Se fosse in vigore in Italia il sistema elettorale proporzionale, il timore di una crisi di governo in seguito alle vicende private ed ai comportamenti (veri o presunti) del presidente del consiglio, farebbe meno paura.
La pluralità dei partiti consentirebbe di trovare soluzioni non traumatiche, sia pure a costo di estenuanti trattative. Il sistema stesso fornirebbe gli anticorpi per riprendere il cammino.
Facciamo questo rilievo non per affermare la superiorità del proporzionale ( sistema che pure prediligiamo) rispetto al maggioritario. Intendiamo solo sottolineare che non esiste, fra i sistemi elettorali, quello che mette al riparo da tutti i guai come non esiste quello che di tutti i guai è la causa.
Ora invece, se Berlusconi dovesse essere costretto a dimettersi, la coerenza con tutto quanto sostenuto per magnificare il sistema elettorale in vigore dovrebbe portare dritti dritti a nuove elezioni.
Abbiamo, infatti, un semimaggioritario o semiproporzionale, se preferite, a causa del premio di maggioranza e della forte penalizzazione dei partiti piccoli. E, in aggiunta, abbiamo la designazione del presidente del consiglio da parte degli elettori nonostante che la Costituzione attribuisca al Capo dello Stato il potere di conferire l’incarico al presidente del consiglio.
Lo spirito e, soprattutto le motivazioni che hanno accompagnato l’adozione di questa legge elettorale, vorrebbero che, venuto meno il capo del governo indicato dagli elettori, si tornasse al voto.
Ma sono proprio i grandi sostenitori della “semplificazione” del nostro sistema che ora propongono soluzioni che contraddicono le tesi del giorno prima.
Si lasciano intravedere governi “tecnici”, presieduti da personalità isttuzionali o del mondo economico da parte di chi vorrebbe cogliere l’occasione per ribaltare gli esiti del voto quasi per effetto di un colpo di fortuna alla lotteria. Mentre, sul versante opposto, chi intende fare valere comunque la maggioranza conquistata ha buon gioco a rispondere che, anche senza Berlusconi, PDL e Lega dispongono in parlamento di una vasta maggioranza.
In entrambi i casi ci si scorda dell’impegno preso con gli elettori: basta con i ribaltoni e nuovo appello alle urne in caso di crisi.
Eludere questo impegno non sarebbe senza conseguenze.
In primo luogo perché si tornerebbe, con la discesa in campo dei tecnici, ai governi senza babbo ne mamma certi. Dei quali, purtroppo, si verrebbe a sapere la genesi molti anni dopo, come è già successo, quando saranno chiari privilegiati e penalizzati dai provvedimenti adottati.
In secondo luogo, nel caso di un governo presieduto da un esponente dell’attuale maggioranza, che non sia Berlusconi, si aprirebbe un lungo periodo di logoramento e di debolezza proprio quando più ci sarebbe bisogno di un esecutivo forte.
Ma le conseguenze peggiori sarebbero proprio per l’opposizione. Qualche esponente del PD se ne rende conto, altri no: la crisi di governo, comunque risolta, persino col ricorso alle urne, coglierebbe questo partito quando ancora non è nemmeno iniziato l’indispensabile processo di rigenerazione e di ricambio di classe dirigente.
Poiché il PD non sembra attualmente in grado di affrontare da solo il passaggio del suo riposizionamento rispetto ad una società di cui non ha saputo cogliere per tempo i nuovi bisogni e le nuove utopie, ci sembra giusto che si cominci a parlare da subito in termini quanto meno di alleanze da costruire.
Le elezioni europee pur negando loro la rappresentanza hanno confermato la presenza di almeno due soggetti politici, Sinistra e Libertà e Radicali, che per i temi che li caratterizzano, potrebbero essere in grado di aiutare il PD ad uscire dalle secche nelle quali è andato a collocarsi.
Se si dovesse stabilire, il rapporto fra questi soggetti sarebbe tutt’altro che facile. Ma alternative non se ne vedono.
Nicola Cariglia

Referendum (a) elettorali? Basta!
Dal 1991, quando il prof. Segni è stato “imbeccato” per indire il referendum sulle preferenze (ma perché non siete andati al mare?), si sono via via succedute le varie leggi elettorali, tra cui il “mattarellum” ed il “porcellum”.
tutte conseguenze delle storture dovute a tagli illogici delle norme esistenti.
L’imbeccamento è evidente perché riguarda il doppio tentativo di introdurre il duopolio DC/PCI e distruggere il PSI, ritenuto ingombrante (vaso di coccio!) dopo la caduta del muro di Berlino e l’adesione del PCI all’Internazionale Socialista (cosa che purtroppo sta riavvenendo con la creazione del nuovo gruppo europeo, altro che gioire!).
I danni causati sono e sono stati enormi, sia economici, che per la credibilità delle istituzioni, che erano sopravissute oltre 40 anni senza sconvolgimenti, col sistema elettorale proporzionale che aveva solo bisogno di piccoli sbarramenti per non infestare il parlamento di listarelle opportuniste.
Convinti di fermare la lega, ma in seguito molto più per estromettere le forze che avevano modernizzato e laicizzato lo Stato, si sono attivati dei “sarti” alla moda, con tagli e cuciture che hanno fatto – delle leggi elettorali – dei vestiti di Arlecchino. Con la legittimazione della Corte Cost. che ha interpretato molto estensivamente le norme sull’abrogazione, che invece dovrebbero riguardare domande chiare a tutti i cittadini: compresi gli analfabeti!
La risposta degli elettori a tali quesiti è ormai consolidata: un totale rifiuto a partecipare.
Siccome si è molto discusso sul’election-day e su costi del referendum ora ne dovremmo trarre le conseguenze. Non è più possiobile consentire richieste di referendum strampalate, ma DEVE ESSERE INTERPRETATO IL SENSO DELLA VOLONTA’ DEL COSTITUENTE. In questo caso se una richiesta doveva essere fatta quasta doveva riguardare la totale abrogazione della norma, non il tentativo di modificare ad uso proprio la legge elettorale, stravolgando la volontà, per quanto “porcella” del parlamento.
Ancora una volta i cittadini hanno dimostrato molto più senso dello Stato dei professionisti della politica. Solo che i laico socialisti hanno smesso di pensare e non sono più presente sul territorio, intenti come sono ad intrupparsi, senza dignità, nelle forze che esprimono rappresentanti nelle Istituzioni
Dovrebbe nel contempo essere introdotta una norma che redarguisce i promotori sui costi di questa demagocica “democrazia diretta” e sulle penali in caso di non raggiungimento dei quorum richiesti. Inoltre finalmente dopo anni ed anni di fallimenti, un considerevole aumento delle firme richieste.
Spero che questo flop. faccia riflettere il por pletorico Parlamento Italiano sui veri risparmi della gestione di una politica democratica.
Personalmente mi auguro che i radicali si ravvedano e comprendano che molte delle loro tematiche possono essere valorizzate solo in un’alleanza con il PdL.
Il Pd, se esisterà ancora, è condannato a non andare oltre il voto europeo e dunque a rappresentare ciò che era la cultura del vecchio Pci.
Un partito d’opposizione, ma senza alcuna possibilità di occupare posizioni di governo.
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