Non è esagerato dire che la Politica italiana è impazzita. O meglio sono impazziti coloro che la impersonano. Siamo al Tutti contro tutti. Era appena annunciata la nascita della “Cosa Rossa”, che doveva vedere l’unione di tutti i soggetti alla sinistra del PD, e subito si è passati alla “Sinistra Arcobaleno”. Ma appena disegnato e presentato il logo, ecco l’on. Marco Rizzo, del PdCI, che lamenta la mancanza di simboli che si richiamino al lavoro. Dunque ancora discussioni e verifiche. E mentre, di verifiche, si attende quella fra i componenti la maggioranza, arriva come un macigno l’intervista di Bertinotti a dire che il centro sinistra ha fallito e a paragonare il premier al “Grande Poeta morente” Cardarellli, precisando subito dopo che Prodi non è grande né poeta, ergo rimane solo il “morente”.
Se non è un vaticinio, date le circostanze, l’assunto è molto vicino alla realtà.
Su queste dichiarazioni si è scatenata la bagarre nel centro sinistra e qui arriviamo ai distinguo fra l’essere dei Partiti, e per essi la Politica, un mezzo per stare al Governo per incidere sulle scelte da compiere e chi ci vede un fine da perseguire per stare comunque al Governo.
Fra i primi c’è Bertinotti e il Partito della Rifondazione Comunista dall’altro Diliberto e i suoi Comunisti Italiani. Una scelta, la seconda, che a noi sembra cinica e spregiudicata. Ma la diversa strategia non meraviglia considerando che questa concezione fu alla base della scissione all’interno di Rifondazione con la nascita del Partito dei Comunisti Italiani, allorché Fausto Bertinotti, allora segretario del partito, decise di uscire dalla maggioranza che sosteneva il primo Governo Prodi decretandone la fine.
Quanto sta succedendo riporta a quei giorni facendo balenare la riproposizione di scene già viste tanto che c’è chi paventa il “ritorno dello scorpione” .
Come si ricorderà la favola dice che lo scorpione salito sul dorso della rana per attraversare il fiume non riesce a trattenere l’istinto di mordere il suo traghettatore pur consapevole di morire con lui.
Ma non è finita. Le esternazioni del Presidente della Camera hanno scatenato l’ira di Palazzo Chigi che attraverso il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Micheli taccia Bertinotti di “mancanza di senso dello Stato”. Naturalmente scatta l’indignazione di Rifondazione con la richiesta al Presidente del Consiglio di scusarsi con Bertinotti. Prodi dice di non saperne niente (ma chi ci crede!) però esalta l’intelligenza di Micheli. Insomma una finta presa di distanza con un implicito riconoscimento delle parole del suo Sottosegretario.
Sul fronte dell’opposizione si assiste al teatrino delle baruffe giornaliere fra gli ex componenti la Casa delle Libertà.
Mentre Fini cerca di ricucire lo strappo con Berlusconi questo ultimo, in un incontro con i coordinatori regionali, avrebbe detto che la causa della rottura della casa delle libertà sarebbe da imputare al leader dell’UDC Casini, a suo parere, interessato a costruire la “cosa bianca” per poi allearsi con la sinistra. Pronte le repliche al Cavaliere del Segretario dell’UDC Cesa, di Alleanza Nazionale e della Lega, con Bossi esasperato che arriva a dire “io Silvio lo mollo”. Ma, come siamo oramai abituati, dopo poche ore arriva la “precisazione” del portavoce di Berlusconi, Bonaiuti, il quale smentisce le parole attribuite al capo di Forza Italia e del nascente Partito delle Libertà.
In questo scenario da commedia dell’assurdo la maggioranza va sotto due volte al Senato impegnato ad approvare il pacchetto sicurezza. Una vicenda che fa dire al titolare del Ministero dell’Interno, Giuliano Amato, che “se non passa il Decreto si dimette”.
In questo bailamme si inseriscono la minaccia dei sindacati di uno sciopero generale per il rinnovo dei contratti che riguardano sette milioni di lavoratori: dai metalmeccanici al Pubblico Impiego.
C’è poi la richiesta di varare le riforme e mettere sotto controllo i prezzi sia dei generi di prima necessità che di benzina, gas, elettricità, cresciuti mediamente del 2,7%.
E a proposito di economia la Commissione Europea ci dice, ma i cittadini lo avevano già sperimentato sulla loro pelle, che l’anno scorso il potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni è sceso dello 0, 2% mentre l’inflazione in zona euro andrà al 3% contro una stima del nostro Governo del 2%.
Con queste previsioni ci sarà una ulteriore contrazione degli acquisti degli italiani con la conseguenza di deprimere ancor più la traballante economia nostrana senza riuscire ad abbassare il debito pubblico. E ciò nonostante l’aumento delle entrate fiscali che nascono dal maggior prelievo fiscale dovuto all’incidenza delle imposte sui salari nominali. Una ulteriore falcidia del reddito se non si torna a ripristinare il così detto fiscal drag. Cioè restituire a stipendi e pensioni quanto eroso dall’inflazione che, purtroppo, non è mai quella programmata. Una battaglia che sindacati e associazioni a tutela dei consumatori devono combattere insieme di fronte ai silenzi dei governanti.
Marcello Paris

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