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Nani (francesi) e ballerini (italiani)

Lega e Cinque stelle fanno spesso da governo e da opposizione contemporaneamente, in funzione di una dialettica che non lasci spazi all’opposizione vera. E’, questa, un’attività teoricamente antidemocratica, fondata sulla moltiplicazione dei canali di comunicazione che potrebbe mettere in crisi la democrazia come l’abbiamo conosciuta sinora.
Detto questo, lo spirito di forza antisistema dei Cinque stelle è uscito fuori anche in altre occasioni, come quando Di Maio è andato ad incontrare un rappresentante dei cosiddetti “gilet gialli”, un rappresentante particolarmente inviso alle autorità transalpine, a torto o a ragione.

di Fabrizio Amadori | 11 Febbraio 2019
Lega e Cinque stelle fanno spesso da governo e da opposizione contemporaneamente, in funzione di una dialettica che non lasci spazi all’opposizione vera. E’, questa, un’attività teoricamente antidemocratica, fondata sulla moltiplicazione dei canali di comunicazione che potrebbe mettere in crisi la democrazia come l’abbiamo conosciuta sinora.
Detto questo, lo spirito di forza antisistema dei Cinque stelle è uscito fuori anche in altre occasioni, come quando Di Maio è andato ad incontrare un rappresentante dei cosiddetti “gilet gialli”, un rappresentante particolarmente inviso alle autorità transalpine, a torto o a ragione.
Ma se questa non è stata una mossa diplomatica – al netto della considerazione che Di Maio si è recato in Francia in veste di capopartito e non di ministro -, non lo è neppure la scelta dello Stato francese, ossia quanto di più istituzionale esista sulla carta, di tenere sul proprio territorio dei terroristi italiani condannati dal nostro sistema giudiziario.
Una scelta antidiplomatica e chiaramente arrogante, che è stata fatta da Mitterand e sostenuta, per ragioni da approfondire, dai Presidenti francesi successivi.
Mitterand, infatti,  era socialista, e sembrava sposare una scelta politica che poi, a distanza di anni, è stata fatta propria, tra gli altri, dal Presidente brasiliano Lula, almeno nel caso di Cesare Battisti.
Ma mentre dopo Lula le cose sono cambiate, e il nuovo Presidente (peraltro discutibilissimo e di chiare origini italiane), Bolsonaro, ha stabilito un cambio di rotta netto, per cui oggi il luciferino Battisti si trova nelle patrie galere, i Presidenti francesi successivi, compresi quelli ideologicamente lontani da Mitterand, come Chirac e, soprattutto, come Sarkozy e Macron, non sembrano aver mai messo in discussione la dottrina del loro eminente predecessore. E dico “eminente” proprio per sottolineare che, al contrario di Lula che oggi si trova nella stessa situazione di Battisti, chiuso in carcere per truffa ai danni dello Stato, Mitterand qualche qualità politica, e qualche senso civico, sembrava possederlo.
Ma è solo questo il motivo del mancato riesame di una simile dottrina (Mitterand)? La mancata voglia di sconfessare un (cosiddetto) grande del passato, nonché di aprire il vaso di pandora di una discussione pubblica su una scelta, quella transalpina nei riguardi del sistema giudiziario italiano, che non potrebbe che portare che noie, qualsiasi sia il Presidente francese in carica? E, per curiosità, quale sarebbe la dottrina italiana rispetto ai terroristi transalpini?
E’ vero che la Francia  non vuole che i terroristi italiani si trovino in solitudine, e permette loro di avere la compagnia di molti dittatori, soprattutto africani, che sanno di trovare nei territori transalpini, e a Parigi in primis, un porto comodo e sicuro. Ma è altrettanto evidente che nonostante o appunto per questo la Francia guarda all’Italia come ad un’Africa europea.
I dittatori africani, però, sono scappati quasi sempre dopo aver difeso gli interessi di Parigi nel “continente nero” (sostenendo, ad esempio, il famigerato franco cfa), e non quelli dei loro popoli: mi sfugge cosa avrebbero difeso a favore della Francia i terroristi italiani.
