Alcuni lettori sollecitano la nostra opinione sull’ennesima puntata della stagione riformista che, nel nostro paese, sembra essere eterna come la primavera ai Caraibi, salvo poi accorgersi che questa sua caratteristica le deriva dalla propria incompiutezza, anzi, per dirla tutta, dalla propria incapacità a sbocciare definitivamente almeno come terreno di confronto aperto e costruttivo. In un paese come il nostro, dove la mancanza di pilastri certi e fondanti della democrazia partecipata unita alla naturale tendenza ondivaga dei partiti alla migrazione perenne che pare più che altro, almeno negli ultimi anni, una vera e propria fuga dalle rispettive identità, portano fisiologicamente al susseguirsi di trovate estemporanee atte a favorire il vincitore di turno, è del tutto normale che, dopo ogni tornata elettorale, si riprincipi daccapo il balletto delle proposte riformiste, chè i vincitori devono cogliere al volo l’opportunità di rafforzarsi, e gli sconfitti individuare velocemente strumenti correttivi per limitare il danno e magari evitare che si ripeta al prossimo turno elettorale. E questa riflessione ci porta inevitabilmente ad una constatazione amara: laddove è stata voluta e condivisa una autentica operazione di riforme istituzionali, e ci riferiamo a paesi coma la Francia o la Germania, ciò è accaduto per l’affermarsi di una profonda consapevolezza della necessità di questa azione ai fini di un miglioramento dei rapporti fra cittadini e politica e di una maggiore partecipazione sulla base delle rispettive culture nazionali e popolari, di un senso di appartenenza allo stato che è stato trasposto in forme e leggi che lo rispecchiassero e risultassero quindi riconoscibili agli elettori. In Italia, questo sembra essere l’ultimo dei problemi, anzi, per dirla tutta, questa è una forma di “sentimento della democrazia” – se ci passate questa espressione, ma in questo momento non sappiano fare di meglio – che è del tutto sconosciuta alle nostre forze politiche, intente a fare i conti del dopo elezioni ed a programmare con attenzione solo ciò che permette loro di ribadire un risultato acquisito oppure di sperare di ribaltarlo grazie a formule alchemiche da distillatori di inganni, piuttosto che in virtù di un bene comune, ovvero di una intera comunità, che mai appare come motore principale delle scelte intraprese.
L’ennesimo dibattito che si è aperto in questi giorni è la riprova di quanto diciamo; nessuno ha parlato di un ripensamento generale, vasto ed approfondito, del nostro sistema politico, che per avere un senso dovrebbe prendere inevitabilmente le mosse da una analisi impietosa ed obbiettiva degli aspetti ormai incancreniti di un bipolarismo fasullo ed illiberale e contemporaneamente riconoscere senza ipocrisie le ragioni che hanno determinato una stagione di tale decadenza. Gli esponenti politici di ogni colore che ci hanno illuminati sulle loro proposte di riforme istituzionali non hanno fatto parola di tutto ciò, si sono invece generosamente spesi a spiegare perché un’eventuale correzione del sistema porterebbe vantaggi al loro schieramento, del che, permetteteci di dirlo, ce ne può importare quanto dell’analisi dell’incidenza del mal di calli sugli acquisti delle scarpe. Ovvero meno di zero. Che Berlusconi voglia un presidenzialismo all’americana, Bersani un doppio turno alla francese, Fini un semipresidenzialismo, Casini il proporzionale, ci lascia del tutto indifferenti; abbiamo ripetutamente scritto quanto la legge elettorale attuale sia profondamente illiberale e sancisca lo strapotere della partitocrazia, ma è certo indubbio che una legge elettorale non nasce per caso, è l’espressione di scelte politiche precise, e dunque per cambiarla in meglio – e meglio può significare solo riaprire le porte agli elettori – non basta farle un maquillage leggero e cambiarle nome, vizietto tutto italiano per far sì che in realtà nulla cambi nella sostanza ma solo nella forma. Al punto – basso, bassissimo – in cui siamo arrivati, cambiare legge elettorale o aprire ad un apparentemente nuovo sistema istituzionale, non ha molto senso, anzi non ne ha alcuno, se tutto ciò non è preceduto da una stagione veramente condivisa ed aperta di confronto su tutti gli aspetti della vita politica, sociale e civile del nostro paese, cominciando col dire che è ora di finirla di rifugiarsi a strillare come le oche del Campidoglio dietro il pretestuoso tabù della intangibilità della Costituzione. Che è nata in un altro secolo, in un momento storico preciso ed oggi del tutto concluso e che, soprattutto, come tutte le opere dell’uomo, è soggetta a revisioni e miglioramenti, che tengano necessariamente conto delle mutate esigenze di un paese e dei suoi cittadini. Dunque, cari amici, non risponderò in definitiva alla vostra domanda: non c’è un sistema elettorale od una riforma istituzionale che in questo momento mi appassioni particolarmente. Il nostro paese ha bisogno di un ripensamento totale, di una autoanalisi impietosa, di una capacità progettuale e costruttiva reale…in mancanza di tutto ciò, ma che parliamo a fare?!
MA CHE PARLIAMO A FARE?!
