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No alla Amazon Tax

Per l’Istituto Bruno Leoni si tratta di una pessima idea, incoerente negli obiettivi, dannosa negli effetti e oltretutto di difficile applicazione

di Istituto Bruno Leoni | 22 Novembre 2022
Jérémy-Günther-Heinz Jähnick / Lauwin-Planque – Lauwin-Park (02) / Wikimedia Commons

Il governo sembra davvero intenzionato a introdurre la cosiddetta Amazon Tax, cioè un’imposta sulle consegne a domicilio dei beni acquistati online. Il fine dichiarato è di natura ambientale: la tassa dovrebbe servire a compensare gli impatti sulla qualità dell’aria e sul clima legati alle attività del recapito. Si tratta in realtà di una pessima idea, incoerente negli obiettivi, dannosa negli effetti e oltre tutto di difficile applicazione.

Partiamo dalle finalità. Il presupposto è che, ogni volta che ordiniamo un prodotto su internet, alimentiamo senza accorgercene l’inquinamento a causa delle emissioni legate al trasporto. In realtà, non è affatto ovvio che gli acquisti online siano più inquinanti rispetto a quelli negli esercizi tradizionali: inquinano di più, e contribuiscono maggiormente alla congestione, i camioncini delle consegne oppure migliaia di automobili che si spostano per le vie urbane? Oltre a ciò, i corrieri stanno tutti affrontando ingenti investimenti per migliorare la qualità delle proprie flotte, anche perché spesso le ordinanze dei sindaci li obbligano ad andare in tal senso.

Un’imposta che non tenga conto delle reali condizioni dei mezzi, e delle difficoltà che in questo momento molti stanno incontrando per trovarne di nuovi prontamente disponibili, sarebbe del tutto ingiusta. A maggior ragione se il suo gettito serve, come abbiamo già sottolineato, a finanziare la proroga della riduzione delle accise voluta (in modo abbastanza sconsiderato) dal governo precedente.

Non solo. Una simile imposta avrebbe principalmente tre conseguenze. Da un lato, finirebbe probabilmente per essere ribaltata sui consumatori finali, che in questi anni hanno fatto un uso crescente dei canali online proprio perché essi consentono di accedere a una più ampia varietà di prodotti, con minore dispendio di tempo e forze, e non di rado a prezzi inferiori. Dall’altro, ciò è del tutto contraddittorio con le politiche che anche l’Italia sta perseguendo per indurre le imprese italiane a dotarsi di canali per la vendita online dei loro prodotti. Infine, una tassa sui furgoni finirebbe per colpire non solo i clienti italiani, ma anche le pmi che – proprio grazie a internet – oggi vendono i loro prodotti in giro per il mondo e, per farlo, devono necessariamente affidarsi a corrieri che prelevano e gestiscono i colli. 

Tra l’altro, proprio la vaghezza degli obiettivi e la natura paradossale degli effetti rendono la tassa difficile da applicare. Sotto questo profilo, è doveroso attendere il testo finale della norma (se ci sarà). Ma sarebbe meglio se non ci fosse: anziché colpire una scelta organizzativa (quella di acquistare o vendere online) sarebbe meglio focalizzarsi sul lato della spesa pubblica, razionalizzando le uscite e riassorbendo almeno in parte le troppe agevolazioni o bonus elargite in questi ultimi mesi.

Editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: anni, consumatori, dichiarato, governo, mondo, natura, spesa pubblica, tassa

Info Istituto Bruno Leoni

L’Istituto Bruno Leoni è nato nel 2003 per promuovere le “idee per il libero mercato”.
L’IBL vuole dare il suo contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta.

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