da un lato e gli Stati Uniti, oltre ad alcuni alleati occidentali, dall’altro. Ad ogni modo, l’Europa per il momento non sembra avere un problema di sicurezza degli
approvvigionamenti. Nel 2009 (ma anche nel 2006), per tre settimane le forniture verso l’Unione
Europea provenienti dalla Russia subirono una sostanziale interruzione, ma senza creare gravi
ricadute economiche o sociali. Allora, una crisi nei rapporti tra Naftogaz e Gazprom, dovuta alla
morosità di Kiev, provocò dapprima l’interruzione delle forniture destinate al mercato interno
ucraino; quando poi i flussi verso i Paesi UE furono deviati dall’operatore ucraino verso il mercato
interno, Gazprom interruppe i flussi verso l’UE. L’impatto di una crisi analoga a quella del 2009
potrebbe essere oggi più contenuto, considerando che nel frattempo le reti europee sono divenute
molto più interconnesse (il gasdotto Nord Stream, che fornisce un’alternativa di transito rilevante
soprattutto per la stabilità dell’approvvigionamento tedesco). Le principali linee a gas di
approvvigionamento per l’Europa, sono infatti quelle che provengono dalla Russia che ha
sviluppato circa 200 miliardi di m 3 /anno di capacità di esportazione1 ; ma esiste la possibilità di
accedere ad altri fornitori, il più rilevante dei quali è la Norvegia; i quattro gasdotti di esportazione
dal Nord Africa all’Europa pesano per circa 70 miliardi di m 3 /anno (pensiamo ad esempio al
Greenstream dalla Libia e al Transmed dall’Algeria). Tale impatto potrebbe essere ridotto anche in
ragione della dinamica stagnante dell’economia europea che sta influenzando la domanda

energetica. Dal 2008 ad oggi, l’Europa ha fatto registrare una diminuzione del consumo di gas
dell’ordine di circa il 15%.
La situazione è analoga in Italia. Negli ultimi quindici anni il nostro Paese ha investito nelle
infrastrutture di importazione, realizzando pipeline e terminali LNG che hanno consentito un
incremento della capacità di importazione di 50 miliardi di m3 a partire dal 2000. Il 2013 è stato
inoltre caratterizzato da una netta contrazione dei consumi di gas naturale sul mercato italiano.
Oggi, quindi, con 6 Paesi principali fornitori (Algeria, Russia, Libia, Olanda, Norvegia, Qatar 2)
possiamo vantare il portafoglio di approvvigionamento gas più diversificato d’Europa. Dal punto di
vista della sicurezza energetica, una domanda debole sembra costituire un elemento di ulteriore
sicurezza per l’Italia.
Uno degli effetti della crisi ucraina è stato quello di ridare attualità alla questione della dipendenza
dei Paesi europei dagli approvvigionamenti di gas che si trovano al di fuori dei confini dell’UE. In
Europa, il tema del transito si è fatto ancor più importante a partire dalla dissoluzione dell’URSS
che ha modificato la geografia politica del continente e ha fatto saltare quel meccanismo di
compensazione che esisteva in seno all’Unione Sovietica tra le sue repubbliche federate. Quindi, a
partire dal 1991, ciò che era condiviso ha dato origine a schieramenti contrapposti che si sono
sommati ad aree con diversi livelli di instabilità:
– ovviamente l’Ucraina, che necessita di una ricomposizione d’interessi tra Kiev e Mosca
– il Medio Oriente, il Nord Africa ed il ruolo della Turchia
– lo spazio politico trans-caucasico e caspico in Asia Centrale.
La crisi ucraina resta ancora sostanzialmente aperta: lo scontro cui stiamo assistendo ha radici
politiche e storiche secolari in un territorio che – giova ricordarlo – ha fatto registrare 7.000.000 di
morti tra il 1939 ed il 1945. Le conseguenze di queste tradizionali tensioni sembrano ravvisarsi
nella forte polarizzazione odierna che pare caratterizzarsi sempre più come un confronto geopolitico
di stampo ottocentesco tra potenze, piuttosto che essere inquadrato nel XXI secolo. L’evoluzione
dell’instabilità nel Paese ha dunque creato timori circa l’interruzione dei flussi con conseguenti
ricadute in termini di sicurezza energetica europea. Il Governo di Kiev deve far fronte a un
consistente debito dell’operatore pubblico Naftogaz nei confronti di Gazprom, che ha interrotto nel
giugno 2014 le forniture destinate al mercato interno ucraino. In questo quadro, gli Stati UE non
hanno per ora segnalato criticità a fronte di un’ulteriore interruzione del gas russo (circa la metà dei
flussi complessivi verso l’UE transita attraverso la rete ucraina), sebbene l’area centro-orientale sia
fortemente dipendente da questi flussi provenienti dalla Russia. A questo si aggiunge il fatto che in
Europa orientale le interconnessioni tra le reti sono limitate e, di conseguenza, si può parlare di una
vera e propria dipendenza dal transito in Ucraina per alcuni Paesi dell’Europa orientale.
Esiste inoltre il rischio ‘incidenti’. Ad esempio, il 17 giugno un’esplosione è avvenuta in Ucraina
lungo il gasdotto Urengoy-Uzhgorod (il gasdotto dell’amicizia) che porta metano russo in Europa,
scatenando un incendio con fiamme alte circa 200 metri. Il Ministro degli Interni ucraino, Arsen
Avakov, ha parlato di «sabotaggio attuato dalla Russia per screditare l’Ucraina quale partner
commerciale». Il transito di gas non ha subito variazioni, tuttavia sabotaggi o incidenti di questo
genere possono essere uno strumento utile per ridurre le capacità dell’avversario. Con l’inverno che

