Se è vero che si va verso un prolungamento, anche dopo il 2013, di questa anomala esperienza del governo di perenne emergenza nazionale.

Per chi ha militato nel PSI sono anche giorni di ricordi, di rivisitazione di eventi lontani, nostalgie, rimpianti. Il cruccio delle occasioni perdute, diceva Pietro Nenni. Mi vengono alla mente alcuni scritti e momenti cruciali della mia formazione politica. Il discorso di Turati al Congresso di Livorno del 1921. Il saggio di Pietro Nenni “Luci ed ombre sul XX Congresso del PCUS”, che segnò la fine del frontismo.
Ancora: le parole con cui Antonio Giolitti motivò il suo abbandono del PCI; un discorso di Riccardo Lombardi al Convegno degli Amici del Mondo, nei primi anni ’60, quando si gettarono le basi del centro-sinistra, quello delle riforme di struttura. Percepii allora il PSI come incarnazione di quella “terza forza” che sognavano Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi. Poi la solenne allocuzione di Pertini alle Camere riunite che lo avevano eletto Capo dello Stato. Lo incontrerò qualche anno dopo nel corso delle consultazioni che si conclusero con il conferimento dell’incarico di Presidente del Consiglio a Craxi: “Io, nevvero, Bettino, l’incarico te lo do. Tieniti pronto alla chiamata, ma non sarà di venerdì”. Rivedo anche i volti dei cinquanta senatori socialisti di cui sono stato presidente per molti anni. La riflessione retrospettiva si nutre infine delle memorie che riguardano la vita del socialismo parmense: le assemblee vibranti e affumicate (allora il vizio non era proibito), le lezioni oratorie di Fernando Santi, lo sbarco a Parma di Gaetano Arfè, gli incontri affettuosi con i compagni del mio Appennino.
“Cento anni di storia che sono cento anni di gloria”. Così disse con dignitoso orgoglio Giorgio Ruffolo alla scadenza del centenario della fondazione del partito. Sono passati da allora vent’anni. Dopo il crollo del 1994, un nucleo di compagni coraggiosi ha tenuto in piedi il partito, al centro e alla periferia. Vita grama e nessun aiuto a sinistra. Anzi, il PD, faticoso meticciato fra post-comunisti e democristiani di sinistra, ha propiziato la nostra fuoruscita dal Parlamento. Eppure siamo culturalmente vivi, con l’Avanti! della domenica (che fastidio la profanazione di Lavitola, l’unico carcerato per cui non provo compassione!), con MondOperaio di Gigi Covatta e con la Fondazione Socialismo di Gennaro Acquaviva. È quel che resta, oltre alla presenza in qualche Regione e nei Comuni.
Questa essendo la dura realtà, che fare, dopo esserci incoraggiati ripensando ai nostri anni ruggenti?
Per agevolarmi il compito, comincio col dire “cosa non fare”, ora che i partiti protagonisti della sventurata Seconda Repubblica sono tutti alle corde, mentre l’Italia sta vivendo il periodo più buio dal dopoguerra ad oggi. Scrivendo per un foglio libero e aperto al dibattito da 120 anni, confesso che lo spettro che si agita davanti ai miei occhi è la scelta della gravitazione satellitare del PSI nell’orbita del PD.
Traduco liberamente una famosa frase latina: per sopravvivere perderemmo le ragioni della vita di una forza socialista; che poi sono le ragioni della storia che ci accingiamo a celebrare. Se è vero che si va verso un prolungamento, anche dopo il 2013, di questa anomala esperienza del governo di perenne emergenza nazionale, quel che resta del socialismo italiano farebbe bene a chiamarsi fuori dalla “grande bonaccia” (insomma, “Monti for ever”) dettata dalla grande crisi europea e mondiale.
Semmai è giusto impiegare le nostre energie in vista di un duplice obiettivo: unire tutte le forze laiche e liberalsocialiste e rinverdire la proposta di quella Grande Riforma delle istituzioni che Craxi lanciò alla fine degli anni ’70. Se siamo nel pantano attuale è anche perché quel messaggio di rinnovamento incontrò la resistenza di democristiani e comunisti.
Sul primo obiettivo. Nel processo di scomposizione e ricomposizione degli attuali assembramenti politici ci può essere posto per l’unificazione delle forze dei liberali e dei socialisti. Sarebbe certamente incomprensibile il mancato incontro fra il PSI e il neonato movimento di Stefania Craxi. Poi il dialogo e l’intesa con i radicali, che vedo appannati nella loro nicchia all’interno dei gruppi parlamentari del PD, periodicamente sferzati dalla sanfedista Rosy Bindi. Sono compagni scomodi, ma la Rosa nel Pugno fu una novità e una speranza. È stato un errore farla sfiorire.
Il secondo obiettivo. Anzitutto si deve insorgere nelle piazze contro il sostanziale rifiuto del trinomio ABC (Alfano, Bersani e Casini) assistiti dall’immarcescibile Luciano Violante, di approvare una decente legge elettorale, incentrata sulla proporzionale e sul ritorno della preferenza. Anche l’ipotesi di riforma del Parlamento è al ribasso. Poi la battaglia per l’Assemblea Costituente, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, sola possibile fonte di un vero bipolarismo, la creazione degli Stati Uniti d’Europa.
In campo economico, serve un progetto per lo sviluppo, che non vede ancora la luce per mano dei tecnocrati. So bene che sono influenzato dalla mia esperienza giovanile, ma servirebbe un incubatoio programmatico simile a quello degli “Amici del Mondo”. Forse possiamo radunare le forze per tentare l’impresa.
Non dimentichiamo che il governo dei professori e delle tasse produrrà una vasta sofferenza sociale. Sarebbe sbagliato lasciare il monopolio della critica ai festanti grillini, al demagogo Di Pietro e, peggio, alla violenza estremista.
Buon lavoro, compagni.

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