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Milano ‘promoter’ dell’Europa delle città

Il Sindaco di Milano, non può affidare a deleghe la rappresentanza della specificità di Milano in Europa, compete a lui stimolare gli altri sindaci a scendere in campo in prima persona, alle prossime elezioni europee, per caratterizzare politicamente la centralità dell’Europa delle città.

di Mimmo Merlo | 28 Gennaio 2019

Definiti i provvedimenti, assai controversi ma elettoralmente identificativi, la coalizione al Governo ha dato conferma di procedere secondo la logica del: un colpo al cerchio con la quota 100 e un colpo alla botte col reddito di cittadinanza. Non tutto è andato come preventivato, la condizionale dei prossimi mesi potrà confermarne la fattibilità o evidenziarne l’incongruenza, come simpaticamente Altan, ha mirabilmente sintetizzato in: ‘ I soldi ci sono, se ci saranno è un’altra cosa ’.

L’ossimoro tutto italiano, di una governabilità in condivisione tra ‘sanculotti’ e ‘sanfedisti’ è destinato a perdurare sino a quando? Così si domandano provocatoriamente gli ‘avvoltoi’ dell’informazione, alla costante ricerca di novità tanto a buon mercato quanto non impegnative; ma fintanto che ‘al diavolo è concesso di citare le Sacre Scritture’, sarà la reciprocità delle convenienze a fungere da mastice, le attese sono quindi correlate, anche se, non è difficile ipotizzare che la conservazione del vincolo, non sia limitabile solo alle loro potestà.

Nell’agenda politica per la primavera del nuovo anno, la scadenza più rilevante è quella delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, con un mandato ben preciso, riuscire a rinnovare l’Europa per impedirne impunemente il declino. Per la prima volta il Parlamento europeo può sollecitare un mandato popolare, non filtrato dai governi nazionali, per uscire dal cono d’ombra in cui lo condizionano i governi nazionali.

Sarebbe un grave errore, adattarsi alla pressione mediatica che vuole posizionare le elezioni europee, a mo’ di verifica della stabilità del Governo nonché delle chance di rivincita per le opposizioni. Nel secolo scorso i cittadini italiani erano i più convinti europeisti, la loro convinzione nasceva dalla speranza che una classe dirigente di più ampie vedute ed esperienze fungesse da ‘navigator’ per influire sulle contraddizioni il provincialismo della declinazione politica nazionale.

La strategicità dell’Unione Europea è però venuta a logorarsi nel tempo, sia per le contraddizioni di Parlamento e Governance europei, sia per l’accentuarsi della prevalenza del ‘particolare’ nazionale sull’interesse generale, vieppiù accentuatosi con le nuove adesioni dall’Est, le quali confidano di poter recuperare il gap dai Paesi pilota, iniettando nel sistema europeo le proprie repressioni sovraniste. In questa dinamica involutiva, in Italia, sicuramente più che negli altri Paesi, l’Europa e l’Euro, sono assurti a capro espiatorio cui addebitare: ritardi e inadempienze nazionali, la convenienza a non fare le riforme per non danneggiare il ‘puzzle’ delle corporazioni, la cui scala si è fatta via via più piccola. Altro elemento significativo che pesa sulla comprensione sulla strategicità dell’Unione Europea, è la ‘auto legittimazione politica’ che i governanti che si susseguono, perseguono da oltre un quarto di secolo, la declinazione negazionista del pregresso cui contrapporre la narrazione ridotta al contingente temporale, creando così un diffuso vulnus cognitivo, pericoloso ai fini della comprensione del futuro e dei suoi impatti che si vorrebbe rimuovere dalla percettibilità dei rischi.

L’enfasi del contingente, sottratta alle dinamiche dei processi storici, stimola la collettivizzazione identitaria, delle paure e delle indignazioni individuali, legittima la sottrazione di ogni responsabilità e induce alla strumentalità delle semplificazioni interpretative, da ‘equipaggiare’ in modalità rivoluzionaria, che nei fatti assume le vesti dell’involuzione: la ‘rinvoluzione’ per la ‘democratura’

Il confronto politico concentrato solo sull’Europa, al centro della riflessione, non può che prevedere, i così detti dossier: quelli ‘caldi’ legati al contingente e quelli ‘freddi’ della cui rilevanza assai spesso ci si dimentica, ma che spesso sono la pietra angolare sui cui poggia il ‘valore’ dell’Europa, chi li sottovaluta per principio è pericoloso, ma chi li viola pregiudizialmente dovrebbe essere cacciato.

