Giorgio Napolitano ce l’ha fatta ed è l’ 11° presidente della repubblica italiana.
Prima che il concerto delle adulazioni e della retorica renda impossibile qualsiasi seria e serena analisi, causa il consueto invalicabile muro di melassa che circonda in Italia tutti, proprio tutti, gli inquilini del Quirinale, facciamo qualche rapida ma non reticente riflessione.
Non è vero che l’elezione di Napolitano chiude un ciclo della nostra storia, caratterizzato dalla cosiddetta “convenctio ad escludendum” nei confronti dei comunisti. E ciò per due elementari motivi. Il primo, che tale convenzione non è mai esistita; sono stati gli elettori, sempre, a far mancare al PCI i voti per andare al governo. Il secondo motivo è che la ragione per la quale Napolitano sale al colle più alto non è così nobile, tutt’altro. Si è scelto Napolitano perché il più numeroso partito dello schieramento di centro-sinistra doveva avere qualcosa, dopo essere rimasto fuori da tutte le posizioni di vertice istituzionale.
Se questo è il vero motivo, e lo è, allora meglio sarebbe stato D’Alema, l’uomo che veramente tiene le redini DS.
Sarebbe stato tutto più chiaro e trasparente. Con Napolitano tutto è, invece, circondato dall’ipocrisia: non per colpa sua, ma per responsabilità di coloro che hanno contribuito ad eleggerlo.
Nella Casa delle Libertà e nell’Unione, i leaders dei partiti hanno giocato tutti per assecondare interessi “di parte”; ma non resistono alla tentazione di usare l’arma del mendacio, per affermare che si è voluto scegliere la migliore soluzione.
Napolitano contenta i poteri forti. Basta riflettere sulla cerchia delle amicizie, le solite che presidiano da tempo immemorabile i più delicati snodi del potere. Il giro è quello solito che abbraccia Banca d’Italia, Mediobanca, i giornali tipo Espresso e Repubblica, etc.
Va da se che Napolitano si dovrà sforzare di rappresentare tutti e siamo certi che ci riuscirà. Oltretutto la sua indole non proprio da cuor di leone in questo caso potrà giovargli.
Ma la frattura sancita dalle ultime elezioni, di un Paese spaccato esattamente a metà, non si attenua con la sua elezione e le modalità che la hanno accompagnata.
E le conseguenze si vedranno quando, come pare, gli sconfitti del 9 e 10 aprile scorso, torneranno alla carica per ribadire che il risultato è illegittimo a causa delle irregolarità negli scrutini. Un presidente eletto a maggioranza, dal solo schieramento di centro-sinistra, allora non aiuterà.
NAPOLITANO PRESIDENTE GRADITO AI POTERI FORTI
Nella Casa delle Libertà e nell’Unione, i leaders dei partiti hanno giocato tutti per assecondare interessi “di parte”; ma non resistono alla tentazione di usare l’arma del mendacio, per affermare che si è voluto scegliere la migliore soluzione. Il giro è quello solito che abbraccia Banca d’Italia, Mediobanca, i giornali tipo Espresso e Repubblica, etc.

A novembre saranno cinquant’anni che i delinquenti comunisti dell’armata rossa massacrarono gli ungheresi. Pur con tanti distinguo e interiori travagli, il trentunenne Napolitani restò coi compagni, tutti in sofferto travaglio, ma tutti compagni foraggiati dal KGB. Poi i comunisti italiani si riciclarono curiali e integerrimi, mascherati nella diversità berlingueriana, ma il peccato originale resta, non aver avuto nausea abbastanza. Ora il presidente Napolitano ci darà un’indubbia lezione di equità, ma sarà la solita scuola della doppia verità controriformista, sempre buona per un’Italia boccalona che si accontenta. E non parliamo del profilo, vi sembra d’alto profilo uno che a ottantun anni accetta la carica di capo dello Stato? Ma il problema non è nemmeno Napolitano, che sarà il solito diavolo prima o poi archiviato. Il problema è la gramigna nella società italiana seminata da comunisti, cattocomunisti, paracomunisti ecc.ecc. Chiediamoci perché non un nome, una figura emerga tra chi all’anagrafe è compreso tra i sessanta e i settantacinque anni, tra chi a metà degli anni sessanta stava tra i venti e i trentacinque anni, coloro che ora dovrebbero impugnare il testimone e sono invece assenti come individualità esemplari. Sto parlando della generazione che fu avvelenata dal connubio sudicio tra sinistra e mercato, quando la corruzione italica annidata nel familismo si dilatò dal privato al pubblico mortificando cultura, politica, industria, università, arte, sport, sì anche lo sport, e tutto quanto doveva esigere dal singolo intelligenza e coraggio e non furbizia e protezione di cosche politiche. Se oggi siamo costretti a un Napolitano, è peché da quasi mezzo secolo, in realtà da molto più tempo ma diversi erano gli attori, è perché in questo paese i mediocri sono selezionati e metodicamente proiettati ai vertici di qualsiasi settore, affinché il familismo mafioso imperante dalla Vetta d’Italia a capo Passero possa proseguire la metastasi dei poteri forti, che forti non sono affatto, ma comunque sempre benedetti dalla chiesa. Amen. Antonio Dani