si avvicina, un attacco in grado di bloccare la distribuzione del gas in Europa potrebbe creare alcune
difficoltà nei Paesi UE.
Oltre alle difficoltà europee, anche la situazione mediorientale resta complessa. Dall’inizio del
2014, l’avanzata dell’IS (Islamic State, in precedenza ISIS, Islamic State of Iraq and Syria) dalla
Siria all’Iraq ha contribuito a indebolire la sistemazione areale frutto delle decisioni prese
all’indomani della Prima Guerra Mondiale ed ha assestato un ulteriore colpo al già instabile quadro
interno iracheno, caratterizzato da una lotta settaria tra comunità sunnite e sciite. Oggi l’IS è
un’organizzazione che definisce se stessa come ‘Stato’ e non come ‘gruppo’; controlla tra Iraq e
Siria un territorio esteso come il Belgio, e lo amministra in autonomia, ricavando dalle sue attività
(fra le altre contrabbando di petrolio e sequestri) il denaro necessario per sopravvivere.
L’avanzata di IS ha dato la possibilità al Governo Regionale del Kurdistan (KRG, entità autonoma
nell’ambito della Repubblica dell’Iraq) di conquistare Kirkuk e le sue risorse petrolifere e gli
attacchi aerei USA in sostegno dei Peshmerga curdi testimoniano ancora una volta come il KRG,
con un’economia letteralmente esplosa negli ultimi anni (almeno fino allo scontro diretto con IS),
sia un alleato importante degli Stati Uniti. Il sogno dell’indipendenza, sfiorato nel 1919 è
nuovamente tornato d’attualità. Sulla base di un accordo siglato nel novembre 2013, Erbil ha
avviato un flusso di esportazione petrolifera attraverso un nuovo oleodotto, costruito sul proprio
territorio che, al confine con la Turchia, si connette all’oleodotto d’esportazione tra l’Iraq e il porto
mediterraneo di Ceyhan. In un quadro statale iracheno ancora più indebolito dalle operazioni di IS,
le relazioni tra Baghdad ed Erbil restano dunque difficili, seppur costrette alla collaborazione dalla
congiunta pressione statunitense e iraniana. In questo quadro, Erbil diventa sempre più centrale
nella geopolitica energetica regionale.
L’apertura del canale d’importazione di petrolio dal KRG rappresenta per la Turchia un nuovo
tassello del tentativo di Ankara di assurgere ad hub regionale per la distribuzione di idrocarburi in
Europa, oltre a sostenere crescenti livelli di consumo interno. In Turchia, fra i principali,
registriamo l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum; la costruzione del
Trans-Anatolian Pipeline (TANAP) rappresenta un’ulteriore congiunzione tra il Caspio e i mercati
europei; esistono le linee di importazione ed esportazione dall’Iraq e il Blue Stream che dalla Russia
immette nella rete turca 16 miliardi di metri cubi di gas l’anno.
In Iran il prolungamento dei negoziati sul nucleare fino a novembre 2014, con i piccoli progressi sin
qui registrati, ha creato aspettative per una progressiva normalizzazione dei rapporti tra Teheran e i
Paesi occidentali. Ora, sebbene per poter registrare effetti strutturali di un eventuale accordo con
l’Iran possa essere necessario attendere anche un lustro, il potenziale iraniano è quello di un game
changer: le riserve di gas iraniano sono le seconde al mondo dopo quelle russe.
Passando dal Medio Oriente al Nord Africa, gli eventi delle ultime settimane obbligano ad
accendere un faro anche sulla Libia. Gli scontri in atto a Tripoli dal 13 luglio 2014 e a Bengasi dalla
metà di maggio rappresentano i più gravi atti di violenza nel Paese dalla caduta del regime
gheddafiano e segnalano da un lato il logoramento dell’accordo tacito tra le maggiori milizie che ha
permesso lo svolgimento delle elezioni parlamentari del 25 giugno, dall’altra l’incapacità delle
Istituzioni di gestire la transizione e invertire la tendenza al peggioramento delle minacce di

