
Inquietante, ipnotico, vedere una folla che si muove come un unico organismo, dove le differenze individuali sembrano dissolversi in un’onda anonima di gesti, slogan, grida. Freud, nel suo saggio Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), lo aveva intuito con lucidità: la massa non è mai la semplice somma degli individui che la compongono, bensì un dispositivo psichico che opera per regressione.
L’Io singolare abdica alla sua autonomia critica per trovare rifugio in un’identificazione primaria, fragile e insieme totalizzante, con la figura del capo o con l’ideale collettivo che la folla proietta.
Quella che oggi possiamo leggere come una “isteria collettiva” di piazza non è quindi soltanto un eccesso emotivo, ma il manifestarsi di dinamiche psichiche profonde: la rinuncia al dubbio e alla complessità in favore della fusione immaginaria con un noi totalizzante.
L’individuo, isolato, si sente fragile; immerso nella massa, ritrova un senso di onnipotenza che lo libera momentaneamente dall’angoscia della solitudine. Ma questa liberazione ha un prezzo: la sospensione del pensiero critico, la disponibilità a lasciarsi guidare da suggestioni elementari, spesso violente.
Leggere Freud oggi significa riconoscere che la folla non è mai innocente. Ogni piazza gremita mette in scena, con apparente spontaneità, un’antropologia del vincolo regressivo: la dissoluzione dell’Io nell’immaginario collettivo, l’abdicazione al principio di realtà, la fascinazione per la voce che guida, per l’immagine che incanta, per lo slogan che annulla, per la bandiera che suggestiona.
E se da un lato questa dinamica ha un potere seduttivo indiscutibile, dall’altro ci obbliga a chiederci fino a che punto la democrazia contemporanea sappia ancora distinguere tra il diritto legittimo di manifestare e il pericolo di un contagio psichico che, come mostrava Freud, può trasformare individui razionali in un corpo unico, pulsionale, incline all’isteria e all’aggressione.
David Pacifici

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