
Volo Dubai-Tel Aviv, la colluttazione tra i piloti, l’ipotesi di terrorismo e la vigilia delle elezioni in Israele. Intanto Bibi ha già indossato l’elmetto e preso lo schioppo per presidiare i seggi elettorali.
C’è un aereo in difficoltà. Un pilota ferito, una colluttazione, la porta della cabina che diventa improvvisamente più importante di tutto il resto. I passeggeri hanno paura, arrivano le prime testimonianze, qualcuno parla di sangue, qualcun altro teme che l’aereo stia per precipitare. È una di quelle situazioni in cui, per qualche minuto, il mondo dovrebbe semplicemente fermarsi e aspettare di capire cosa sia successo. Ma a terra c’è Netanyahu. E Netanyahu non ama lasciare le emergenze senza supervisione. Così cominciano le telefonate, i vertici, le autorità, i servizi di sicurezza, le facce serie attorno a un tavolo. E, naturalmente, Netanyahu. L’aereo non è ancora arrivato a destinazione, ma la riunione è già cominciata. Qualunque cosa stia succedendo lassù, qualcuno è già pronto a convocare qualcuno quaggiù. Le prime notizie sono confuse.

Uno dei piloti avrebbe aggredito l’altro. Forse voleva far precipitare l’aereo. Forse voleva prendere il controllo. Forse non è un incidente. Forse è qualcosa di peggio. Il verbo della giornata è semplice: ipotizzare. Il problema è che l’ipotesi, quando passa attraverso i titoli e le stanze della sicurezza, ha una straordinaria vocazione a trasformarsi in certezza. Ed ecco comparire la parola magica: terrorismo. Non è ancora una conclusione. È un sospetto. Ma il sospetto ha già fatto carriera. Nel frattempo, l’aereo atterra. I passeggeri sono salvi. Fine? Nemmeno per sogno. Adesso bisogna capire chi fosse autorizzato a volare, verificare gli accordi, ricostruire l’accaduto, interrogare le persone coinvolte e, soprattutto, trovare una spiegazione. E se la spiegazione non c’è ancora, nessun problema. Ci sono le riunioni. Le riunioni sono meravigliose. Non hanno bisogno di prove definitive: bastano un tavolo, qualche telefono, delle cartelle e persone dall’espressione preoccupata. E, possibilmente, Netanyahu. Così il primo ministro entra ancora una volta nel grande teatro delle emergenze. Non ha pilotato l’aereo, non era nella cabina e non ha visto la colluttazione. Non sappiamo ancora esattamente cosa sia accaduto. Ma eccolo lì: informato, consultato, circondato dalle autorità. Come se, ogni volta che qualcosa prende una piega inquietante nei cieli o sulla terra, la realtà sentisse il bisogno di consegnargli personalmente il fascicolo. L’aereo è atterrato. La storia, invece, continua a volare, soprattutto attraverso le versioni: prima quella drammatica, poi quella ancora più drammatica, poi la smentita, la precisazione, la nuova ipotesi. È il meccanismo dell’informazione durante una crisi: mentre gli investigatori cercano i fatti, le notizie hanno già deciso di correre. E Netanyahu? Netanyahu è già lì. Perché quando vivi al centro di un sistema politico costruito attorno all’emergenza, l’emergenza non è soltanto qualcosa che accade. È un luogo. E quel luogo, prima o poi, ha sempre lo stesso indirizzo: la scrivania del primo ministro. Alla fine resta una scena quasi surreale. Da una parte, un aereo che ha attraversato momenti di paura e un’indagine che dovrà stabilire cosa sia realmente successo. Dall’altra, Netanyahu, davanti ai responsabili della sicurezza, mentre il Paese aspetta una risposta. Non sappiamo ancora se sia stato un gesto deliberato, se dietro l’accaduto ci sia un disegno o quanto delle prime ricostruzioni sopravviverà all’inchiesta. L’aereo può cambiare rotta. Le versioni possono cambiare. I sospetti possono cambiare. Perfino i fatti dovranno essere verificati. Netanyahu, invece, è già arrivato: sicuro di sé, con l’elmetto in testa e lo schioppo a tracolla, pronto a presidiare i seggi elettorali.
Angelo Santoro

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