terrorismo, criminalità e instabilità politica. La produzione e la vendita degli idrocarburi, su cui si
fonda l’economia del Paese – nostro primo fornitore di petrolio e terzo fornitore di gas (gasdotto
Greenstream) – non ha raggiunto i livelli, né soprattutto la stabilità, che aveva prima della caduta di
Gheddafi. Sono soventi interruzioni repentine della produzione di greggio e gas causate da violenze
e scontri tra milizie ‘laiche’ e ‘islamiste’ che il governo centrale (sic!) non è in grado di sedare dal
momento che non dispone di un proprio esercito. Considerando anche la contemporanea crisi
ucraina (che potrebbe comportare un blocco delle forniture dalla Russia), un eventuale, ulteriore,
blocco delle forniture dalla Libia potrebbe creare delle difficoltà per il mantenimento dell’equilibrio
nel bilancio energetico italiano.
Ad ogni modo tutto il quadrante nordafricano sta facendo registrare notevoli problematiche di tipo
politico e sociale. Guardiamo ad esempio all’Algeria, Paese strategico dal quale importiamo circa
un terzo delle nostre forniture di gas. Il Paese non è stato investito dal fenomeno della ‘Primavera
araba’ e si è mostrato negli anni un partner affidabile e resta stabile dal punto di vista politico e
sociale nel panorama del Nord Africa. Non è possibile tuttavia esimersi dal rilevare che il quadro
politico algerino è segnato dalla presenza del Presidente Abdelaziz Bouteflika. L’anziano
Bouteflika è stato infatti confermato al vertice del Paese per un quarto mandato, ma il voto ne ha
evidenziato la fragilità e le difficoltà a svolgere il ruolo che la Nazione ha ancora voluto affidargli,
ovvero gestire gli elementi della complessa instabilità nazionale e areale che per quanto attiene alla
sfera della sicurezza si traduce innanzitutto in una accresciuta minaccia di terrorismo alle frontiere
orientali del Paese. A questo riguardo, basti citare l’attacco terroristico avvenuto ad In Amenas: il
16 gennaio 2013 l’impianto per l’estrazione del gas di In Amenas, una joint venture tra la BP,
Statoil e Sonatrach (compagnia di stato algerina), a 82 km dal confine con la Libia, è stato attaccato
da 32 militanti jihadisti, armati con fucili d’assalto e lanciagranate. L’attacco, conclusosi il 19
gennaio 2013 ha provocato 40 morti tra gli espatriati che lì lavoravano. In questo contesto, è
evidente che la situazione molto instabile del Sahara ha una certa influenza sulla stabilità dei Paesi
mediterranei.
La transizione geopolitica che è seguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica ha nuovamente
portato al centro delle strategie e delle decisioni delle grandi potenze un’area che a lungo era
considerata come uno spazio politico russo, ovvero il Caucaso, il Caspio e l’Asia Centrale. Oggi si
parla infatti di nuovo ‘Grande Gioco’ in Asia Centrale, riedizione del confronto russo-britannico del
XIX secolo. L’area contiene il 25 % delle riserve mondiali di idrocarburi e si caratterizza per Paesi
importanti sia per i livelli di produzione sia per il fatto di essere cruciale per il trasporto di
idrocarburi. Azerbaijan, Kazakhstan, Uzbekistan e Turkmenistan contribuiscono in modo
significativo alla produzione globale di petrolio e gas. Il Kazakhstan è secondo alla Russia nella
regione eurasiatica per quanto concerne le riserve petrolifere e la produzione, mentre il
Turkmenistan e l’Uzbekistan sono rispettivamente il secondo ed il terzo produttore dell’area
(Ashgabat è quarto al mondo per riserve di gas). In questo quadro sia attori regionali che potenze
esterne (primi fra tutti gli USA) ritengono l’area un pivot per l’integrazione euroasiatica. L’Asia
Centrale diviene così il ‘connettore’, basandosi su uno sviluppo infrastrutturale legato all’industria
del petrolio e non solo.