E’ del tutto evidente che il sovranismo nazionale, porrà al centro del confronto politico, la minaccia dell’aspirazione politica per l’Europa, dei fondatori, un dossier freddo, prodromo per le influenze esogene sull’autonomia sovranista, sottraendosi così da ogni correlazione contagiosa tra i sistemi che caratterizzano la globalizzazione, evitando così di spiegare, che quel ‘speriamo che me la cavi’ è una pericolosa illusione. Tra i dossier ‘freddi’ non può essere omessa la questione sicurezza posta al bivio tra il disinteresse USA di Trump e il vincolo di aumentare gli investimenti in armamenti per il potenziamento difensivo, se l’Europa vive da oltre settant’anni in pace, ai suoi confini la guerra sembra essere una costante.

Lo spirito dell’Europa in cui abbiamo creduto non sembra esserci più, lo testimonia l’incapacità di affrontare e risolvere i dossier caldi che sono sul tavolo: la Brexit, pur alle prese con drammatiche contraddizioni interne, non affievolisce le pretese dei sovranisti, di svuotare l’Unione dall’interno; il rischio di isolamento per le possibili conseguenze dei conflitti tattici tra le autarchie di Trump, Xi e Putin; la conflittualità militar religiosa nei territori a sud del Mediterraneo con il biblico fenomeno dell’immigrazione, solo in parte legato alle belligeranze.

Il rinnovamento dell’Unione Europea, non può più essere un’esclusiva dei Governi, che sin qui si sono caratterizzati: per la sopravalutazione dell’ombelico’ e per la miopia verso ciò che li attende nel futuro. Il nuovo parlamento europeo non può che avere l’ambizione e il coraggio per andare oltre alle interpretazioni dei fatti in chiave di lettura nazionale, ma avere la determinazione per far mettere mano ai dossier che fungono da freno al rinnovamento politico e culturale dei cittadini europei. Tra questi, è tutt’altro che marginale la ‘rilettura’ degli accordi di Maastricht, onde rimuovere la sottovalutazione della strategicità delle convergenze, causa[M1] prima delle divergenze provocate dai livelli d’indebitamento e di competitività diverse tra gli stati dell’Eurozona; perché se i Paesi indebitati devono pagare pesanti premi per il rischio, il loro debito diverrà insostenibile, e, per un Europa che si vuole strategica, la propria compattezza è un valore cardine.

Tra i dossier ‘caldi’ ve n’è uno che sarà sempre più dirompente: l’Europa delle città, che si pone come la più consistente ‘disruption’ delle tesi sovraniste. Porre al centro del futuro dell’Europa il ruolo delle città, oltre a fungere da rafforzamento dell’identità, vuol dire prendere consapevolezza che le città sono e saranno sempre più, l’epicentro delle trasformazioni e delle contraddizioni europee. La complessità della governance delle città, è un fenomeno sin qui costantemente sottovalutato, ricondotto alle declinazioni in chiave nazionale, sempre più spesso ridimensionato alle esigenze di compatibilità e unità nazionale.

La centralità del problema è del tutto evidente, è nelle comunità urbane che i cittadini trovano identità e ricercano sicurezza, sono i contesti in cui si caratterizza la crescita accompagnata dall’attesa di una migliore qualità della vita, da contemplare con il perseguimento dell’equità sociale e della sostenibilità, al fine di prevenire emarginazione e degrado.

Conquistare per le città un ruolo prioritario in un’Europa rinnovata, non può che dipendere dalla determinazione dei sindaci europei, a cominciare dalla prossima sessione d’incontri a Parigi. Milano, è il più significativo emblema dell’Italia che va veloce, ma che è costretta a confrontarsi con le contraddizioni, dell’assoluto disinteresse di un Governo, attento per convenienza partitica, alle piccole comunità, considerate riserva elettorale e di classe dirigente della Lega, il cui sovranismo contrasta sia con l’Europa, sia con l’Italia delle città.

Per queste considerazioni, il Sindaco di Milano, non può affidare a deleghe la rappresentanza della specificità di Milano in Europa, compete a lui stimolare gli altri sindaci a scendere in campo in prima persona, alle prossime elezioni europee, per caratterizzare politicamente la centralità dell’Europa delle città, non più procrastinabile.

Mimmo Merlo   (lavocemetropolitana.it)

 

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: cittadini europei, cittadini italiani, classe dirigente, considerazioni, elezioni, europa, fini, freno, futuro, globalizzazione, governance, governo, italia, lega, mercato, milano, parigi, parlamento, provvedimenti, putin, qualità della vita, riforme, secolo scorso, soldi, speranza

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