All’Ecc.mo Signore Saverio Fanàl
alla locanda sopra Belgirate
Gentilissimo Signore,
Le manifesto l’accoglimento benevolo del perdono che mi implora per le abusate provocazioni con le quali si è ad oggi riferito alla mia persona.
Tornado di Toscana la servante mi illuminò sui tratti propri della angoscia che la tormenta. con l’avvisarmi della sua venuta e del suo sostare al cancello della villa nell’immoto osservare i panni della provvista domestica, messi all’asciugo
Ebbi allora a pensarla in quell’inviluppato certame di invidie che hanno originato la sua odierna perorazione.
Nel mentre Ella principia la comprensione, che abbia continuazione!, della mia diversa costumanza, conforme all’animo mio e al mio narrare, che mi conduce alla scambievole devozione con uomini di eccelsi meriti pure gli stessi ambirebbe da me sollecitati e coinvolti in una riprorevole tenzone in cui dovrebbero umiliare la loro virtù per essere scempio del Suo vaneggiare.
Abbia ad astenersi, Signor mio, dal proseguire nel prevedibile sotterfugio che sollecita nell’esortare a “un racconto nuovo e comune” finanche “progetto del vivente” che nella Sua insana fantasia finanche coinvolge in esso il destino dei regni, così come mi confessa: “i popoli della terra hanno diritto ad un racconto nuovo”.
Per quale meraviglia o strabiliante destinazione ordire un’avventura delle vicende degna di una scrittura tale da dovere essere novità delle genti? Pure se questa scrittura possibile per quale provenienza essa risulterebbe portarice di ragionamenti e amorevolezze se non da quella provvidenza di benefici di cui è pervasa la condizione della vita stessa? Come potrebbe discostarsi o esprimersi quel progetto del vivente, di cui dice, se non nel vivente medesimo?
Io scrissi nella continuità delle Scritture e dei Salmi dei Padri nostri volgendo alla compresione delle genti le urgenze della natura e l’animo degli uomini; cui essa da sola provvede nella contemplata destinazione alla quieta purezza con cui si offre alle decisione dei reggitori, degli eroi, degli umili.
Io, Signor mio, scrissi una storia di purezza e alcun racconto potrà essere un “progetto del vivente” se non un demoniaco guasto all’assoluto riposo nella misericordia.
No! Sacrilego è il suo pensare e me ne discosto con sdegnevole riprovazione.
Mi abbia, Gentilissimo Signore,
Suo, Lisander
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

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