Dall’Asia Centrale si arriva alla Cina, nuovo protagonista dello scenario energetico. L’ex Impero di
Mezzo è impegnato in progetti oil & gas con partecipazioni azionarie e licenze esplorative in tutta
l’Asia Centrale. I dati ci dicono che:
– la quota di gas nel mix energetico cinese è destinata a crescere (dal 4,8% nel 2011 all’8,3%
nel 2015)
– la produzione interna è più che raddoppiata dai 49 miliardi di m 3 /anno del 2005 ai 103 del
2011
– i consumi sono in significativa crescita da 46 miliardi di m 3 /anno nel 2005 a 130 nel 2011.
A ciò dobbiamo aggiungere le nuove infrastrutture di trasporto che porteranno il gas nei principali
centri urbani della costa. In questo quadro, l’accordo siglato tra Mosca e Pechino per la fornitura
trentennale di gas non rappresenta che un tassello della politica energetica cinese, che – fra le altre –
è molto attiva nel suo occidente, area storicamente nota come Turkestan. Basti pensare agli accordi
di Pechino con il Kazakhstan (CAGP Central Asian Gas Pipeline, 10-15 miliardi di m3 /anno di gas
in Cina); con l’Uzbekistan; con il Turkmenistan (accordo di fornitura trentennale dal 2009 per 30
miliardi di m 3 successivamente incrementati a 65 miliardi di m 3 /anno).
Ad ogni modo, l’accordo raggiunto tra Mosca e Pechino rappresenta una ‘pietra miliare’ nelle
relazioni tra i due Paesi. Il 21 maggio, dopo un decennio di negoziati, Cina e Russia hanno concluso
a Shangai il contratto sul gas. Le trattative erano ferme sulle divergenze di prezzo e si sono
sbloccate solo con l’avanzare della crisi ucraina. Si tratta certamente dell’apertura di un nuovo
fronte commerciale, per quanto a condizioni che sembrano non essere ottimali per Mosca, ma anche
di una delle sue tradizionali oscillazioni di politica estera tra Est ed Ovest. La leggerezza con cui
USA e UE hanno approcciato la tematica ucraina, così simbolicamente importante per la Russia, ha
prodotto questo nuovo avvicinamento tra Mosca e Pechino. L’accordo prevede un programma di
forniture da parte di Gazprom per trenta anni, di circa 1.140 miliardi di metri cubi di gas, per un giro
d’affari pari a circa 400 miliardi di dollari. Il tutto arricchito da investimenti infrastrutturali, per la
costruzione di nuovi gasdotti ad hoc, pari a circa 55 miliardi di dollari. Ciò produce un timore da
parte dei Paesi dell’UE che Mosca possa distogliere l’attenzione dai vecchi clienti europei. Le
forniture alla Cina arriveranno tuttavia da giacimenti nuovi che si trovano nella Siberia orientale.
Nessuna concorrenza o sovrapposizione con il metano che fluisce verso l’Europa che viene estratto
invece da giacimenti situati in Siberia occidentale.
Lo scenario si presenta dunque molto articolato. Nel lungo periodo, la diversificazione delle fonti di
approvvigionamento è cruciale per la gestione e la limitazione dei rischi geopolitici, puntando su
nuovi strategic suppliers .
La perdurante crisi ucraina darebbe maggiore forza al progetto South Stream, il cui valore aggiunto
in ottica russa sarebbe, per l’appunto, l’aggiramento della scarsamente affidabile rete
infrastrutturale ucraina. In realtà a partire dalla primavera 2014, sono aumentati i problemi per il
South Stream, originati dall’UE che ha fatto bloccare i lavori di costruzione della condotta in
Bulgaria. Il contenzioso riguarda l’uso del gasdotto che secondo l’UE dovrebbe essere aperto a tutti
e non solo a Gazprom. La Commissione europea, ha ‘bocciato’ infatti gli accordi intergovernativi
tra la Russia e i Paesi che ospiteranno il braccio europeo del gasdotto (ovvero Bulgaria, Serbia,
Ungheria e Slovenia), spiegando che «nessuna di quelle intese è in regola con le leggi UE». La