Ma la Francia è la Francia, come ha detto il francofono Juncker di recente di fronte ad una platea di sindaci transalpini: ha sempre ragione lei, evidentemente.
Chi scrive, però, vorrebbe sommessamente sottolineare, anche di fronte a quel fine interprete della cultura europea di nome Juncker, che l’Italia è l’Italia, e lo dico davvero senza impennate nazionalistiche alla Giorgia Meloni (la quale pensa che Dublino stia in Inghilterra).
L’Italia di oggi a me non piace sotto alcuni aspetti, ma non si può negare quanto grande sia stato il nostro Paese nella storia dell’Occidente: e, a fronte di un dominio mai totale di Francia, Regno Unito, Germania e Russia sull’Europa da un punto di vista vuoi militare, vuoi politico, vuoi economico o vuoi culturale, mantenuto per due o tre secoli al massimo, il dominio dell’Italia è stato molto più ampio nel tempo, essendo durato oltre 1500 anni, e di conseguenza, mi viene da aggiungere, più profondo.
Per tornare ai Presidenti francesi, Mitterand ha sviluppato una politica sui terroristi (stranieri) poco comprensibile, a dire il vero. Ma che i Presidenti francesi successivi non siano intervenuti si capisce bene per come i cugini d’oltralpe vogliono guardare all’Italia, senza complessi di inferiorità: un atteggiamento del genere porta spesso ad un ribaltamento dei ruoli, per cui il complesso di inferiorità tocca a chi lo suscita, che quindi è guardato con superiorità.
Si tratta, però, ripeto, di un meccanismo banale, che noi italiani, quelli consapevoli cioè di cosa l’Italia sia e sia stata nel mondo, dobbiamo rifiutare.
Mi rendo conto che l’italiano medio conosca meglio Fabrizio Corona e Belen Rodriguez (che italiana non è) di Bellini, Poliziano o Marconi, e che, di conseguenza, se questi sono i campioni a cui guarda, faccia bene a vergognarsi della propria italianità. Ma dato che l’Italia – come dire? – è qualcosa di un po’ migliore, un po’ più alto e complesso, ebbene, sarebbe opportuno che l’italiano medio se ne facesse una ragione, e la smettesse di vergognarsi di essere figlio della Penisola (la qual cosa porta in molti casi all’atteggiamento contrario come reazione, ossia un orgoglio esagerato e ridicolo).
Detto ciò, l’emigrazione dei nostri connazionali poveri per circa un secolo a cavallo tra Otto e Novecento ha procurato una diversa percezione degli italiani da parte dei popoli che li hanno accolti, a partire dai francesi, e questo a generare un certo razzismo problematico, considerato cosa sia stata l’Italia prima, ma anche dopo, tale emigrazione, ossia una grande nazione. Ma, si sa, i francesi, e non solo loro a dire il vero, guardano quello che fa comodo.
I Presidenti francesi si sono rivelati ossessionati dalla “grandeur”, e se possono schiacciare i competitor lo fanno sempre volentieri. Grandeur che non c’è più da tempo, peraltro, almeno da quando i francesi sono stati “piallati”, mi si passi il termine crudo, dai “panzer” nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e nonostante o appunto per questo hanno preteso un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Un seggio che la Francia, debole in Europa, presa a calci nel sedere come è stata da Hitler, e “forte” fuori, con un colonialismo (ossia un fasciocolonialismo) afroasiatico ai danni di popoli (quasi) disarmati, non avrebbe dovuto occupare (non vorrei però che a questo punto Di Maio mi seguisse in tale idea, e chiedesse alla Francia di dimettersi dal Consiglio di sicurezza, dopo il fronte aperto a livello europeo sul franco cfa, su cui Parigi è disposta a rompere le relazioni con Roma – di questo sono abbastanza sicuro -).
Militarmente, infatti, la Francia moderna ha dimostrato di non essere baluardo di alcunché, e la scelta di diventare una potenza nucleare è la conseguenza evidente di una scarsa passione per le invasioni quando sono i francesi a subirle.
