Oggi come oggi vale l’interrogativo di Lenin: che fare? La domanda se l’è posta il Matteo dei poveri, ovvero Salvini, leader pro tempore della Lega.

E allora oggi come oggi vale l’interrogativo di Lenin: che fare? La domanda se l’è posta il Matteo dei poveri, ovvero Salvini, leader pro tempore della Lega. Che a forza di sparate più o meno indovinate, sale un giorno dopo l’altro nell’indice di gradimento degli italiani e il suo partito, stimato attorno al quindici per cento, ha superato nei sondaggi Forza Italia. Pensa e ripensa, con grande dispendio di fosforo, alla fine il sullodato Salvini ha trovato la chiave del rebus. Elementare, Watson. I parlamentari che passano da una parte all’altra, o in ogni caso si rimangiano il voto di fiducia concesso al governo al momento del suo insediamento, decadono dal mandato e sono sostituiti dal primo dei non eletti. Proposta ingegnosa, non c’è che dire. Ma non è affatto nuova. Una proposta di legge costituzionale analoga l’ho presentata io stesso nella XIII legislatura il 20 aprile 1999. E reca il numero 5923. La verità è che ai nostri giorni il divieto di mandato imperativo copre a malapena le vergogne di un trasformismo che pone in cattiva luce l’istituto parlamentare. Insomma, piove sul bagnato. E allora occorre ripararsi con un ombrello adeguato.

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