Commissione chiede il rispetto della condizione, nell’ambito del cosiddetto Terzo pacchetto
energia, secondo cui deve essere garantito l’accesso all’infrastruttura di rete anche ad altre società.
Ma l’UE con i suoi interventi ha de facto chiesto la sospensione del progetto, alla luce
dell’innalzamento delle tensioni in Ucraina. L’infrastruttura – che dovrebbe avere una capacità di
trasporto iniziale di 15,5 miliardi di m3 /anno e raggiungere, poi, il valore di regime di 63 miliardi di
m3 /anno – si articola in due sezioni, una offshore e una onshore.
Inoltre, l’avvio di un nuovo corridoio di importazione di gas verso l’Europa, il cosiddetto corridoio
sud, permetterà nei prossimi anni un’ulteriore diversificazione, con l’ingresso in Italia di circa 10
miliardi di m3 /anno di gas dall’Azerbaijan. Il TAP (Trans Adriatic Pipeline) costituirà il tratto finale
di questo corridoio sud. Tale opera permetterà la diversificazione per l’approvvigionamento del gas,
in particolare per limitare la quota russa. Sebbene l’infrastruttura comporti un rilevante aumento
della sicurezza delle forniture per l’Italia, in ottica europea la capacità annua del nuovo gasdotto è
sostanzialmente marginale, se paragonato ai consumi continentali (462 miliardi di metri cubi).
L’attuale scenario, appena delineato in queste righe, ci deve spingere a riflettere sulla gestione della
sicurezza degli approvvigionamenti energetici, in particolare nel nostro continente, perché l’Europa
non dipende dall’Europa. Quindi, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento è da
considerarsi ‘il’ vantaggio per gli Stati e i loro cittadini. Il tema dell’interdipendenza rimane,
dunque, ancora oggi sostanzialmente valido, sebbene si dovrà tener conto dei cambiamenti nel
paradigma strategico del mondo dell’energia. L’avvento sulla scena delle risorse non convenzionali
potrebbe, infatti, implicare una riscrittura del rapporto tra energia e sicurezza.

Umberto Saccone*


Note
1 La domanda europea del 2013 era di 462 miliardi di metri cubi.
2 I tre principali Paesi fornitori nel 2000 erano Algeria, Russia e Olanda .

* Il presente articolo per gentile concessione dell’autore è riprodotto dal sito: “Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica”

https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/nuovi-scenari-di-sicurezza-energetica.html

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, belgio, cambiamenti, cina, commissione, commissione europea, consumatori, crisi, elezioni, europa, governo, guerra mondiale, incidenti, iran, iraq, italia, la nazione, leadership, libia, mercato, mercato italiano, mondo, nazione, olanda

Info Umberto Saccone

Umberto Saccone è Amministratore Unico e Fondatore della società di consulenza Grade da lui fondata nel 2015. Ha trascorso 33 anni della sua vita professionale nell’Arma dei Carabinieri e nel Servizio di Intelligence nazionale SISMi dove ha ricoperto numerosi incarichi sia in Italia sia all’estero. Nel 2006 ha lasciato il Servizio per andare a ricoprire l’incarico di Direttore della Security dell’ENI, la prima società quotata in Italia e una delle big company nel settore oil&gas. Umberto Saccone, in ragione della sua esperienza maturata nel mondo dell’intelligence, è membro di numerosi comitati scientifici. Sull’argomento ha scritto pareri ed articoli per giornali e riviste specializzate. È autore di numerosi libri tra i quali La security aziendale nell’ordinamento italiano, pubblicata nel 2011 dal Sole 24 Ore e “Governare il rischio. Un sistema di security risk management, pubblicato nel Novembre 2014 da Aracne Editrice. È anche coautore del volume Uno sguardo sul mondo 2.0, pubblicato nel 2013 da Elvetica Edizioni, del libro Formazione & Protezione. Corso per Security Officer, edito da eni e coeditore della norma per il tavolo “Tutela delle Infrastrutture Critiche” di UNI (Ente Nazionale Italiano di Unificazione). In qualità di professore a contratto ha tenuto regolari corsi di intelligence e risk management presso numerose università italiane tra le quali l’Università Cattolica di Milano e la Link Campus di Roma.

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