Per quanto riguarda i valori da difendere, quelli a causa dei quali la Francia poteva rivendicare a ragione un posto di prestigio all’Onu alla fine della guerra, ebbene, proprio quando la “Grande nazione” dava fiato a tutti gli strumenti della retorica democratica contro Hitler invasore, proprio allora era una grande aguzzina di interi popoli extraeuropei, rivelando così tutta la propria ipocrisia planetaria (in buona compagnia, ovviamente) e, di conseguenza, la propria inadeguatezza a ricoprire un posto al Consiglio di sicurezza per ragioni legate ai valori.
Ipocrisia mantenuta nel tempo anche col franco cfa di cui tanto si sta parlando in queste settimane, e che ha trovato dei ridicoli difensori anche in molti, troppi, esponenti politici italiani (compresi quelli del Pd) a cui l’augurio di sparire in fretta dalla scena è diventato a questo punto inevitabile: quale che sia la motivazione di una simile difesa, malafede o stupidità, essa non è la più adatta a sostenere le ambizioni politiche di chicchessia (nel Pd come in qualsiasi altro partito, per carità).
I Presidenti francesi, dicevo – e a questo punto prometto di non perdere più il filo -, sono sempre stati ossessionati dalla grandeur e da coloro che potevano e possono metterla in crisi (e la storia dell’Italia sembra fatta apposta per riuscirci). Anche quando facevano tanto i democratici, come il De Gaulle dei discorsi retorici e appassionati da Radio Londra, erano sempre, sotto sotto, degli imperialisti.
Voglio dire: è vero che per realpolitik De Gaulle ha deciso di lasciare l’Algeria (mantenendo però la presa sull’Africa più debole, più facile da ricattare), ma a sentire la signora Le Pen, che ha citato il famoso generale con ammirazione proprio in una trasmissione televisiva italiana qualche tempo fa, De Gaulle non pensava che la Francia dovesse perdere identità e sovranità a favore di una entità europea più vasta, e questo perché come in Australia duecento milioni di conigli non comandano su pochi milioni di esseri umani così milioni di asiatici e africani non potranno mai prevalere sui francesi.
La signora Le Pen diceva questo con l’intenzione di suscitare il consenso della platea italiana in ascolto, in nome di una comune appartenenza europea garanzia di superiorità contro tutti coloro che di origine europea non sono, e nessuno è sembrato accorgersi di una frase così smaccatamente razzista, nemmeno gli interlocutori italiani presenti al dibattito con la rappresentante del Front National, tra cui D’Alema, che non ha fiatato.
Forse che il razzismo sia una connotazione profondamente europea, tutto sommato? Certamente lo è in Francia per la sua storia imperialista, e per le frasi dei suoi presidenti a partire, appunto, da quella di De Gaulle sui conigli australiani.
Qualcuno si ricorderà che Chirac, all’epoca sindaco di Parigi ma presto chiamato all’Eliseo, disse che non voleva che l’imprenditore Berlusconi, ossia “un salumiere italiano”, spadroneggiasse in Francia. Frase razzista, ancor più che classista questa, dato che Berlusconi non si è mai occupato di maiali (vantandosi piuttosto di esserlo, a detta dei maligni).
Sarkozy, oltre a pretendere dal premier Berlusconi la vendita di Parmalat alla francese, e chiacchieratissima, Lactalis – dimentico di tutte le volte che Parigi si è opposta alla cessione delle proprie aziende nazionali con una sfacciataggine davvero imbarazzante, sulla quale occorrerebbe aprire un altro dossier, per chiedere ai francesi perché si sono sottratti alle regole, e soprattutto allo spirito, del libero mercato -, Sarkozy dicevo ha dimostrato tutto il proprio disprezzo per l’Italia con fatti eclatanti come l’invasione della Libia. Per quanto riguarda Macron, è evidente che egli sia di fatto un sovranista, uno cioè che parla di Europa proprio quando cerca di creare una trazione a due con il partner più forte, la Germania, nella speranza di sfruttarla e, possibilmente, superarla per sbarazzarsene, prima o poi.
Infatti si parla tanto di Germania, ossia di Germania europea e, con raccapriccio, di Europa germanizzata: io credo, però, che sulle sponde della Senna si sia sempre creduto che l’unico modo per rendere l’Europa Europa sia non la sua “germanizzazione” – dio ce ne scampi e liberi – bensì la sua “francesizzazione”.