Alcuni lettori sollecitano la nostra opinione sull’ennesima puntata della stagione riformista che, nel nostro paese, sembra essere eterna come la primavera ai Caraibi, salvo poi accorgersi che questa sua caratteristica le deriva dalla propria incompiutezza, anzi, per dirla tutta, dalla propria incapacità a sbocciare definitivamente almeno come terreno di confronto aperto e costruttivo. In un paese come il nostro, dove la mancanza di pilastri certi e fondanti della democrazia partecipata unita alla naturale tendenza ondivaga dei partiti alla migrazione perenne che pare più che altro, almeno negli ultimi anni, una vera e propria fuga dalle rispettive identità, portano fisiologicamente al susseguirsi di trovate estemporanee atte a favorire il vincitore di turno, è del tutto normale che, dopo ogni tornata elettorale, si riprincipi daccapo il balletto delle proposte riformiste, chè i vincitori devono cogliere al volo l’opportunità di rafforzarsi, e gli sconfitti individuare velocemente strumenti correttivi per limitare il danno e magari evitare che si ripeta al prossimo turno elettorale. E questa riflessione ci porta inevitabilmente ad una constatazione amara: laddove è stata voluta e condivisa una autentica operazione di riforme istituzionali, e ci riferiamo a paesi coma la Francia o la Germania, ciò è accaduto per l’affermarsi di una profonda consapevolezza della necessità di questa azione ai fini di un miglioramento dei rapporti fra cittadini e politica e di una maggiore partecipazione sulla base delle rispettive culture nazionali e popolari, di un senso di appartenenza allo stato che è stato trasposto in forme e leggi che lo rispecchiassero e risultassero quindi riconoscibili agli elettori. In Italia, questo sembra essere l’ultimo dei problemi, anzi, per dirla tutta, questa è una forma di “sentimento della democrazia” – se ci passate questa espressione, ma in questo momento non sappiano fare di meglio – che è del tutto sconosciuta alle nostre forze politiche, intente a fare i conti del dopo elezioni ed a programmare con attenzione solo ciò che permette loro di ribadire un risultato acquisito oppure di sperare di ribaltarlo grazie a formule alchemiche da distillatori di inganni, piuttosto che in virtù di un bene comune, ovvero di una intera comunità, che mai appare come motore principale delle scelte intraprese.
L’ennesimo dibattito che si è aperto in questi giorni è la riprova di quanto diciamo; nessuno ha parlato di un ripensamento generale, vasto ed approfondito, del nostro sistema politico, che per avere un senso dovrebbe prendere inevitabilmente le mosse da una analisi impietosa ed obbiettiva degli aspetti ormai incancreniti di un bipolarismo fasullo ed illiberale e contemporaneamente riconoscere senza ipocrisie le ragioni che hanno determinato una stagione di tale decadenza. Gli esponenti politici di ogni colore che ci hanno illuminati sulle loro proposte di riforme istituzionali non hanno fatto parola di tutto ciò, si sono invece generosamente spesi a spiegare perché un’eventuale correzione del sistema porterebbe vantaggi al loro schieramento, del che, permetteteci di dirlo, ce ne può importare quanto dell’analisi dell’incidenza del mal di calli sugli acquisti delle scarpe. Ovvero meno di zero. Che Berlusconi voglia un presidenzialismo all’americana, Bersani un doppio turno alla francese, Fini un semipresidenzialismo, Casini il proporzionale, ci lascia del tutto indifferenti; abbiamo ripetutamente scritto quanto la legge elettorale attuale sia profondamente illiberale e sancisca lo strapotere della partitocrazia, ma è certo indubbio che una legge elettorale non nasce per caso, è l’espressione di scelte politiche precise, e dunque per cambiarla in meglio – e meglio può significare solo riaprire le porte agli elettori – non basta farle un maquillage leggero e cambiarle nome, vizietto tutto italiano per far sì che in realtà nulla cambi nella sostanza ma solo nella forma. Al punto – basso, bassissimo – in cui siamo arrivati, cambiare legge elettorale o aprire ad un apparentemente nuovo sistema istituzionale, non ha molto senso, anzi non ne ha alcuno, se tutto ciò non è preceduto da una stagione veramente condivisa ed aperta di confronto su tutti gli aspetti della vita politica, sociale e civile del nostro paese, cominciando col dire che è ora di finirla di rifugiarsi a strillare come le oche del Campidoglio dietro il pretestuoso tabù della intangibilità della Costituzione. Che è nata in un altro secolo, in un momento storico preciso ed oggi del tutto concluso e che, soprattutto, come tutte le opere dell’uomo, è soggetta a revisioni e miglioramenti, che tengano necessariamente conto delle mutate esigenze di un paese e dei suoi cittadini. Dunque, cari amici, non risponderò in definitiva alla vostra domanda: non c’è un sistema elettorale od una riforma istituzionale che in questo momento mi appassioni particolarmente. Il nostro paese ha bisogno di un ripensamento totale, di una autoanalisi impietosa, di una capacità progettuale e costruttiva reale…in mancanza di tutto ciò, ma che parliamo a fare?!

Beh ,più che fuga dalle rispettive identità ( identità è pur sempre questione da persone serie ) io vedo molta ansia da galleggiamento . Nessuno si ribella quando i “partiti” parlano di vittoria o di sconfitta ? Sconfitta del Paese ,certo , ma la vittoria ? Quella è appannaggio degli “eletti” ,che poi ,oggigiorno ,non sono più eletti ,ma solo dei nominati .
Ed allora che senso ha cercare spiegazioni al crescere continuo del “partito” delle astensioni ?
E’ un segnale disperato ma inascoltato . Sinchè avremo l’effetto e la garanzia di favoritismi e clientele ,avremo destra e sinistra ,regione rosse o verdi o nere od azzurrine ,e dibattiti sulle riforme da fare ( compresa quella basilare della Costituzione ,vecchia ma sopratutto desueta ).
infatti Chiara, non una parola da aggiungere!