I tedeschi  non hanno mai rappresentato nessuno a parte se stessi, mentre la Francia ha una tradizione democratica (a livello di politica interna, voglio dire) più solida, che ha avuto ricadute importanti negli ultimi tre secoli, a partire dalla decisione di molti paesi occidentali di scrivere la propria costituzione ispirati dai valori dell’illuminismo. Valori che, ripeto, non hanno mai impedito alla Francia di essere una nazione imperialista, e non solo in Africa e in Asia, come sappiamo.
Lo stesso Napoleone è stato colui che, in nome dei grandi ideali, ideali che avrebbe potuto difendere limitandosi a presidiare i confini nazionali, e a rispondere colpo su colpo ad eventuali aggressioni, ha deciso di fare tutt’altro, di coltivare cioè una politica imperiale da macellaio, fondata come era sul massacro continuo di persone, non solo soldati.
Ipocrisia allo stato puro, come quella coltivata fuori dai confini europei, dove la Francia sarebbe andata a portare la civiltà: a portare la propria rapacità, piuttosto, in nome della quale si è sempre opposta alle rivendicazioni dei popoli africani, e con la scusa del sostegno a governi fantoccio mantiene tuttora un forte presidio militare, politico ed economico nel “continente nero”. E quando alcuni paesi hanno tentato di spezzare le catene gli è stato imposto un bestiale “debito coloniale”. Sono tutte cose su cui ho già scritto sia in questo sito che in altri (ilsussidiario.net), articoli che chiunque può andare a riprendere.
Ora la Francia sta cercando di espandersi in Europa, come il caso di Aquisgrana dimostra ampiamente, e ciò per l’ennesima volta a dire il vero. Gli amici del Pd ovviamente sono troppo impegnati ad “azzerbinarsi” a Parigi per accorgersi che non siamo trattati alla pari. Che l’Italia, nonostante sia stata per lungo tempo la quarta potenza economica del mondo, dagli Anni Settanta agli Anni Novanta, oggi, a causa di una classe politica imbelle, e totalmente inadeguata, troppo impegnata a farsi la guerra contro gli interessi veri della Nazione, è tornata, economicamente parlando, una nazione debole soprattutto per ragioni finanziarie, pur rimanendo la seconda manifattura europea (non per molto, se il patto di Aquisgrana dovesse fare da volano ad un apparato militare integrato franco-tedesco il cui sviluppo, però, potrebbe creare tensioni tali da affossare il progetto europeo – a ragione, aggiungo io -).
Per il momento, qualcuno a Roma ha finalmente bussato alla porta di Parigi sostenendo che in Francia ci sono alcuni terroristi italiani che si vorrebbero indietro, dato che la Francia, sul piano del diritto, non ha davvero nulla da insegnare all’Italia, paese più antico, più bello e altrettanto nobile (anzi di più, ma sono di parte, mi rendo conto): e che questo, ripeto, è dimostrato ampiamente anche dalla scelta di Parigi di tenersi a casa un bel po’ di brutti ceffi, alias ex dittatori africani, ed ex servi della Francia, il cui diritto di stare a piede libero, ed anzi coccolati nei loro bei castelli frutto della rapina ai danni di popoli poverissimi, mi sfugge.
Vogliamo fare anche questa domanda ai cari cugini, come mai cioè permettono a dei dittatori scappati con la cassa di paesi poverissimi di vivere indisturbati a Parigi, oppure pure questa volta non possiamo perché altrimenti gli amici del Pd, “azzerbinatissimi” come al solito, scriveranno un’altra lettera di profonde scuse all’Ambasciatore francese (attualmente non) a Roma?
Fabrizio Amadori
Pubblicato in : SituazioneTag: anni, anni settanta, berlusconi, classe politica, consenso, costituzione, crisi, danni, democrazia, disprezzo, europa, figlio, francia, germania, governo, guerra mondiale, italia, la germania, lega, libia, meloni, mercato, mondo, nazione, nazisti

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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